Per l’industria discografica gli anni Sessanta e Settanta sono stati tempi d’oro: grandi album, esplosione di vendite, enormi guadagni. Le case discografiche stipulavano contratti molto dispendiosi con gli artisti, garantivano cospicui budget di produzione, alimentando l’attività dei grandi studi di registrazione conto terzi in tutto il mondo.
Gli Steely Dan, fondamentalmente un duo formato da Walter Becker e Donald Fagen, con attorno una corte di grandi sessionmen, ospiti eccellenti nei loro dischi, nel 1974 avevano cessato di suonare dal vivo, licenziato il resto della band e nel 1977 iniziarono a lavorare sul loro nuovo, sesto album in California, dove si erano trasferiti.

Per realizzare “Aja”, un capolavoro, ci vollero molti mesi di registrazione, l’impiego di quattro studi di registrazione, in compagnia del produttore Gary Katz, con il tecnico del suono Roger Nichols che registrò la maggior parte dei brani e una quarantina di musicisti che si alternarono in studio. Si narrano session interminabili, infinite possibilità sonore, alla ricerca della perfezione, in maggioranza con parti scritte (essenziale la partecipazione di sessionmen bravi a leggere musica) e assoli tutti da creare.

Roger Nichols ha sempre dichiarato che il duo aveva perfettamente in testa il risultato da raggiungere, il suono voluto, ottenuto con il contributo di altri tre famosi tecnici del suono, Bill Schnee, Al Schmitt ed Elliot Scheiner. Quest’ultimo in particolare concluse le lavorazioni, missando l’album agli A&R Studios di New York, dopo aver abbandonato le registrazioni in California quasi un anno prima: s’era stufato delle lungaggini e li aveva mollati, ma essendo loro amico da tanti anni fu felice di finalizzare l’opera. Con quel sound e con questo album, gli Steely Dan vinsero nel 1978 il Grammy Award come Best Engineered Album-Non Classical e furono candidati ad altri due Grammy, come Album of The Year e come Best Pop Performance by a Duo or Group (di pop, onestamente, nell’album ce n’è pochino… ma questo riguarda le bizzarrie delle categorie create dalla Recording Academy per il Grammy Award).
“Aja” al giorno d’oggi, con i suoi sette brani, armonicamente raffinati e complessi, testi molto personali & musiche scritti dal duo, influenzato dal jazz, dal rock’n’roll anni Cinquanta, dal rhythm’n’blues, dalle colonne sonore cinematografiche americane degli anni della formazione di Becker & Fagen (nati il primo nel 1950, il secondo due anni prima, tra New York e New Jersey), è un ascolto illuminante per rendersi conto di cos’era in grado di produrre quell’era d’oro, per capire la tecnica di sovraincisione multitraccia e il missaggio fino ai minimi dettagli, quando questi strumenti sono in mano a un paio di geniacci di grande talento.

L’attenzione va principalmente a tre brani: Peg, Josie (bastano le prime battute per capire di cosa si sta parlando) e Deacon Blues, che finirono in classifica tra i primi 40 Top Hits americani dell’epoca, mentre l’album venne certificato doppio platino (oltre due milioni di copie vendute), il più rapido e maggior successo commerciale di sempre della band.
Del primo brano, Peg, sono straordinarie le parti vocali, armonizzate, tutte registrate da Michael McDonald, una delle voci più calde della storia, e l’imperdibile assolo di chitarra elettrica di Jay Graydon, scelto dopo aver fatto sei o sette tentativi con altrettanti chitarristi, tutti scartati. Il bello è che, ascoltando gli scarti, uno si rende conto che solo dei maniaci perfezionisti, mai soddisfatti, potevano scartare simili assoli, uno più riuscito dell’altro. Il missaggio finale di Peg richiese 12 ore di lavoro, a 8 mani, con Al Schmitt al mixer, in compagnia di Gary Katz, Becker & Fagen.

Com’è sempre accaduto nei dischi degli Steely Dan, come accadrà nel successivo Gaucho del 1980 (altra pietra miliare), i chitarristi sono superstar: Graydon, Larry Carlton, Dean Parks, Danny Dias (suo l’assolo nella title track), Lee Ritenour, Steve Kahn. Al basso Chuck Rainey e spesso Walter Becker, che in ogni caso indicava a Rainey le linee di basso da suonare. Becker (scomparso nel 2017) era anche un ottimo chitarrista e cantante, come il suo collega Fagen è un ottimo pianista. La crema della crema dei batteristi compare in Aja: Rick Marotta, Jim Keltner, Bernard “Pretty” Purdie (suo lo shuffle in Home At Last), Steve Gadd, Paul Humphrey, Ed Greene. Partecipano pianisti-tastieristi come Victor Feldman (suo l’assolo al Fender Rhodes in Black Cow), Michael Omartian, Don Grolnick, Paul Griffin, Joe Sample, sassofonisti come Tom Scott (arrangiatore dei fiati) e Wayne Shorter. Infine, mastering di Bernie Grundman, un colosso.

Negli anni, i protagonisti hanno raccontato quelle epiche session di registrazione e di missaggio, il rapporto intenso tra il duo e il produttore Gary Katz. Una delle storie più curiose riguarda il brano che diede il titolo all’album: tutti in studio per dare il via alle registrazioni, Katz presente, che a un certo punto sparì, per giorni. Nel frattempo il brano venne finito, missato in tre giorni, editato per il master due piste. Una volta chiuso, riascoltarono tutti insieme il risultato e solo in quel momento riapparve Katz bel bello. Al termine del brano, il duo espresse la sua soddisfazione per il risultato raggiunto: suonava alla grande! Katz commentò: “Non si sentono abbastanza i piatti della batteria!”. Becker lo fulminò: “Non so dove sei stato in questi giorni, ma torna da dove sei venuto”. A volte, da un rapporto molto rude e intenso tra artisti e produttori, vengono fuori dei capolavori. Incredibilmente, la storia ultraquarantennale di Aja comprende anche una parte di giallo: i nastri multitraccia originali di due brani sono scomparsi nel nulla, non poterono essere utilizzati per le operazioni di digital remastering e remix in Dolby Surround; per questo Donald Fagen all’epoca offrì una ricompensa di (soli) 600 dollari per chi avesse fornito notizie, aiutando a ritrovarli.
Anche questo fa parte della leggenda di Aja. Tempi d’oro. Anzi, di platino.

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