Migranti. Quello che non conosciamo ci fa paura, giusto? Dunque, l’unico modo per superare quella paura, è conoscere il pericolo. Fin qui tutti d’accordo. Ma come mai, riconoscere
razionalmente questo principio, spesso, non ci basta come motivazione per superare un
limite?

Una logica c’è: probabilmente il superamento stesso di quella paura ci spaventa
perché non ne conosciamo le conseguenze, mentre quella paura la conosciamo bene, ci
identifica e, per quanto limitante, è anche confortevole. Come si esce, quindi, da questo
circolo vizioso? Di sicuro, quello che non siamo in grado di fare da soli, va fatto insieme agli
altri.

Migranti. Approccio umano al fenomeno

Ho avuto la fortuna di parlare con Alberto Bertolazzi, uno scrittore che, per alcuni anni, fino
al 2022, ha lavorato come mediatore culturale e linguistico nel CAS (centro di accoglienza
straordinaria) di Borgo Vercelli. È stato interessante vedere come, adottando un approccio
umano, anziché politico, al tema dell’immigrazione, tutto era più vicino, più comprensibile.
D’altra parte, spesso, in diverse situazioni, abbiamo un approccio ideologico senza potercelo
permettere.

Sappiamo poco, semplifichiamo, riconduciamo la complessità di un fenomeno a
quello che siamo in grado di capire (il che è umano) e siamo convinti di poter prendere una
posizione (il che è pericoloso). Una ferma posizione ideologica prevede studio,
approfondimento, confronto, messa in discussione. Insomma, per avere una certezza
dobbiamo prima aver avuto tanti dubbi.
Forse, visto che umani si nasce, e ideologici si diventa, l’approccio umano a un fenomeno è
il modo più semplice, più naturale e più efficace per avvicinarlo e capirlo.

Il sistema dell’accoglienza in Italia è molto più complesso di quanto pensiamo. Si parla per lo più di sbarchi e di CPS (centri di primo soccorso), i cosiddetti hotspot; quello che succede dopo non sembra interessare molto. Beh, il viaggio è solo a metà.
Una volta identificati, i migranti, vengono smistati su tutto il territorio nazionale in questi CAS, in Italia ne abbiamo circa 3.100, ed è in queste strutture che i migranti aspettano
l’approvazione della richiesta d’asilo. L’attesa può durare anche quattro o cinque anni,
durante i quali i richiedenti asilo vivono in una sorta di limbo, sospesi fra un mondo che li ha
rifiutati e uno che ancora non li ha accolti.
Un contesto in cui si trovano a convivere tutte le diversità possibili: linguistiche, religiose,
ideologiche, sociali, culturali, sessuali, di genere, di pigmentazione della pelle ecc, con tutte
le intolleranze e le incompatibilità che ne conseguono.

Il ruolo del mediatore culturale

Al mediatore culturale spetta il compito di gestire la situazione, e più questa è complicata,
più è incerto il suo margine di intervento. Tecnicamente, è solo il tramite fra un centro di accoglienza e la Prefettura, fra il migrante e la legge (con mansioni più che altro burocratiche), ma in sostanza, un mediatore gestisce i rapporti fra i migranti e la struttura che li ospita. A volte addirittura fra i migranti stessi, nel caso in cui eventuali incomprensioni sfocino in violenza.

E Alberto Bertolazzi (il mediatore culturale che ho conosciuto) si è trovato in una situazione
analoga. Ha capito presto che svolgere i suoi compiti come un buon soldato, sarebbe stato la chiave per lavorare male. Fare appello alle competenze accademiche sarebbe servito a poco. Si è messo in ascolto, ha cercato di stabilire un contatto, di qualunque tipo, col maggior numero possibile di migranti. Quale può essere un denominatore comune? Non la lingua, non la religione, non le idee politiche. Alla fine ha rilevato un dato: la connessione di ognuno di loro con la propria terra d’origine, al di là di questi aspetti, era quasi sempre, un odore, un sapore o un suono.

Ebbe l’idea di organizzare un concerto di Natale in cui gli ospiti del CAS avrebbero suonato
e cantato. Un’iniziativa folle agli occhi del direttore del Centro – anche per ragioni religiose –
che, alla fine acconsentì di malavoglia, purché Bertolazzi se ne assumesse tutte le
responsabilità.
Palco, sedie e luci improvvisati con materiali di recupero, pentole e secchi di plastica adibiti
a percussioni; un signore, in barba ai più conservatori, si è vestito da donna, chi è salito sul
palco a ballare, chi, non sapendo cantare o suonare contribuiva al ritmo battendo mani e
piedi, non necessariamente a tempo.

Contro ogni previsione l’idea ebbe molto successo, ottenne anche una sua eco mediatica. Al
di là delle difficoltà tecniche l’intuizione felice di Alberto fu, non solo di coinvolgere gli ospiti
in un’attività collettiva, ma anche la scelta della musica come mezzo per unire persone
diverse
.

Un linguaggio non verbale, quindi il più universale di tutti. Un’occasione di allegria e
libertà in cui era difficile risultare fuori luogo e in cui eventuali diffidenze o antipatie personali
hanno ceduto il posto a tolleranza e rispetto.
Il valore di questa iniziativa in qualche modo è arrivato a tutti, tanto agli ospiti del CAS di
Borgo Vercelli quanto ai vercellesi che hanno assistito. Un valore non ideologico, linguistico
o religioso ma umano.

A chi non l’avesse visto suggerisco il nuovo film di Ken Loach The Old Oak. Quando idee e culture ci dividono andiamo oltre.

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