In questo momento di grande disorientamento, di incertezza generalizzata del presente, di mancanza di orizzonti e scenari futuri, siamo alla ricerca di punti di approdo, di ancoraggi per sopravvivere allo spaesamento generato dall’emergenza sanitaria.

La pandemia che ha fatto irruzione nelle nostre vite ha posto allo scoperto, con innegabile evidenza, le disfunzionalità di un assetto socio economico globale ormai insostenibile: il cambiamento climatico, l’aumento endemico delle disuguaglianze sociali, lo scacco della democrazia e della politica al servizio delle forze economico/finanziarie.

Nella tragedia appare ormai evidente che non si può continuare ad aggiustare le cose alla vecchia maniera come è avvenuto con la crisi economica del 2008, ritornando con lo sguardo al passato, dando nuove vesti a vecchie logiche.

Non bastano riforme, c’è bisogno di una trasformazione radicale, di nuove mappe cognitive, di un nuovo paradigma che riesca a destrutturare una visione predatoria del mondo organizzata sulla massimizzazione dei profitti e sullo sfruttamento degli uni sugli altri, e ancor più sulle altre.

Occorre una nuova visione fondata sulla cura dell’ecosistema, delle persone, delle relazioni, che ribalti la gerarchia delle priorità, che riesca a sostenere le interconnessioni tra riproduzione e produzione in maniera più equa rileggendo priorità e bisogni.

Non è di certo facile, la resistenza è fortissima e passa anche attraverso la negazione dei dati di realtà, la svalutazione costante, se non addirittura l’oscuramento mediatico del punto di vista di chi propone narrazioni alternative a quella dominante e si oppone alla deriva dei diritti.

Ma qualcosa di importante e dirompente sta accadendo, disseminato e brulicante nel pianeta, si fa strada un po’ ovunque “il soggetto imprevisto della storia”, le donne.

L’elezione di Kamala Harris, prima vicepresidente degli Stati Uniti fiera delle sue origini indiane e giamaicane, è molto più di un’emozione per chi crede che l’affermarsi di una sia la vittoria per tutte, così come il prendere tempo del governo polacco per la nuova legge sull’aborto dopo le grandi proteste delle ultime settimane è molto più di una vittoria contro l’oscurantismo misogino.

Negli ultimi anni, con il movimento MeToo e con la marea femminista di NUDM, dall’America Latina agli Stati Uniti, passando per l’Europa, si propongono nuovi spazi di resistenza contro l’ordine sociale, economico, simbolico, politico, culturale che vanno ben oltre le lotte contro la violenza patriarcale, e rappresentano una rivoluzione esistenziale che parte dai corpi e dalle relazioni per immaginare un altro mondo.

E’ da questi spazi di resistenza e dalle piccole e grandi esperienze generatrici di trasformazioni possibili realizzati dalle donne in ogni ambito, che bisogna attingere l’energia necessaria per contrastare questa versione globalizzata di capitalismo neoliberale e la sua deriva autoritaria, razzista, misogina e omofoba.

Sono convinta, e non sono la sola, che sarà la forza delle donne ad attivare il cambiamento necessario perché il nostro obiettivo, come ci insegna il femminismo, non è partecipare alla gestione del potere ma promuovere una critica radicale del concetto stesso di potere quale condizione imprescindibile per una liberazione autentica.
Mio compito nelle pagine di questa rubrica sarà mostrarne la potenza e raccontarne la vitalità. Intanto volete un buon punto di partenza? Eccolo: Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, Feltrinelli, Milano 2013.

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