Prima che il Neorealismo avesse un nome e che la macchina da presa scendesse in strada a cercare la verità dei vinti, a Napoli c’era già una donna che filmava la carne, il sangue e le crepe della sua città. Il suo nome era Elvira Notari, ed è stata la prima regista donna d’Italia: una figura straordinaria eppure ricacciata a lungo ai margini della storiografia ufficiale, come spesso accade a chi guarda troppo avanti rispetto al proprio tempo.

Se Elvira Notari si fosse chiamata Elviro, i manuali di storia del cinema studierebbero da un secolo il “Notarismo” come la vera matrice del realismo italiano, e lei verrebbe celebrata come il padre fondatore della nostra cinematografia, accanto a Roberto Rossellini o Vittorio De Sica. A parità di numeri, intuizioni e capacità d’impresa — oltre sessanta lungometraggi e centinaia di corti prodotti con la Dora Film, la casa cinematografica fondata da lei — a fare la differenza è stato il genere.

La sua colpa imperdonabile è stata quella di nascere donna in un’epoca che riconosceva alle donne il diritto di essere muse, attrici o sarte, ma mai la mente strategica e l’occhio direttivo dietro la macchina da presa.

Molto prima dei grandi maestri del dopoguerra, negli anni del cinema muto, la Dora Film di Elvira Notari trasformava i vicoli napoletani in un set a cielo aperto, inventando un linguaggio visivo spietato, intimo e viscerale. Se la storiografia l’ha a lungo dimenticata, il presente ci impone di rileggerla, perché la lezione di Elvira Notari non appartiene al passato: parla esattamente al nostro presente.

Elvira Notari raccontata senza filtri
da Valerio Ciriaci

Riscoprire oggi la sua opera — spinti anche dalla preziosa rilettura documentaristica firmata da Valerio Ciriaci e intitolata “Elvira Notari: oltre il silenzio” (disponibile qui su RaiPlay) — significa fare i conti con uno sguardo di una contemporaneità disarmante. Elvira Notari non addomesticava Napoli per il consumo della cartolina oleografica; ne mostrava la bellezza violenta, le ferite urbane e le ipocrisie sociali. Ma soprattutto, piazzava la sua lente d’ingrandimento sulla condizione femminile: le sue protagoniste non erano angeli del focolare, ma donne attraversate dal desiderio, sottomesse e abusate da un potere maschile predatore, eppure animate da un’irriducibile fame di libertà. In un’epoca che chiedeva alle donne di essere oggetti del racconto, Elvira Notari le ha rese soggetto e motore della storia.

Il successo arriva quando Elvira Notari decide di filmare la vita vera, traducendo in immagini le canzoni popolari e i fatti della strada. Non racconta i drammi storici e aristocratici del cinema dell’epoca. Il suo cinema verace parla di povertà, di conflitti familiari, di pulsioni. E conquista subito il pubblico dei quartieri, infrangendo le frontiere: le sue pellicole riempiono i cinematografi di Little Italy, trasformandola nella regista simbolo della memoria e della nostalgia degli emigrati italiani nel mondo. Tra gli anni ’10 e ’20, Elvira Notari diventa una vera regina del botteghino. Il suo cinema viscerale e passionale trasforma la Dora Film in una potenza produttiva autonoma, capace di competere con le grandi case di distribuzione nazionali.

Sua grande fonte d’ispirazione fu il festival di Piedigrotta, grazie al quale riusciva a tradurre le canzoni del celebre festival partenopeo in drammi visivi. Le proiezioni della Dora Film facevano il tutto esaurito nei cinematografi napoletani e del Sud Italia. Erano veri e propri eventi di costume: il pubblico affollava le sale, cantava a memoria i brani di Piedigrotta su cui i film si basavano, piangeva e si immedesimava visceralmente con i personaggi dei vicoli. La forza delle sue pellicole era anche nell’uso della lingua napoletana, che costituiva la forte identità delle storie che raccontava.

Vista la popolarità in patria, Elvira Notari intuì il potenziale del mercato estero e aprì una filiale della Dora Film a New York. Negli Stati Uniti (Little Italy, Brooklyn, Chicago) e in Argentina, le sue pellicole diventarono un culto per gli emigrati italiani, che vi ritrovavano la lingua, la musica e l’anima della propria terra.

Elvira Notari e il paradosso di
essere donna libera e doverlo nascondere

Ma come ben evidenzia la regia di Valerio Ciriaci su RaiPlay, la storia di Elvira Notari si snoda dentro un paradosso tipicamente novecentesco. Da un lato la totale libertà creativa di una donna che inventa un cinema di popolo, usando i suoi stessi familiari e persino il figlio come attori (Eduardo diventa il popolarissimo “Gennariello”); dall’altro, la necessità di camuffare quell’autorevolezza. Perché quei film potessero essere accettati e distribuiti, Elvira Notari doveva farli firmare dal marito Nicola: una firma maschile a fare da scudo legale e sociale alla mente geniale di una donna.

