(English translation below)
Ci siamo abituati ai colori in questi tempi… quelli della gradazione giallo-arancione-rosso, che in termini di protezione civile indica le azioni progressivamente più importanti da prendere per fare fronte all’accadimento di fenomeni naturali.
Eruzioni vulcaniche e terremoti sono classicamente percepiti come eventi naturali. Come la dinamica dell’atmosfera, anche se con il cambiamento climatico abbiamo imparato a nostre spese che l’attività umana può interagire significativamente con i processi naturali, forzandoli in direzioni inconsuete e soprattutto potenzialmente dannose per gli stessi agenti modificatori: noi!

La relazione delle cause e degli effetti è un tema difficile da ricostruire con esattezza in sistemi complessi, come la nostra Madre Terra. E’ il caso, quello di Pacha Mama – come la chiamano in America le popolazioni di lingua Quechua – in cui è appropriato descrivere l’evolversi dei fenomeni naturali e delle loro interazioni con le attività antropiche in termini di modelli di probabilità.
Nessuno scienziato o scienziata seria dirà “domani ci sarà con certezza un terremoto o un’eruzione qui o là”. Tuttavia possiamo usare quello che sappiamo del comportamento passato (per esempio il catalogo sismico o il catalogo delle eruzioni) e poi quello che sappiamo in termini di leggi fisiche, chimiche e termodinamiche che riteniamo descrivano i vari fenomeni, per impostare modelli che ci dicano, nei limiti dello stato attuale delle conoscenze, con quale probabilità un certo fenomeno accadrà, in un certo luogo, in un certo intervallo di tempo e con una certa intensità.

Da vari anni agli scienziati è richiesto anche un altro tipo di valutazione, in un certo senso anche più spinosa, che è quella di valutare come alcune attività umane interferiscano e determinino fenomeni potenzialmente dannosi. Il più noto è il caso del cambiamento climatico. E’ noto anche il caso del fracking, una procedura di iniezione di fluidi ad alta pressione in pozzi profondi usualmente 2-3 km, ma anche 4 km e più, finalizzata a fratturare le rocce per migliorare l’estrazione di gas naturale, petrolio o di altri fluidi, come quelli geotermici.

Questo procedimento può infatti innescare o indurre terremoti. La maggior parte di questo tipo di terremoti sono di intensità minima, in larga misura nemmeno percepibile, ma sebbene infrequenti e pochi, alcuni, in alcune parti del mondo hanno raggiunto magnitudo che hanno creato danni e preoccupazione nei residenti, soprattutto dove le rocce che vengono fratturate sono già soggette a sforzi tettonici, come nel progetto di Basilea, Svizzera, quando tra il 2006 ed il 2007 alcuni sismi indotti da iniezione di fluidi in pressione superarono la Magnitudo 3.

Il più forte tra quelli riconosciuti come indotti da attività antropiche è avvenuto negli Stati Uniti, in Oklahoma, nel 2016, ed ha raggiunto la ragguardevole magnitudo di 5.8 (fonte US Geological Survey). E’ importante dire che il fracking non si pratica in Italia, né sono previsti progetti di questa natura.  E tuttavia molte e molti ricorderanno come la parola fracking irruppe nel vocabolario nazionale dopo il sisma del 2012 in Emilia quando sui media veniva indicata come possibile causa di quel sisma, fatto però assolutamente non vero. Quel dibattito, sebbene infondato, portò alla formazione della Commissione ICHESE (International Commission on Hydrocarbon Exploration and Seismicity in the Emilia Region), voluta dalla Regione Emilia-Romagna e costituita da eccellenti sismologi italiani e internazionali con lo scopo di definire se come e quanto, l’attività estrattiva (petrolifera, di gas, di acqua, geotermica…ma non il fracking che non si praticava e non si pratica!) avesse potuto innescare o indurre sismicità.

Ebbene, come ipotizzabile, dato che Pacha Mama è un sistema complesso, i risultati della commissione sono rimasti nei termini probabilistici… molto poco probabile. All’ombra di questa incertezza il dibattito si è spostato dal fracking a quello relativo a qualunque attività estrattiva tradizionale, esaltata dalla concomitante e montante richiesta di abbandonare le fonti fossili (petrolio e gas) per quelle rinnovabili (sole, vento, maree, idroelettrico, geotermico, biomassa).

