Allevare senza gabbie? Si può e si deve. Questo è uno dei passi più urgenti e necessari per superare l’antropocentrismo di un sistema di allevamento che causa enormi sofferenze ad esseri senzienti.

Ed è questo l’obiettivo delle organizzazioni della coalizione italiana End the Cage Age (ETCA) che hanno lanciato un nuovo appello al Governo italiano affinché sostenga l’emendamento alla Legge di Bilancio 2026 che mira a istituire un fondo per la transizione ai sistemi di allevamento cage-free (letteralmente “liberi dalle gabbie”).

Che significa in parole povere? Significa che questo fondo potrebbe aiutare tutti gli allevatori italiani a superare l’utilizzo delle gabbie in favore di sistemi di allevamento più moderni ed evoluti che rispettino i bisogni più importanti degli animali. In Italia, ogni anno oltre 40 milioni di animali sono allevati in gabbia, limitando la loro libertà di muoversi e di esprimere i propri comportamenti naturali.

L’uso delle gabbie è un sistema
obsoleto e violento

L’uso delle gabbie reprime la natura degli animali e li costringe ad una sofferenza duratura e profonda che ormai non può più essere negata o occultata. Il Governo e il Parlamento italiani sono invitati a cogliere l’opportunità di rendere l’Italia il primo Paese europeo a sostenere un modello di allevamento senza gabbie.

E’ questo il senso dell’appello lanciato al Governo affinché sostenga l’emendamento, presentato a prima firma dal senatore Stefano Patuanelli (M5S), che ha raccolto il sostegno delle senatrici Michaela Biancofiore (Noi Moderati), Ilaria Cucchi (AVS), Simona Malpezzi (PD), Domenica Spinelli (FDI) e Julia Unterberger (SVP/per le Autonomie) e del senatore Manfredi Potenti (Lega).

Dunque un impegno politico trasversale, che dimostra una crescente sensibilità istituzionale sul tema. Non una posizione ideologica di destra o di sinistra, ma una vera e propria presa di coscienza da parte di politici e parlamentari italiani di ogni schieramento che cominciano finalmente a sviluppare una maggiore consapevolezza emotiva e intellettiva nei confronti degli altri esseri viventi.

Il Fondo rappresenterebbe un passo concreto per accompagnare gli allevatori italiani nel superamento graduale dell’uso delle gabbie, sistema obsoleto e non rispettoso del benessere animale, a favore di sistemi di allevamento cage-free che tengano maggiormente in considerazione le esigenze comportamentali degli animali. Le gabbie impediscono qualsiasi bisogno degli animali che, rinchiusi in spazi angusti, sono impossibilitati dall’esprimere i loro comportamenti naturali fondamentali come l’esplorazione, lo scavo, la socializzazione, la corsa, il volo.

L’uso di gabbie provoca non solo disagio e sofferenza fisica, ma anche psichica, perché l’assenza di stimoli causa stress e comportamenti distruttivi.

Con l’istituzione del fondo per la transizione verso allevamenti cage-free sarebbe previsto lo stanziamento di 3 milioni di euro per l’anno 2026 e di 5 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2027. Un intervento economico mirato, come quello previsto dal fondo “Cage-Free”, rappresenta non solo un riconoscimento politico e finanziario della necessità di promuovere la riconversione del comparto, ma anche un investimento importante per migliorare il settore zootecnico italiano, puntando a maggiore innovazione, sostenibilità, benessere animale e competitività.

La coalizione ETCA sottolinea come con l’approvazione del fondo in favore del sistema cage-free l’Italia abbia l’occasione di assumere un ruolo di leadership, anticipando il cambiamento in arrivo da Bruxelles dove è già in corso da tempo il dibattito sulla revisione della legislazione sul benessere animale.

I tempi sono maturi, e la conferma arriva dallo stesso comparto alimentare, dove già diverse aziende alimentari italiane e internazionali stanno integrando sistemi cage-free nelle loro filiere, con alcune che hanno già raggiunto l’obiettivo del 100% per le uova e altre che stanno progredendo nella transizione.

