Andy Warhol è stato uno degli artisti che forse più di tutti ha incarnato le contraddizioni degli Stati Uniti e di un periodo così stravagante ma allo stesso tempo colorato come il fenomeno della Pop Art, tanto da ritornare in mostra a Milano presso la Fabbrica del Vapore, dopo un’assenza di oltre dieci anni, per essere raccontato in maniera inedita attraverso 300 opere.

La mostra dedicata al genio della Pop Art è curata da Achille Bonito Oliva con la collaborazione di Edoardo Falcioni, e mira a ripercorrere tutti i periodi storici in cui l’artista ha saputo innovare la storia dell’arte del ‘900, attraversando in modo trasversale moda, musica e imprenditoria.

Ripercorrere le grandi tematiche della sua produzione artistica a New York fino all’anno della sua morte: per fare tutto questo bisogna partire dall’individuo quando ancora si poteva parlare di distacco tra persona e artista, dove una vita traumatica (sofferenze infantili,spaesamento di solitudine e violenza) ma fatta anche di luci e ombre, finisce per sfociare nell’esplosione del colore. Così Enrico Pitzianti ci racconta un artista nel suo libro Andy Warhol. Inchiesta sul re della Pop Art.

Ogni artista inizia dallo sguardo interiore di quello che percepisce, e in maniera più evidente del panorama esterno in cui si trova a produrre: l’America di Andy Warhol è fatta di eventi che sconvolsero la cronaca e la storia: dalla serie dedicata ai Most Wanted Men a Gun, da Knives alla serie di sedie elettriche, fino alle immagini dell’assassinio di John Kennedy.

Warhol è anche l’ideale del sogno americano, le armi, l’ossessione di apparire e persino le sofferenze delle migrazioni

Quello dei primi anni cinquanta (dal punto di vista dell’arte contemporanea) è un panorama diviso a metà tra l’Informale in Europa e l’Espressionismo astratto negli Stati Uniti che si uniranno nel manifesto del New Dada, così da poter arrivare agli anni sessanta e ai colori della Pop Art (popular art) riflettendo un immaginario tipicamente americano e riempiendo gli sguardi glamour di intere generazioni.

Nasce nei circoli culturali inglesi e le sue basi vengono proposte nel 1952 a Londra dall’Indipendent Group e dagli intellettuali che ne facevano parte, promovendo eventi con lo scopo principale di sottolineare gli aspetti di una società sempre più attratta dalla tecnologia e da metodi innovativi di propaganda commerciale: un immaginario nuovo dove la società si riconosceva nei mass media e nei beni di consumo, rubando spazio e interesse ai  valori tradizionali.

La pubblicità diventa un veicolo fondamentale per gli artisti contemporanei, che sono rappresentati dai grafici pubblicitari, come uno sconosciuto Andy Warhol che da Pittsburgh si trasferisce a New York per diventare il profeta indiscusso del panorama mondiale che si esprimeva attraverso la Pop Art.

Il suo studio, la Factory diventa il centro stesso di una cultura glamour e lui stesso assumerà le sembianze di un’icona

Le celebri tavole della Campbell’s Soup e i Brillo Boxes vengono restituiti allo spettatore nella loro realtà di trompe l’oeil, dove il suo intervento come artista avviene sulle immagini già entrate nel quotidiano e i mezzi di comunicazione hanno più importanza del prodotto stesso.

Scompone e rimonta le immagini mediatiche sotto gli occhi di tutti, vi pone sopra una patina estetizzante, che allo stesso tempo vela e rivela tratti non immediatamente percepibili, lavorando attraverso la serigrafia per offrire il risultato indiscusso delle sue composizioni.

Un modo per riversare la sua vita quando non era artista, entrando nella narrazione di questo libro che consiglio di leggere, apprezzando l’uomo e criticandolo allo stesso tempo, perché ogni sua mostra possa diventare un dialogo, nella capacità di ascoltare la forza dello sguardo.

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