Ma tra le attività estrattive tradizionali c’è anche la rinnovabile geotermia che almeno in Italia ne è uscita travolta da un’ondata di ostilità diffusa, per paura dei possibili effetti collaterali. E qui le cose si complicano perché oltre alle cause e agli effetti sui fenomeni naturali, ci sono le cause e gli effetti sui fenomeni culturali. E’ certo infatti che le pratiche industriali sono state condotte in gran parte, e ovunque nel mondo, in modo largamente predatorio (mi si scusi la semplificazione), senza coinvolgere se non addirittura espropriando le popolazioni locali e tanto più quanto più marginali sono state considerate, come nei progetti estrattivi nella foresta amazzonica. Al contempo oggi si vestono di difensori dell’ambiente e si oppongono a progetti anche di valore e ben proposti, anche alcuni movimenti e amministratori locali che in realtà più che vittime dell’industrialismo sono affetti da quella che è nota come sindrome di Nimby (acronimo di Not in my backyard), cioè le cose si facciano ovunque “purché non nel mio giardino”.

Si, perché non possiamo dimenticare che non esistono azioni prive di conseguenze, anche per l’uso delle energie rinnovabili, come nel caso della geotermia, di cui così tanto abbiamo bisogno. Il solare ad esempio ha bisogno di batterie per accumulare l’energia in eccesso che si produce quando c’è il sole e rilasciarla quando il sole non c’é. E di smaltirle. Queste batterie sono fatte con il litio che in questi anni ha subito un aumento immenso di valore e di sfruttamento a scala globale, spesso con esiti ambientali e sociali gravissimi, però altrove in Africa come in America del Sud. E chi non ricorda le grandi preoccupazioni per la perdita di habitat e la deportazione di intere popolazioni per la costruzione delle grandi dighe a scopo idroelettrico di Assuan in Egitto o sul Fiume Giallo in Cina? Per non parlare del nostro Vajont. E che dire della conversione forzata di milioni di km quadrati di terra fertile a monocolture per biomassa, di nuovo sempre “lontane dai nostri giardini”, possibilmente in Africa e in America del Sud?

Quindi come scegliere? Chi ha ragione? Le compagnie industriali o le popolazioni locali? A pelle direi sempre le seconde, ma oggi la linea di demarcazione non è sempre così chiara. La predazione industriale non è accettabile. Allo stesso tempo Nimby non è accettabile. Il cambiamento climatico e l’inquinamento impongono la ricerca di fonti rinnovabili, ma nessuna di queste è senza conseguenze più o meno vicine, più o meno intense. Usare un approccio scientifico e probabilistico alla previsione delle conseguenze delle nostre scelte è una modalità accettabile, nonché l’unica allo stato attuale delle conoscenze, ma chi e come le gestisce, come includere realmente nei processi decisionali chi subisce le possibili conseguenze e in quale quadro generale legato ad una visione del bene comune, sono tutti temi attualmente irrisolti sui quali sono necessari esperimenti reali che possano diventare best practices da imitare. Così come sarebbe utile iniziare a costruire una banca dati delle worst practices, per imparare dagli errori del passato.

Il caso della geotermia in Italia è esemplare sia per le best che per le worst. E’ infatti in Italia che a Larderello in Toscana, si realizzarono le prime turbine della storia capaci di produrre energia elettrica dal vapore della Terra. E quel campo geotermico, insieme al Monte Amiata, rappresenta ancora oggi uno dei principali al mondo, sia per capacità di produzione elettrica, sia per le tante innovazioni tecnologiche sviluppate, che negli anni hanno visto ridurne considerevolmente l’impatto ambientale a partire dallo sviluppo del sistema AMIS, unico al mondo, per l’abbattimento pressoché integrale delle emissioni nocive di arsenico, mercurio e zolfo. In questo quadro è sicuramente una best practice ad esempio l’iniziativa di Slow Food e del Co.Svi.G. (Consorzio per lo Sviluppo dell’Energia Geotermica) che hanno promosso dal 2009 la Comunità del Cibo a Energie Rinnovabili della Toscana, finalizzata a unire i produttori di cibo locale con processi ad emissione 0 legati alla geotermia, come ad altre fonti rinnovabili.

Ed è stata senz’altro una worst practice il caso della centrale pilota di Latera (Viterbo) dove nel 1999 le fasi iniziali di estrazione dei fluidi geotermici vennero condotte con tale imperizia da causare severe piogge acide, nonostante il citato sistema AMIS fosse già in funzione negli impianti del Monte Amiata, trasformando la popolazione locale da molto favorevole a nemica della geotermia e chiudendo l’impianto prima ancora di aver prodotto energia. Popolazione locale che non ha visto soddisfazione, né nella giustizia che non ha identificato responsabili, né nel recupero del territorio che ancora vede la centrale abbandonata in mezzo a distese di serre altrettanto abbandonate e ormai marcescenti. Ironicamente se vi affacciate oggi al belvedere di Valentano vedrete il campo geotermico Latera abbandonato e dominato sullo skyline dagli impianti eolici.

