Didier Fassin e Anne-Claire Defossez sono due sociologi francesi che hanno compiuto uno studio sui migranti tra Italia e Francia. Nello specifico, hanno intervistato per circa cinque anni più di duecento persone, protagoniste dirette e indirette delle rotte migratorie tra la Val di Susa e la zona di Briançon.

E hanno scoperto una cosa incredibile.

Umanità in esilio

Ogni anno circa quattromila persone hanno tentato di attraversare la frontiera alpina e per tutta risposta il governo francese ha risposto con la militarizzazione del valico per impedirne il passaggio. Le avventure di questa “umanità in esilio” però non incominciano in quest’area di confine e i loro cammini sono molto più lunghi e sofferti di quanto possiamo immaginare.

Alcuni di loro, infatti, provengono da Afghanistan, dall’Iraq, dalla Siria e anche dall’Iran. Sono uomini e donne e minori che devono subire prima la repressione in Turchia, poi le violenze della polizia croata e ungherese nei Balcani, infine le vessazioni e le persecuzioni dei militari in Polonia.

Lo documenta molto bene, per chi volesse guardarlo, anche un recente film intitolato Le nuotatrici, di Sally El Hosaini e premiato nel 2022 al Toronto International Film Festival.  

Gli “altri” migranti

Gli altri migranti, invece, vengono dall’Africa subsahariana e per arrivare in Italia hanno dovuto subire le brutalità dei militari in Niger, della polizia tunisina e algerina, infine delle milizie libiche che spesso li imprigionano e li torturano.

Eppure, nonostante tutto questo e nonostante una certa volontà politica di far conoscere il meno possibile le sevizie ignobili di cui sono vittime tutte queste persone, l’Italia ha comunque deciso di rimandare indietro, appunto in Libia, l’ex comandante della Rada, Almasri, noto per le sue torture e condannato per i suoi crimini dalla Corte Internazionale dell’Aia.

Tuttavia, tornando ai migranti, all’arrivo in Italia manca la traversata sui barconi lungo il Mediterraneo, delle cui drammatiche notizie in merito ai naufragi noi talvolta veniamo informati. Purtroppo non sempre. Quasi sempre, però, quando ci sono le tragedie e i morti in mare nel Canale di Sicilia, tra l’indifferenza della comunità europea.

Alla fine di tutto questo percorso, infine, c’è il confine di Ventimiglia, quello appunto tra Italia e Francia. Un altro confine, un’altra frontiera da attraversare.

“Per evitare il posto di frontiera, hanno scelto di percorrere il versante della montagna, nella foresta. Hanno camminato per tre ore al buio lungo sentieri incerti, quando all’improvviso, mentre attraversavano una radura, pensando di essere abbastanza lontani dalla polizia, un po’ più in basso, dei gendarmi,
che probabilmente li avevano individuati con i loro binocoli per la visione notturna, hanno gridato loro di fermarsi”.

Didier Fassin, Anne-Claire Defossez, Umanità in esilio, Feltrinelli 2025.

Gli individui di cui scrivono Fassin e Defossez sono i cosiddetti “sfollati forzati”, cioè tutte quelle persone che hanno lasciato la propria casa a causa di “persecuzioni, conflitti, violenze, violazioni dei diritti umani ed eventi che turbano gravemente l’ordine pubblico”, come riporta la definizione dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati.

Questi esuli, dunque, provenienti dal Medio Oriente o dall’Africa, dopo aver vissuto esperienze disumanizzanti nel loro lungo tragitto, vengono successivamente sottoposti a giudizi xenofobi e pratiche di brutalizzazione proprio da quella comunità europea, nel momento in cui molti Paesi del vecchio continente decidono di non riconoscere a questi disperati il diritto di fare domanda d’asilo, mentre sono stati spesso costretti a lasciare il loro paese per sfuggire a situazioni di pericolo di vita nei loro luoghi d’origine. Insomma, l’Europa ignora sistematicamente i diritti dei migranti mentre in un certo modo sostiene le pratiche vessatorie e le umiliazioni cui vengono sottoposti questi “umani in esilio” nel momento in cui tentano di raggiungere le nostre terre o attraversano i territori dell’Unione Europea.

Ecco, allora, che il modo in cui gli esuli vengono trattati e respinti è indubbiamente un segno preoccupante del nostro tempo. E questo avviene pure tra Italia e Francia.

“Hanno iniziato a correre. Hanno creduto di aver sentito uno sparo. Si sono spaventati e si sono fermati. La donna incinta era terrorizzata e ha cominciato a tremare tutta, temendo che la colpissero. I quattro agenti li hanno raggiunti e, per pura formalità, hanno chiesto loro il permesso di soggiorno, che non avevano. La donna è rimasta seduta per mezz’ora, senza poter dire nulla, cercando di riprendersi. Poi i quattro gendarmi li hanno portati al posto di frontiera, dove sono stati consegnati agli agenti di polizia, che li hanno registrati, facendo loro firmare documenti che non capivano e spiegando in un inglese stentato che sarebbero stati riportati in Italia”.

Didier Fassin, Anne-Claire Defossez, Umanità in esilio.

Eppure tutto questo sembra incredibile, non solo perché Italia e Francia sono Paesi che si definiscono Paesi democratici e Stati di diritto che riconoscono la Convenzione di Ginevra sui Rifugiati.

Sembra incredibile anche per un altro motivo, di natura socio-economica. Lo hanno raccontato anche gli stessi Didier Fassin e Anne-Claire Defossez in un articolo pubblicato sullo speciale Robinson di Repubblica, il 17 agosto 2025.

“In queste loro politiche, i Paesi europei si svincolano sempre più dalle regole internazionali, per esempio sospendendo il diritto all’asilo per periodi più o meno lunghi. Eppure, in un momento in cui la situazione demografica dei Paesi europei è in declino e la loro economia necessita del reclutamento di manodopera, i finanziamenti stanziati per la repressione sarebbero meglio spesi se venissero messi a disposizione della degna accoglienza di queste persone e per favorire la loro integrazione. Non è solo una questione di umanità”.

Ma è un’altra la cosa incredibile che i due sociologi francesi hanno scoperto nella loro lunga e dettagliata ricerca svolta lungo la frontiera alpina, in Val di Susa, a Briançon, attraverso il Colle del Monginevro, uno dei più accessibili delle Alpi.

Didier Fassin e Anne-Claire Defossez hanno infatti scoperto che di questi migranti non importa niente a nessuno. Tanto più ora al cospetto delle altre due crisi maggiori internazionali, cioè Gaza e l’Ucraina.

Di ciò che accade ai migranti quasi non se ne parla più, tanto che la tragedie che avvengono tuttora non vengono neanche più definite con un nome, come invece era successo con il naufragio di Cutro nel 2023, in Calabria, per esempio. E se le cose non hanno un nome, allora non esistono neppure.

Lo confermano appunto Didier Fassin e Anne-Claire Defossez nel loro libro, Umanità in esilio. Cronache dalla frontiera alpina, tradotto e pubblicato in Italia per Feltrinelli Editore.

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