Guardate per favore il mio lavoro. Se è in grado di inspirare un profondo amore per l’umanità e la consapevolezza della meraviglia di ciò che siamo, sarò molto felice”. Lo dice Yayoi Kusama, sfoggiando la sua parrucca arancione elettrico e abiti con i suoi stilemi – le palle, le onde, e i colori, in questo caso sempre l’arancione – in un video, A message from Yayoi Kusama, pubblicato dalla galleria David Zwirner di New York (con sedi anche a Londra, Hong Kong e Parigi). Il messaggio è “contro questo terribile mostro” del Coronavirus.

In giro per il web ci sono tantissimi luoghi in cui ammirare l’arte di questa donna di 92 anni che ha ancora tanto da dire e da fare. Le sue sono installazioni di colore in luoghi della normalità che così diventano altro ed elevano lo sguardo dove altrimenti non andrebbe, se non a fatica, se non forse nel sogno. Una dimensione parallela che suscita la meraviglia che Yayoi Kusama cerca di inspirare: e anche un luogo di pace, onirico, in cui non sai se perderti oppure uscire di corsa per la troppa forza dei suoi sogni.

Yayoi Kusama nasce dall’ambivalenza: quella del rapporto con la madre che detestava ogni sua espressione artistica e cercava di distruggerla, quella con il proprio essere donna in un Paese maschilista come il Giappone; quella con l’attività di famiglia, che vendeva semi e verdure e piante: ed è come se questa primordiale immagine – di un meraviglioso campo di fiori bagnato di luce sfolgorante, pronto a inghiottirla – si ritrovasse in ogni sua opera. Anche qui, ancora ambivalenza: la bellezza della natura, dei fiori, del sole, e l’angoscia di essere risucchiata via proprio da quei colori e da quella luce.

E non potevano che essere i fiori ad attirare il suo sguardo quando per caso vide un libro con i dipinti di Georgia O’Keeffe: le scrisse e la O’Keeffe la invitò a New York. Erano gli anni Cinquanta e Kusama nella metropoli che non dorme mai rimase fino al 1973, tra manifestazioni per la pace nel Vietnam, femminismo e porte in faccia, sbattute per il suo essere donna, oltretutto giapponese, ancora peggio artista, quando le donne e l’arte erano soltanto un optional senza costrutto e senza sbocco.

Nella frenesia per il corpo del finire degli anni Sessanta, partecipa anche Yayoi Kusama: i pallini per cui diventerà famosa li disegna sul corpo dei visitatori che diventano così parte dell’opera. Poi però da New York se ne va. Torna in Giappone. Disegna, dipinge, inventa. I pallini, i reticoli, gli specchi, le enormi zucche a pois, i fiori giganti, le piante come grandi e inquietanti alghe colorate, le stanze dove ti perdi nelle accecanti macchie perfette di colore, spazi che paiono infiniti, dove non riesci più a sapere qual è la direzione, non hai più riferimenti, godi ma hai paura, una paura che non fa paura e che pesca in profondità che neanche sospettavi di avere.

Lei, la piccola giapponese timida, diventa la gigante esposta al Museum of Modern Art di New York, al Walker Art Center di Minneapolis, alla Tate Modern di Londra che sta per inaugurare la mostra Yayoi Kusama: Infinity Mirror Rooms al National Museum of Modern Art di Tokyo, nel 1994 collabora nel video Love Town con Peter Gabriel, a Tokyo apre un suo museo, il Yayoi Kusama Museum, nel 2012 collabora con Marc Jacobs, direttore artistico Louis Vuitton, e i suoi stilemi – pois colorati grandi e grandissimi, zucche, nervi biomorfici – entrano nella collezione della maison francese. Nel 2018 al Sundance Festival viene presentato un documentario a lei dedicato Kusama – Infinity. Al The New York Botanical Garden il 31 ottobre 2021 si inaugura la mostra Kusama: Cosmic Nature che esplora il rapporta dell’artista con la natura, che attraversa tutta la sua esistenza: ci saranno installazioni, ambienti fatti di specchi e forme organiche, le sculture a pallini a forma di zucca e fiori, dipinti, e un’installazione organica che cambierà nel corso dell’espozione. In estate, invece, le gallerie di Londra, Tokyo e New York: Victoria Miro, Ota Fine Arts e David Zwirner presenteranno My Eternal Soul, installazioni, dipinti e sculture di nuove opere dell’artista.

Yayoi Kusama ha scelto di vivere, fin dal suo ritorno da New York, in un ospedale psichiatrico, il Seiwa Hospital di Tokyo, dove dorme. Ogni mattina va nel suo studio, nello stesso quartiere in cui si trova il ricovero, Shinjuku, dove quelli che avrebbero dovuto essere i suoi tormenti psichici diventano opere d’arte.

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