Difficile lamentarsi poi del fatto che un recente progetto di geotermia, altrettanto pilota, poco lontano da Latera sebbene nel comune umbro di Castelgiorgio (Terni) abbia trovato oggi l’opposizione compatta della popolazione locale e degli amministratori anche in merito alla possibile induzione di sismicità. Se volete leggere le motivazioni pro e contro e farvi una vostra idea vi consiglio i siti web della compagnia che propone l’impianto, l’ITW Geotermia Italia e dell’Associazione Bolsena Lago d’Europa che difende il territorio contro questo impianto.

Da parte mia provo a delineare alcune linee guida.

  1. La riduzione progressiva ma veloce dell’uso di combustibili fossili è una richiesta ineludibile delle nuove generazioni per ridurre l’inquinamento e correggere le cause antropiche che influiscono sul cambiamento climatico. Qualunque soluzione in termini di scelte energetiche, sebbene benvenuta, non è e non sarà priva di conseguenze. Nemmeno la geotermia. Assumersi la responsabilità di queste scelte e delle loro conseguenze è una necessità. Ogni paese dovrebbe redigere un piano energetico che chiarisca non solo gli obiettivi di riconversione al rinnovabile, ma anche quale parte delle conseguenze, certe o possibili, verrà sostenuta dalle proprie comunità e quanta parte verrà esportata, ossia chi e dove dovrà sostenere gli effetti lontano dal nostro giardino.
  2. Sia le comunità locali che quelle lontano dal nostro giardino devono essere messe in grado di partecipare attivamente ai progetti che le coinvolgono, alla definizione del valore e del beneficio sia materiale (ad esempio il minor costo della bolletta o i reinvestimenti dei profitti nel territorio) che immateriale (ad esempio il riconoscimento dell’offerta del proprio territorio per la realizzazione di un obiettivo alto, per il bene comune) e dei rischi (in termini di probabilità) accettabili in funzione del valore che viene creato. Noi esseri umani siamo infatti certamente capaci di assumerci dei rischi se il valore è chiaro. Lo facciamo tutti i giorni prendendo la macchina (rischio basso). Lo facciamo quando prendiamo un aereo (rischio basso). Lo facciamo quando andiamo a scalare in montagna (rischio più alto). Ci sono sempre rischi nel vivere, ma il valore del muoversi, del divertirsi per non parlare dei rischi che si assumono milioni di eroi senza nome nelle tantissime lotte per i diritti delle persone (rischio a volte altissimo), come di coloro che lasciano la loro terra in cerca altrove di miglior fortuna per sé e per le proprie famiglie (rischio sempre altissimo), ci raccontano di una umanità capace di sostenere anche rischi importanti. A patto che sia possibile sempre scegliere di non correrli se non ne vale la pena o se il rischio è inaccettabilmente alto. A patto che il progetto ed il valore siano sentiti come propri e non solo di interessi privati.
  3. La geotermia è una sorgente importante di energia rinnovabile e può contribuire significativamente al risparmio di combustibili fossili. Un paese come il nostro ha una disponibilità elevatissima di questa energia ed è importante utilizzarla. Le stime dell’Unione Geotermica Italiana ci dicono che è possibile moltiplicare per otto l’attuale contributo della geotermia al cocktail energetico nazionale entro il 2050. Sono state fatte molte cose buone e molte cose cattive nel passato intorno a questa fonte di energia rinnovabile (come in qualunque altro comparto industriale). E’ necessario ricostruire le basi di condivisione e fiducia intorno a questa risorsa e non è possibile delegare ai privati questo ruolo. Attualmente si vede solo uno scontro tra compagnie industriali che vogliono realizzare progetti e comunità locali che vi si oppongono, più o meno supportato da una parte e dall’altra da qualche consulente scienziato o da amministratori locali. La ricostruzione passa dai punti 1 e 2 di questo elenco ossia non può prescindere da un progetto strategico e dalla condivisione dei valori, cose su cui l’intero sistema paese deve essere reso partecipe. Così come dalla chiara definizione dei metodi per definire i rischi o impatti associati (vicini e lontani) e dunque consentire la scelta consapevole dei progetti praticabili.
  4. La geotermia è una fonte energetica molto versatile. Si va dalla produzione di energia elettrica da fluidi con temperature > 120°C che si trovano a grandi profondità, agli usi diretti delle acque calde < 100°C per riscaldamento e altre applicazioni, che si trovano a profondità minori, fino al semplice uso del calore dei primi 100-400 m di profondità per fare funzionare le piccole pompe di calore che usiamo comunemente nelle case. La crisi della geotermia sembra aver travolto tutto, per cui oggi è difficile fare una centrale elettrica come un molto più semplice e molto meno (se non per nulla) impattante impianto di teleriscaldamento o addirittura un pozzetto per riscaldare una casa. Abbiamo fiumi di acque calde nel nostro sottosuolo che possono e debbono essere utilizzate per contribuire ad abbattere il consumo di combustibili fossili. Nel rispetto dell’ambiente. Insieme alle comunità locali. Consapevoli degli eventuali elementi di pericolosità. Quindi non ovunque, non a tutti i costi. Ma rinunciare significa solo dare ad altri il cerino, il più delle volte lontano dal nostro giardino, dove i predatori industriali sono più feroci, senza regole e le difese delle popolazioni e dell’ambiente esposti più fragili.
  5. Dulcis in fundo il tema che in realtà è alla base di tutto. Indipendentemente dal modo con cui produrremo energia e/o la risparmieremo, l’ambiente sia umano che naturale non saranno migliori se quello che produciamo, come lo produciamo e perché lo produciamo non sarà per il benessere delle persone e dell’ambiente. Di tutte le persone e non solo di poche. Di tutto l’ambiente. E’ da questo cambiamento che può nascere un modo nuovo di affrontare anche un progetto di sviluppo di un campo geotermico. Perché se alla base c’è il benessere di tutte le persone, allora non sarà possibile progettare qualcosa contro di esse. La probabilità di conseguenze negative per quanto bassa non sarà mai nulla, ma sicuramente nessuno avrà nascosto o manipolato informazioni per proprio tornaconto.

