La violenza di genere, in particolare il femminicidio e lo stupro, è frutto di una convinzione culturale per la quale alle donne non è concesso il lusso di essere proprietarie di loro stesse. ma soprattutto, di esprimere o meno il loro consenso. Per questo, ancora oggi il femminismo, in tutte le sue forme e differenze interne, è un movimento radicale: perché, affermando la banalità del diritto della donna ad esprimere il proprio consenso, ricorda a tutti che la donna è una persona.

Potrebbe sembrare una provocazione senza senso se non quello della provocazione stessa, ma non è così purtroppo. Nel mondo patriarcale essere donna non è avere una personalità, ma una funzione, uno scopo, un fine atavico. Vuol dire fare delle cose, essere delle cose. E se, come donna, tenti di svincolarti da questo retaggio, vieni punita.

L’unico potere che ti viene riconosciuto è quello che ti è concesso

Succede che, magari, ad alcune donne più anche andare bene questo, pur di avere dei dividendi di potere. E qualche volta capita che con quei dividendi si faccia carriera e addirittura si arrivi a posti di comando. Ma una donna al comando così, si riconosce subito. Non solo perché si comporta rispettando le aspettative patriarcali, ma perché soddisfa le aspettative che da questo le sono richieste: è feroce, mascolina quasi tossica, spietata, competitiva. Agisce con crudeltà gerarchica e da sola, alimentando lo scontro invece che cercando la potenza dell’unità.

Anche da questo tipo di donne, il consenso è considerato automatico, implicito. Così come dalla nostra legge. Quella stessa legge che, il 25 Novembre, al Senato, sarebbe stata cambiata se solo alcune forze politiche non avessero fatto passi falsi. Ma non c’è nulla di strano in questa scelta: tra quei senatori evidentemente c’è chi crede che a una donna non bisogna chiedere alcun permesso, perché la sua stessa esistenza di cosa desiderabile ne autorizza il sopruso.

D’altronde le nostre famiglie sono anch’esse piene di padri e madri che crescono le figlie dicendo “stai attenta”. E facendo questo non fanno altro che alimentare quanto sopra. Ci si difende da soli, infatti, solo quando si è tutti allo stesso livello. Se cresciamo prede costrette a camminare guardandosi le spalle, tutto quello che capita loro lo vivranno come una colpa: il loro disobbedirci sarà motivo per noi di amarle di meno e il loro vestirsi come vogliono sarà motivo per essere violentate.

E’ un sistema di premiazioni e obbedienze che regna sovrano in molti ambiti, anche nella scuola. Ecco perché non basterebbe l’educazione affettiva. Michela Murgia, qualche anno fa, ad un pubblico di donne diceva:

“Posso lasciarvi un eredità? Disobbedite! Rompete la regola. Non fatevi dire che non sta bene quello che vi fa stare bene. Questo sta bene sempre; e se non sta bene a loro è un problema loro.”

Eh già Michela, avevi ragione. E’ un problema tutto nostro. Vi consiglio di leggere uno degli ultimi libri di Murgia, Ricordatemi come vi pare.

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