L’orrore della guerra è nei nostri occhi: i suoi eccidi, le distruzioni, l’annichilimento dell’umanità. La guerra ha le sue regole, il suo diritto, le sue strategie. La guerra è un patto, ci ricorda Michel Serres nel suo libro Il contratto naturale, un contratto tra belligeranti per risolvere, temporaneamente o definitivamente, un contrasto che non è più gestibile attraverso il dialogo, l’ascolto, il compromesso equilibrato.

La guerra, sembra assurdo, è una sorta di contratto sociale, regolato da norme, un accordo tra le parti per stabilire regole e responsabilità, un tentativo di dare dignità all’indegnità, di mantenere una dimensione morale all’interno di una cornice di immoralità.

La guerra si dichiara e si attua, termina con un accordo, oppure con uno stato di belligeranza congelato. Ci sono vinti e vincitori, ma anche vinti e vinti, così come solo vincitori.

Ogni guerra è uguale a tutte le guerre, non per gli storici e i politici. Non esistono guerre senza che i civili vengano risparmiati: sono sulla linea del fronte, nelle retrovie, a fianco di invasori e invasi, sono tra essi.

Se questa è la realtà della guerra dichiarata e regolata, esiste anche una guerra in cui sono i civili l’obiettivo deliberato, l’arma del terrore, l’obiettivo della ferocia sregolata. Il patto è rotto, non ci sono più regole da violare, non esistono più regole né alcuna possibilità di umanità. Non esiste giudizio, solo il nulla del non-essere. Questa è la guerra tra gli esseri umani.

La guerra tra esseri umani e natura

Ma ogni guerra è anche guerra tra esseri umani e natura. In questo caso non esistono regole da trasgredire, c’è sempre un vincitore umano, sempre una natura sconfitta e umiliata dall’insensatezza e dalla follia.

Non c’è un diritto, non ci sono norme. È una guerra nascosta, non dichiarata, non raccontata, mai quantificata, mai conclusa. I suoi effetti si allungano nello spazio e nel tempo, sono irreversibili, striscianti, alteranti, disturbanti.

I pozzi del Kuwait in fiamme della guerra del Golfo bruciano olio accumulato in milioni di anni, liberano nell’atmosfera tonnellate di gas serra, avvelenano la sabbia del deserto. Immagine simbolica e reale, carica di tragicità di un mondo fossile agonizzante abitato da un essere umano svuotato della sua essenza naturale, foriera di futuri lutti e degrado.

La giungla del Vietnam arsa dal napalm e dalla chimica, è inondata da piogge indotte con tecniche di geoingegneria militare per impantanare il nemico e interrompere il suo movimento invisibile nella fitta vegetazione.

I fiumi e le pianure dell’Ucraina sono violentate da metalli lavorati, spersi tra le acque ed i suoli. Un equilibrio perfetto e mutabile tra l’operosità umana e le dinamiche naturali viene improvvisamente sconvolto dalla tecnologia della morte.

Il tempo non è dalla nostra parte

La guerra umana sulla natura e le sue minacce che per secoli hanno messo a repentaglio la nostra esistenza, è un insieme di battaglie vinte, ma sono vittorie di Pirro: questa guerra sembra ormai persa. Nel tempo umano siamo vincitori, nel tempo naturale siamo miseramente sconfitti.

I rapporti dell’IPCCIntergovernamental Panel on Climate Change – sono bollettini di guerra scolpiti nella pietra della storia. Il nemico è alle porte, nessun dubbio. Abbiamo provato a vincere una guerra senza aver mai tentato, coscienziosamente, di trovare un accordo, di sottoscrivere un contratto naturale, come invocato ancora da Michel Serres.

La nostra protervia ci ha resi invincibili ai nostri occhi: la scienza avrebbe lavorato per salvarci, la tecnologia ci avrebbe messi al sicuro da qualsiasi imprevisto, dai possibili fallimenti delle nostre più ottimistiche previsioni. E il Titanic non poteva affondare.

Purtroppo la scienza non ci redime

Dobbiamo arrenderci al nemico? Non abbiamo un nemico con cui scendere a patti. Piuttosto dobbiamo arrenderci alla nostra ignoranza e diventare capaci di cogliere la fragilità e parzialità della nostra condizione.

Non abbiamo nessun contratto naturale da sottoscrivere se non con noi stessi, tra noi stessi. Siamo già natura.

Dobbiamo solo riconoscere il valore della conoscenza come atto di umiltà verso la complessità. Una conoscenza che, come ricorda l’ultimo rapporto dell’IPCC sui cambiamenti climatici, ha svariate forme: è scientifica, locale, indigena, si potrebbe aggiungere umanistica, è conoscenza della creatività umana.

È un insieme di atti individuali e cooperativi che ci fanno ancora sperare che sia possibile la costruzione di un mondo nuovo. Senza guerre.

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