E se vorrete dirmi che tutto ciò è utopia, accetto il commento e lo condivido, come un complimento!

ENGLISH VERSION

Geothermal energy yes or no? Facts and case studies to learn more

We have become accustomed to colours in these times … those of the yellow-orange-red gradation, which in terms of civil protection indicates the progression of actions to be taken to face the occurrence of natural phenomena. Volcanic eruptions and earthquakes are classically perceived as natural events. Like the dynamics of the atmosphere, even though with climate change we have learned the hard lesson that human activity can significantly interact with natural processes by forcing them in unusual directions and above all potentially harmful to the modifying agents themselves: us!

The relationship between causes and effects is difficult to reconstruct exactly in complex systems, such as our Mother Earth. This is the case, that of Pacha Mama – as Quechua-speaking populations call it in America -, in which it is appropriate to describe the evolution of natural phenomena and their interactions with anthropogenic activities in terms of probability models. No serious scientist might say “tomorrow there will certainly be an earthquake or an eruption here or there”. However, we can use what we know about past behavior, for example the seismic catalog or the catalog of eruptions, and then what we know in terms of physical, chemical and thermodynamic laws that we believe describe the various phenomena to set models that tell us, within the limits of the current state of knowledge, what is the probability that a certain phenomenon will happen, in a certain place, in a certain interval of time and with a certain intensity.

