E’ molto probabile che io mi sia fatta un’idea sbagliata di questa ragazza dal viso apparentemente sereno che ora mi ritrovo esattamente alle mie spalle distesa su un letto d’ospedale, accanto a quello di Andrea. Mi guarda, mi sta guardando, lo sento. Mi fissa con occhi forti, come forte è il peso del suo sguardo: devo girarmi verso di lei e scrollarmi di dosso questa sensazione che sta per diventare insopportabile. Le restituisco un’espressione formale, degna della situazione, quando vengo improvvisamente bloccata dai suoi occhi: chiedono, mi scrutano, vogliono sapere, avere voce e spazio. Mi fissa. Le accenno un sorriso e mi sento una stupida perché non è compassione quella che provo, ma stupore. Lo stesso stupore che si prova davanti a un regalo inaspettato e per giunta indovinato! Mi giro tutta verso di lei, le porgo le braccia e la mia attenzione. Cosa mi vuole dire? Sta soffrendo, forse, inchiodata com’è a quel letto senza muovere nemmeno un dito… Ora sembra stia chiedendo il mio nome…e che faccio: glielo dico così come se me lo avesse chiesto davvero? Come fossi una pazza che parla da sola? No, meglio di no. O forse sì. Ciao io sono Adele”.

Ho i brividi a rileggere questo libro da tempo dimenticato in un angolo della libreria, scaffale dedicato alle mie pubblicazioni. Sono circondata da amici e parenti infettati dal Covid, oppure in attesa di risultati del tampone, preoccupati, in ansia per sè o per altri cari ammalati. Ho avuto anche dei lutti, o partecipato a lutti di miei vicini. So di persone in ospedale che non possono avere il sostegno affettivo e psicologico di alcuno. Ho una figlia che va a scuola (per ora), due genitori ottantenni, un fratello a Londra, il mio più caro amico a Bruxelles, e potrei continuare per dire che nessun luogo è sicuro, nessuno è al riparo, il male è ovunque, siamo circondati. Un incubo. Ora leggo che le mascherine per cui spendo quotidianamente soldi utili al fine di proteggermi e proteggere i miei cari potrebbero servire a poco o niente. E non si vedono spiragli, tra vaccini ritirati, nuove varianti ultracontagiose, probabile chiusura delle scuole e di tutto, mentre aumentano depressioni e suicidi (leggi lo studio pubblicato sulla rivista scientifica Plos One: Cognitive and mental health changes and their vulnerability factors related to COVID-19 lockdown in Italy).

In questo stato di grande vulnerabilità in cui mi sento, come molti, forse tutti, mi sono ricordata di questo romanzo, scritto a quattro mani con Paola Turci: andavo a casa sua, una volta a settimana, e, col suo cane tra noi, ci leggevamo ognuna il capitolo scritto. In una sorta di duetto letterario – o di sedute autogestite di psicoterapia 😀 – io e Paola Turci abbiamo costruito questa storia, ambientata in un ospedale, che un po’ ripercorreva l’incidente di Paola ma un po’ no, in cui comunque il tempo sospeso tipico delle stanze di degenza era il protagonista.

Ma se l’ambientazione può apparire angosciosa, tetra, fuori luogo in questo momento, in cui forse molti preferirebbero non sentir parlare sempre di malattia, di fatto si tratta di una storia molto vitale e piena di sostegno e speranza, e per questo consiglio proprio adesso la (ri)lettura. Alla base di tutto c’è un incontro fortuito, tra compagne di stanza di una terapia intensiva: a volte sono gli incontri più casuali a raccontare ciò che noi siamo veramente. Adele veglia il fidanzato Andrea, in coma dopo un incidente. Dora è immobilizzata nel letto accanto. In quella stanza asettica, satura di silenzi, dolore, viavai di medici e parenti (oggi non è più possibile), le due donne capiscono di essere l’una necessaria all’altra “come un regalo inaspettato”. Nasce un’intesa imprevista, fatta di sguardi e di piccoli gesti, un’amicizia nutrita non solo dalla sofferenza che le accomuna nel presente ma da quella che emerge dal passato di entrambe, testimoniata dalle cicatrici indelebili sul volto di Adele e nel cuore di Dora. Le due donne forti, determinate, libere, eppure tremendamente fragili, si parlano come non hanno mai fatto prima. Imparano a conoscere prima di tutto se stesse e ognuna, a suo modo, ritroverà la forza di ricominciare. Adele rimette ordine nei suoi pensieri e nella sua vita grazie alla tenacia della sua nuova amica. Dora impara giorno dopo giorno a parlare, a mangiare, a fidarsi degli uomini e dell’amore.

Una storia, questa scritta con Paola Turci, che ci racconta come gli ostacoli, anche i più terribili, possono essere invece trampolini per trasformare il proprio destino e riscrivere la propria vita, oggi direi anche influendo sul corso dell’intera umanità (soprattutto assumendo il concetto di responsabilità personale). Ed è proprio questo l’insegnamento che possiamo trarre, anche se è difficile, dalla tragedia planetaria che stiamo vivendo, magari ispirati (lo spero) da questa lettura che mostra il percorso di due donne distrutte che, imparando a trattare una disgrazia piombata improvvisa nelle loro vite come opportunità, si ritrovano a rinascere, scoprendosi più felici e simili a loro stesse.

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