I vecchi con i quali siamo cresciuti, in campagna, ci hanno dato le chiavi per aprire tante porte per quante ne avremmo potute aprire, e dato tante scarpe per quante avremmo potuto consumare, ci hanno insegnato che con la loro esperienza saremmo andati lontano ed essere liberi.
Un vecchio contadino che non trasmette ai giovani esperienza del suo lavoro è come un albero senza frutti, inutile!

Oggi più che mai, in Teatro, e non solo, si dice: eravamo meglio noi, voi avete avuto di più, oppure, non avremo le vostre opportunità; frasi ascoltare dal buco di una serratura incastrata tra giovani e vecchi, che difficilmente si aprirà, eppure sappiamo che c’è bisogno di generare pace, praticare la solidarietà, essere il buon esempio, cioè, fare agli altri quello che vorresti facessero a te!
Ovvio che è più facile a dirlo che a farlo, ma se il nostro agire determina la società in cui viviamo la speranza sarebbe qualcosa di concreto: azioni fatte per il bene comune e non per sé stessi.

Ho incontrato diversi giovani, neodiplomati, che hanno trovato lavoro, da subito, con grandi teatri istituzionali, grandi registi, grandi attori, professionisti che sono modelli da seguire per diventare grandi artisti. Appena è crollato il sistema distributivo e il Teatro non è riuscito a dare lavoro a tutti gli attori, cosa hanno fatto alcuni di questi grandi nei confronti di alcuni di questi giovani?

Abbiamo tradito la loro speranza!
Gli abbiamo insegnato che è importante tenersi buoni i rapporti con chi ci dà lavoro; non lottare per i loro diritti.
Gli abbiamo insegnato che tutti per uno vale se va bene a tutti, oppure se tutto va bene, altrimenti ognuno deve proteggere il proprio curriculum e i propri riconoscimenti.
Per riprogrammare le future stagioni ci sarà posto solo per quelli avviati, che già sanno i ruoli che dovranno interpretare; non gli abbiamo insegnato che il futuro non è dei vecchi.

Gli abbiamo insegnato che il servilismo è padre del rispetto che otterranno e un confronto con un dirigente significa disonorare chi detiene il potere; non gliel’abbiamo detto che il servilismo e la mediocrità sono marito e moglie e non partoriranno, di certo, bellezza.
Gli abbiamo insegnato che fumare le canne insieme è una famiglia possibile, mangiare insieme dopo le prove e le repliche è una famiglia possibile,
prendere gli applausi tutti insieme è una famiglia possibile,
ma proteggere il più piccolo di questa famiglia è impossibile.
Gliel’abbiamo raccontato che la storia è così perché pure noi vecchi ne abbiamo passate tante e nessuno ci ha mai regalato niente, ma non dicendo che siamo vecchi un pò per fortuna e un pò perché qualcuno ha creduto in noi quando eravamo giovani.
Gli abbiamo insegnato che è meglio lasciar perdere perché insistere ti si ritorce contro, forse dovevamo dirlo che si può perseverare nella ricerca della giustizia, come hanno fatto alcuni grandi della storia, che nessuno prende più ad esempio.

Uno di questi giovani mi ha detto: non vogliamo cattivi maestri. Eh… come si fa a non esserlo? A scriverlo è facile e a dirlo anche di più.

Parlare con loro mi ha fatto bene.
Nell’idea che hanno del futuro c’è la realtà che stanno vivendo adesso, sono concreti ma sognano lo stesso; hanno utopie e frustrazioni come tutti, con invidie e rancori e quella sana voglia di spaccare il mondo, pur sapendo che non ce la faranno.
Grazie al cielo hanno ancora il desiderio di baciare, mordicchiare, toccare il sesso di chi li attrae; hanno la vita negli occhi, capelli lucenti e il cellulare a portata di mano, e hanno tanto, tanto, tanto altro nelle loro menti di giovani.
Non contemplano l’ipocrisia e l’egoismo, non ancora.