For several years, scientists have also been asked for another type of evaluation, in a way even more thorny, which is that of evaluating how certain human activities interfere and determine potentially harmful phenomena. The best known is the case of climate change. The case of fracking is another known example, i.e. the injection of high pressure fluids in wells usually 2-3 km deep, but also down to 4 km and more, aimed at fracturing rocks to improve the extraction of natural gas, oil or of other fluids, such as geothermal ones. This process can trigger or induce earthquakes. Most of this type of earthquakes are of minimal intensity, to a large extent not even perceivable, but although infrequent and few, some, in some parts of the world have reached magnitudes that have caused damages and concern in residents, especially where the rocks are already tectonically stressed, such as in the Basel project, Switzerland, where, between 2006 and 2007, some earthquakes induced by injection of pressurized fluids exceeded Magnitude 3. The strongest of those recognized as induced by anthropogenic activities occurred in the United States, in Oklahoma, in 2016, and reached the remarkable magnitude of 5.8 (source US Geological Survey). It is important to say that fracking is not practiced in Italy, nor are there any projects of this nature. And yet many will remember how the word “fracking” broke through into the Italian vocabulary after the 2012 earthquake in Emilia, when it was indicated in the media as a possible cause of that earthquake, but this is absolutely not true. That debate, although unfounded, led to the formation of the ICHESE Commission (International Commission on Hydrocarbon Exploration and Seismicity in the Emilia Region; https://ambiente.regione.emilia-romagna.it/it/geologia/geologia/geologia-emilia-romagna / commission-ichese), commissioned by the Emilia-Romagna Region and formed by excellent Italian and international seismologists with the aim of defining whether, how and how much, the extraction activity (oil, gas, water, geothermal fluids… but not the fracking that was not practiced and is not practiced!) could have triggered or induced seismicity. As conceivable, given that Pacha Mama is a complex system, the results of the Commission were probabilistic… very unlikely. Within such uncertainty, the debate has shifted from fracking to that relating to any traditional extraction activity, enhanced by the concomitant and rising request to abandon fossil sources (oil and gas) for renewable ones (sun, wind, tides, hydroelectricity, geothermal, biomass). However, among the traditional extractive activities there is also the renewable geothermal energy, which at least in Italy has been overwhelmed by a wave of widespread hostility, for fear of possible side effects. And here things get complicated because in addition to causes and effects on natural phenomena, there are causes and effects on cultural phenomena. On the one side, it is certain that industrial practices have been conducted largely, and everywhere in the world, in a largely predatory way (excuse me for the simplification), without involving or even literally expropriating local populations, the more the more marginal they were considered, as in mining projects in the Amazon rainforest. At the same time today, play the role of defenders of the environment and are opposed to valuable and well proposed projects, even some movements and local administrators who in reality, more than victims of industrialism are affected by what is known as the Nimby syndrome (acronym of “Not in my backyard”), that is, things can be done everywhere “as long as not in my garden”.

Yes, because we cannot forget that there are no actions without consequences, even for the use of renewable energy that we need so much. For example, solar power needs batteries to accumulate excess energy that is produced when the sun is shining and release it when the sun is not there. And needs to dispose of them. These batteries are made with lithium which in recent years has undergone an immense increase in value and exploitation on a global scale, often with very serious environmental and social outcomes…”in someoneelses’ garden” in Africa such as in South America. And who does not remember the great concerns for the loss of habitat and the “deportation” of entire populations for the construction of the large hydroelectric dams in Aswan in Egypt or on the Yellow River in China. Not to mention our Vajont. And what about the forced conversion of millions of square km of fertile land to biomass monocultures, again always “far from our gardens”, possibly in Africa and South America?

So how to choose? Who’s right? Industrial companies or local populations? In principle I would always support the latter, but today the dividing line is not so clear. Industrial predation is not acceptable. Nimby attitude is also not acceptable. Climate change and pollution require the search for renewable sources, but none of these are without more or less close, more or less intense consequences. Using a scientific and probabilistic approach to predicting the consequences of our choices is an acceptable method, as well as the only one in the current state of knowledge, but who and how manages them, how to really include in decision-making processes who suffers the possible consequences and in what general framework, these are all currently unsolved issues on which real experiments are needed that can become best practices to be imitated. Just as it would be useful to start building a database of worst practices, to learn from the mistakes of the past.

The case of geothermal energy in Italy is exemplary both for the best and for the worst. It is in fact in Italy that the first turbines in history were built in Larderello in Tuscany capable of producing electricity from the steam of the Earth. That geothermal field, together with the nearby Monte Amiata, is still today one of the most important in in the world, both for its electricity production, and for the many technological innovations developed, which over the years have seen a considerable reduction of the environmental impact, starting from the development of the AMIS system, unique in the world, for the almost complete reduction of harmful emissions of arsenic, mercury and sulfur ( http://www.arpat.toscana.it/temi-ambientali/sistemi-produttivi/impianti-di-production-di-energia/geotermia/controllo-delle-emissioni/abbattimento-delle-emissioni-delle-centrali-geotermiche) . In this context, the Slow Food and Co.Svi.G. (Consortium for the Development of Geothermal Energy) initiative is certainly a best practice, as it promoted the Renewable Energy Food Community of Tuscany since 2009, aimed at uniting local food producers with zero-emission processes linked to geothermal energy, as well as other renewable sources.

