Spesso la nostra superficialità ci fa credere amanti degli animali senza accorgerci che poi indossiamo scarpe di pelle bovina e cinture di coccodrillo, nell’illusione che siano materiali di scarto dell’industria della carne. Niente affatto: la produzione del pellame è un’industria rilevante tanto quanto quella delle carni. Quando compriamo una borsa di vitello, dobbiamo sapere che quel vitellino maschio è stato sottratto alla madre pochi giorni dopo la sua nascita, rinchiuso in un capannone e poi macellato in brevissimo tempo.

Inoltre la maggior parte dei prodotti in pelle e cuoio che compriamo in Europa arriva da Paesi in cui ci sono ancora meno regole e meno vigilanza, come in India, dove non esiste alcun rispetto della sensibilità dell’animale che viene sottoposto a crudeli sevizie per ottenerne la pelle.

Il mercato delle pelli esotiche

E se parliamo poi di pelli esotiche lo scenario si fa ancora più raccapricciante: pelli di serpenti, struzzi, coccodrilli, squali e canguri vengono crudelmente strappate da animali vivi come documenta una inchiesta di Peta Asia, l’ente internazionale di beneficienzaPeople for the Ethical Treatment of Animals – che protegge i diritti degli animali in tutto il mondo.

I serpenti vengono gonfiati con aria compressa e poi appesi a chiodi per scuoiarli mentre si agitano e si dibattono durante tutta l’esecuzione. I coccodrilli sono sottoposti a elettroshock, pugnalati con una lama di metallo, gonfiati e quindi scuoiati, secondo Peta, quando sono ancora vivi.

Tra le firme di alta moda messe sotto osservazione da Peta compaiono Hermès e Gucci, contro cui Peta suggerisce di agire inviando mail o messaggi whatsapp di denuncia da questa pagina.

Pochi di noi conoscono il business dei canguri in Australia, dove ormai sono considerati animali infestanti, quando invece sono animali originari di quelle terre dove hanno vissuto per milioni di anni in perfetto equilibrio ecologico. Eppure da quando sono state introdotte le pecore, per soddisfare l’industria della lana, i canguri sono diventati di troppo, perché sono stati accusati di competere con le pecore nell’utilizzo dei pascoli e dell’acqua. Da lì è nata l’industria del canguro che ne commercializza pelli e carni.

Stessa sorte tocca agli struzzi in Sudafrica, che è il principale produttore di questo animale non solo per le sue carni, ma anche per le piume e la pelle oltre che per le uova. Negli allevamenti gli struzzi vengono macellati al compimento di 12 mesi, e i pulcini vengono subito separati dalla madre. Eppure pochi si soffermano a pensare che la vita media di uno struzzo sarebbe di 40 anni, e che una madre struzzo vive con i suoi piccoli fino a tre anni di vita.

Dire NO alla pelle animale: il report della Lav

Tutto questo è straordinariamente documentato da un report della Lav, che fa un’attenta analisi di tutta la filiera di produzione delle pelli esotiche, per concludere che la crudeltà usata attualmente nel mercato delle pelli va oltre ogni possibile accettazione umana.

La profonda trasformazione che la nostra società sta attraversando, passando da un’epoca antropocentrica ad un’era ecocentrica, richiede che anche l’industria della moda si adegui a questa evoluzione dell’animo umano. La tecnologia moderna ormai consente di creare prodotti vegani di ottima qualità, in cui la materia prima non è più la pelle dell’animale ma risorse di origine vegetale, che poi vengono unite, attraverso procedimenti chimici, con sostanze di origine sintetica come il poliuretano.

Sono ormai tantissime le realtà industriali in cui borse, scarpe e cinture vengono fatte da risorse agricole, per lo più scarti vegetali come mais, patate, grano e persino la poltiglia avanzata dei succhi di frutta. Anche il fico d’india viene trattato per diventare un materiale morbidissimo per borse, divani e capi di abbigliamento.

L’alternativa esiste: fare la pelle
da piante e frutti

Una delle realtà aziendali più effervescenti in questo campo è Vegatex, un’azienda che, a seguito di lunghe ricerche, ha sviluppato materiali brevettati, prodotti e commercializzati come alternativa sostenibile alla pelle: è il caso di AppleSkin, LemonSkin e BarleySkin, materiali ottenuti dagli scarti di produzioni alimentari. In particolare Appleskin è un materiale ricavato dalla vinaccia e dalla buccia di mela scartate dall’industria delle bevande, come sidro, succo e composta. LemonSkin è ottenuto da un sottoprodotto della limonata o del succo di limone, e BarleySkin è un prodotto co-sviluppato da VEGATEX e Budweiser APAC nel 2021, ottenuto da un derivato dell’orzo avanzato dalla lavorazione della birra.

Un altro lodevole esempio è Desserto, un’azienda che produce una pelle vegana dal fico d’India. Prodotto in un’ampia varietà di colori, spessori e texture, Desserto è un materiale che sostituisce perfettamente la pelle di origine animale nella produzione di borse, scarpe e accessori di moda, ma anche nel settore delle automobili. In Messico, nello stato di Zacatecas, hanno un ranch dove si coltivano i cactus selezionando solo le foglie mature della pianta senza danneggiarla. Questo straordinario materiale viene realizzato grazie alla biopolimerizzazione delle foglie più mature del cactus, che subiscono prima un processo di essiccazione al sole e poi vengono lavorate con un particolare sistema brevettato.

Per chi vuole diventare un cittadino più consapevole e informato, l’associazione Vesti la natura fornisce un elenco di oltre 120 fornitori, grossisti o rivenditori, con indirizzi email o siti web, da cui si possono acquistare capi di abbigliamento, biancheria intima, capi sportivi, beachwear e accessori in pelle cruelty free a fronte di una donazione di 30 euro. Un gesto semplice che può cambiare il nostro approccio al consumo.

Il mercato lo facciamo noi consumatori: se decidiamo di dire NO alla pelle animale, saranno le aziende a doversi adeguare. Nessuna scelta è più semplice di questa, perché le alternative già esistono, aspettano solo di essere acquistate da noi. Nulla che indossiamo deve aver fatto soffrire un animale. Questo è il passo che noi esseri umani siamo destinati a fare se vogliamo restare umani.

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