Già quattro anni fa, nel 2021, alcuni grandi brand dell’agroalimentare scrivevano una lettera alla Commissione europea per chiedere il divieto in tutta l’Unione dell’allevamento in gabbia, a partire dalle galline ovaiole, a sostegno dell’iniziativa “End the Cage Age”. Tra i firmatari le italiane Barilla, Ferrero e Fattoria Roberti. E poi la catena tedesca di discount Aldi, il colosso svedese Ikea, il Jamie Oliver Group del noto chef britannico, il gruppo della grande distribuzione francese Le Groupement Les Mousquetaires e i tre colossi del food Mondelēz International, Nestlé e Unilever. Ora i tempi sono più che mai maturi.

Allevamenti cag-free: un passo verso
un Pianeta migliore

L’utilizzo degli allevamenti intensivi con l’uso di gabbie è in fondo un sistema molto recente, nato solo nel secondo dopoguerra, quando la crescente domanda di prodotti animali, spinta dal boom economico, ha stimolato una produzione più rapida ed efficiente. Prima di allora gli animali venivano allevati in modo più estensivo e su piccola scala, in genere in allevamenti familiari o comunitari, dove gli animali erano più liberi di muoversi e avevano un contatto diretto con l’ambiente naturale, cosa che favoriva il loro benessere e la loro salute. 

Gli animali venivano pascolati in ampi spazi aperti, spostandosi stagionalmente in cerca di erba fresca. Era la transumanza, e la riproduzione degli animali seguiva il ciclo naturale, e non era influenzata da metodi di fecondazione artificiale o altre tecniche di riproduzione industriale.

L’industrializzazione dell’agricoltura ha portato alla nascita degli allevamenti intensivi, e con essi l’inquinamento atmosferico (emissioni di ammoniaca e metano), la deforestazione (per fare spazio a pascoli e coltivazioni di mangimi), l’inquinamento di suolo e acqua (a causa di liquami e pesticidi) e il consumo di ingenti risorse come acqua e terreno.

Gli studi sui danni provocati dagli allevamenti intensivi al Pianeta sono ormai innumerevoli, ma spesso ci lasciano indifferenti perché si rimane nell’ambito dell’astrattezza, e perché parlare di Pianeta a volte ci disorienta per la dimensione troppo grande che questo termine rappresenta.

E allora restiamo nel piccolo, parliamo del nostro territorio italiano, anzi della sola regione Lombardia. Sì perché uno studio realizzato da Università Bocconi, Fondazione CMCC e Legambiente Lombardia, e finanziato da Fondazione Cariplo, dimostra e quantifica in modo inconfutabile e chiaro l’influenza dell’allevamento di bovini e suini sull’inquinamento dell’aria nella regione. I risultati dello studio indicano che un aumento di 1000 capi di bestiame, pari a un aumento rispettivamente di circa l’1% e lo 0,3% delle popolazioni medie per quadrante di bovini e suini, innesca un corrispondente aumento giornaliero delle concentrazioni di ammoniaca e di particolato atmosferico. L’analisi suggerisce inoltre che l’allevamento di bovini e suini potrebbe rappresentare fino al 25% dell’esposizione locale all’inquinamento, sottolineando la necessità pressante di strategie di mitigazione mirate.

Dunque è urgente riscrivere il nostro modo di allevare gli animali, passando da pratiche intensive a metodi più sostenibili ed etici, focalizzandosi su benessere animale, preservazione dell’ambiente e salute pubblica. Stabilire una relazione di rispetto con gli animali e il loro contesto naturale non fa bene solo agli animali, ma a noi stessi e alla Casa in cui abitiamo. 

E allora benvenga l’emendamento alla Legge di Bilancio 2026 (con l’augurio che venga approvato), che potrà fare da volano verso un sistema di allevamento più sano e più sicuro anche dal punto di vista della sicurezza alimentare e dell’impatto sulla salute pubblica.

Ma quali sono le organizzazioni che formano la coalizione italiana End the Cage Age? Eccole: Amici della Terra, Animal Aid, Animal Equality Italia, ALI – Animal Law Italia, Animalisti Italiani, CIWF Italia, Confconsumatori, ENPA, Essere Animali, Humane World for Animals Italia, Il Fatto Alimentare, Jane Goodall Institute Italia, LAC – Lega per l’Abolizione della Caccia, LAV, Legambiente, LEIDAA, LNDC Animal Protection, LUMEN, OIPA, Partito animalista, Terra Nuova, Terra! Onlus. Teniamole d’occhio, perché si impegnano per un futuro migliore.

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