By contrast, the case of the pilot plant of Latera (Viterbo) was undoubtedly a worst practice, where in 1999 the initial phases of extraction of geothermal fluids were carried out with such inexperience and irresponsibility as to cause severe acid rain even though the aforementioned AMIS system was already in operation in the plants of Monte Amiata, transforming the local population from very favorable to geothermal enemy and closing the plant even before having produced energy. Local population that has not seen satisfaction, neither in justice that has not identified any responsible, nor in the recovery of the territory that still sees the plant abandoned in the midst of equally abandoned and now rotting greenhouses. Ironically, if you look out today at the Valentano lookout, you will see the Latera geothermal field abandoned and dominated by the windmills on the skyline.

Within such context, it is difficult to complain about the fact that a recent project, not far from Latera, although in the Umbrian municipality of Castel Giorgio (Terni) today it is facing the strong opposition of the local population and administrators. If you want to read the reasons for and against the project and get your own idea, I recommend the websites of the company that proposes the plant, ITW Geotermia Italia (http://www.geotermia-castelgiorgio.it/) and the Bolsena Association Lake of Europe (http://www.bolsenalagodeuropa.net/pagina-principale/geotermia/).

On my side, I want to outline some guidelines.

1) The gradual but rapid reduction in the use of fossil fuels is an unavoidable request of the new generations to reduce pollution and correct the anthropogenic causes that affect climate change. Any solution in terms of energy choices, although welcome, is not and will not be without consequences. Taking responsibility for these choices and their consequences is a necessity. Each country should adopt an energy plan that clarifies not only the objectives in terms of conversion to renewable energy, but also which part of the consequences, certain or possible, will be on their communities and how much will be exported, i.e. who and where will have to bear them “far from our garden “.

2) Both local communities and those “far from our garden” must be enabled to actively participate in the projects that involve them, to define the value and the material benefits (for example the lower cost of the electric bill or the reinvestment of profits in the territory) and immaterial (for example the recognition of the “offer” of their own territory for the realization of a high objective, for the common good) and of the risks (in terms of probability) acceptable according to the value created. In fact, we human beings are certainly capable of taking risks if the value for which to take that risk is clear. We do this every day by driving our car (low risk). We do this when we take a plane (low risk). We do this when we go mountain climbing (higher risk). There are always risks in living, but the value of moving, of having fun, not to mention the risks that millions of nameless heroes take in the many struggles for people’s rights (sometimes very high risk), as well as those who leave their land in search of better life elsewhere for themselves and their families (always very high risk), tell us of a humanity capable of supporting even important risks. Provided that the project and the value are felt as their own.

3) Geothermal energy is an important source of renewable energy and can significantly contribute to the saving of fossil fuels. A country like ours has a very high availability of this energy and it is important to use it. The estimates of the Italian Geothermal Union tell us that it is possible to multiply by eight the current contribution of geothermal to the national energy cocktail by 2050. Many good things and many bad things have been done in the past around this renewable energy source (such as in any other industrial sector). It is necessary to rebuild the basis of sharing and trust around this resource and it is not possible to delegate this role to individuals and private enterprises. Currently we only see a clash between companies that want to implement projects and local communities that oppose them, more or less supported on both sides by some consultant scientist and local administrators. The reconstruction passes from points 1 and 2 of this list, that is, it cannot ignore a strategic project and the sharing of values, things in which the entire country system must be involved.

4) Geothermal is a very versatile energy source. They range from the production of electricity from fluids with temperatures> 120 ° C which are found at great depths, to the direct uses of hot waters <100 ° C for heating and other applications, which are found at shallower depths, up to the simple use of heat of the first 100-400 m of depth to operate the small heat pumps that we commonly use in homes. The geothermal crisis seems to have overwhelmed everything, so today it is difficult to make a power plant as a much simpler and much less (if at all) impactful district heating system or even a well to heat a house. We have rivers of warm waters in our subsurface that can and should be used to help reduce the consumption of fossil fuels. Respecting the environment. Together with local communities. Aware of hazards. But giving up only means move the problem, usually “far from our garden”, where industrial predators are more ferocious, without rules and the defenses of the exposed populations and the environment more fragile.

5) Last but not least the theme that is actually the basis of everything. Regardless of the way we produce energy and / or save it, both the human and natural environment will not be better if what we produce, how we produce it and why we produce it is not for the well-being of people and the environment. Of all people and not just a few. Of the whole environment. It is from this change that a new way of approaching a development project for a geothermal field can arise. Because if the well-being of all people is at the base, then it will not be possible to plan anything against them. The probability of negative consequences, however low, will never be zero, but surely no one will have hidden or manipulated information for their own interest.

And if you want to tell me that all this is utopia, I accept the comment and share it, as a compliment!