Il paradosso della nostra memoria culturale sta tutto qui: per essere riconosciuti come pionieri del cinema italiano è sempre bastato il talento; per Elvira Notari il talento non bastava, perché aveva la colpa di essere donna. E nell’Italia del primo Novecento, una donna che non si faceva raccontare, ma pretendeva di raccontare il mondo, faceva troppa paura per essere tramandata alla storia.

Ciononostante Elvira Notari non si arrese mai a questo sistema patriarcale, e cercò con furbizia di raggirarlo. Ma la situazione precipitò con l’affermarsi del regime fascista. Il fascismo pretendeva un cinema che mostrasse un’Italia idilliaca, forte, patriarcale e senza macchia. I film di Elvira Notari — che mostravano la povertà di Napoli, la criminalità di strada, le passioni illegittime e soprattutto la violenza maschile e le fragilità sociali — vennero presi di mira dalla censura: tagliati, mutilati o direttamente vietati nelle sale italiane perché, secondo le motivazioni del regime, non rappresentavano la caratteristica della popolazione italiana.

Le sue pellicole vennero giudicate come prodotti a base di “pezzenti, posteggiatori, vicoli sporchi, scugnizzi e gente dedita al dolce far niente” e considerati “una calunnia per una popolazione che pur lavora e cerca di elevarsi nel tono della vita sociale e materiale che il regime imprime al Paese”. Fu così negata l’approvazione dei suoi film “che persistono su cliché che offendono la dignità di Napoli e dell’intera regione”. E censura fu.

Quando la morsa della censura fascista iniziò a stringersi attorno al suo cinema — pretendendo il taglio delle scene di violenza, miseria, passione illegittima o suicidio — Elvira Notari non si piegò, ma ideò un vero e proprio stratagemma del “doppio binario”: per le sale italiane preparava una versione edulcorata o tagliata, sottoposta al visto della censura ministeriale per evitare la confisca immediata; parallelamente, stampava e conservava una seconda copia integra e “clandestina” — fedele al suo sguardo originale, crudo e viscerale. Questa pellicola veniva affidata ai bastimenti e ai transatlantici in partenza dal porto di Napoli, spesso imbarcata tramite la fitta rete di emigranti, marinai o contatti diretti con la comunità italoamericana di New York.

Un vero e proprio contrabbando culturale grazie al quale le comunità italiane oltreoceano poterono continuare a vedere i film nella loro versione integrale, mentre in Italia le stesse opere venivano sforbiciate o bloccate. Fu proprio questa doppia vita delle pellicole a permettere alla Dora Film di sopravvivere finanziariamente ancora per diversi anni, prima che la stretta totale del regime sull’esportazione verso gli Stati Uniti e l’avvento del sonoro la costringessero alla resa nel 1930.

Il cortocircuito tra arte e politica:
oggi come allora

Impossibile non vedere un parallelo tra la storia di Elvira Notari e la nostra attualità: quante volte sentiamo voci politiche attaccare i crime drama contemporanei accusandoli di divulgare violenza e crimine, e di oscurare la Napoli solare, positiva e operosa? Questo cortocircuito tra potere politico e rappresentazione artistica di Napoli è una costante che attraversa più di un secolo di storia culturale.

Ieri come oggi, quando un’opera d’arte mostra le ferite, il degrado o la marginalità della città, la reazione di certa politica è identica, con l’accusa di “infangare l’immagine di Napoli”, la pretesa di un racconto edulcorato e rassicurante (“la Napoli che lavora, la Napoli da cartolina“) e il sospetto che raccontare il male equivalga a giustificarlo o a fare “cattiva pubblicità”.

Che si tratti delle ombre spietate di Gomorra, delle ferite e delle speranze tra le sbarre di Mare Fuori o della giovinezza bruciata raccontata ne La paranza dei bambini, la narrazione viscerale di Napoli continua ancora oggi a far discutere e a dividere. C’è sempre una parte del dibattito pubblico e della politica pronta a gridare al “danno d’immagine”, invocando racconti più decorosi e celebrativi. Ma la storia ha già dimostrato da quale parte stia la verità artistica: le opere che superano la prova del tempo non sono quelle che accarezzano la città con eleganza patinata, ma quelle che sanno immergere le mani nella carne viva delle sue contraddizioni.

Il grande merito del documentario di Valerio Ciriaci sta proprio nell’averci restituito la matrice profonda di questo modo di raccontare. Elvira Notari non è una polverosa reliquia del muto, ma la madre spirituale di tutta la migliore cinematografia contemporanea che rifiuta la finzione consolatoria per scendere nelle strade, ad altezza d’uomo e soprattutto di donna.

Riconoscerle finalmente il posto che le spetta nella storia del cinema italiano — liberandola dal cono d’ombra in cui era stata reclusa per la sola “colpa” di essere donna — non è quindi un semplice atto di giustizia tardiva. Significa ammettere che cent’anni fa una regista pioniera, armata solo di coraggio, talento d’impresa e di un’incontenibile fame di verità, aveva già inventato il linguaggio del nostro presente. E che quel suo sguardo libero, censurato dal potere ma mai domato, continua a parlarci ancora oggi con la stessa straordinaria, immutata urgenza.

Qui una biografia di Elvira Notari.

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