La contemporaneità è spiazzante. Può disorientare. Per qualcuno è da temere e per questo da rimuovere oppure da aggredire. La contemporaneità è incomprensibile perché mescola i simboli e offre segnali contraddittori.

La contemporaneità è senza tempo perché gestisce con disinvoltura elementi della vita quotidiana del passato come del presente. Ma soprattutto la contemporaneità è senza spazio, senza luoghi. Forse addirittura senza memoria.

C’è un luogo-non luogo che più di tutti rappresenta la contemporaneità: è la città di Shangai, oggi chiusa per il covid, interamente preclusa e bloccata, ma fino a ieri città viva, disordinata, a volte violenta altre volte melanconica.

Questa Shangai fa da sfondo all’intensa vicenda di una ragazza italiana, senza nome, che lascia Roma per trasferirsi laggiù per un periodo. Si guadagna da vivere grazie a un incarico come insegnante di lingua per un gruppo di ragazze del luogo.

L’impatto non è facile, anche se affascinante e attraente. Di lei si innamora una delle sue studentesse. Inizia così una relazione erotica a volte feroce, qualche volta languida, ma sempre sotto il segno di una seduzione che sembra fredda e lucida perché fa forza sull’elemento più consolidato in questo genere di situazioni: la negazione.

Per ciascun no che viene formulato, una molla attira verso l’oggetto amato. Ogni respingimento crea dolore ma riaccende il desiderio.

La storia ci viene raccontata da Viola di Grado, valente scrittrice non ancora trentenne, con all’attivo già cinque libri, l‘ultimo dei quali è questo Fame blu, edito da La nave di Teseo (pp 192, euro 18:00).

Viola di Grado non si ferma alla storia d’amore e passione appena accennata, magari isolandola dal contesto. Al contrario, attiva tutti i sensi di cui è dotato l’essere umano per affrontare un percorso più complesso.

La personaggia di Viola spesso ascolta: una lingua incomprensibile per la quale può capitare che si accontenti del suono. Guarda: le insegne luminose, i grattacieli, dall’alto dei quali è possibile dimenticarsi della povertà che si trova in basso, nelle strade. Tocca: i tessuti degli abiti come il corpo dell’amata. Ma soprattutto gusta e mangia, morde e succhia, lecca, vomita. Affida alla bocca il primato su tutti gli altri sensi. E, in questo modo, la fanciulla romana conosce.

L’incipit di Viola di Grado è folgorante e dice moltissimo della storia che ci si appresta a leggere: “Quando Xu mi morde, quando mi ha tra i denti, nuda e cattiva su di me, io sto bene”.

La protagonista del romanzo (ma è poi un romanzo?) ha perso da poco l’amato fratello Ruben che avrebbe voluto trasferirsi a Shangai per fare lo chef. Alla su morte è come se lei stessa fosse investita, non dal desiderio e dalla missione del fratello, ma soprattutto dalla sua curiosità sensoriale. Così si muove tra diverse proposte culinarie, dai ristoranti allo street food fino a mangiare gommose caramelle a forma di dinosauro.

La fame che dà il titolo al libro è il vero propulsore della sua esperienza. Vuole mangiare e essere mangiata. Si rende conto che l’attività del comprendere (in senso razionale) è il diretto opposto della fame, irrazionale, violenta, necessaria, dolorosa, addirittura.

Sopra tutto questo vi è la consapevolezza che l’amore è commestibile. E i corpi sono gli strumenti docili di relazioni che i linguaggi verbali possono rendere difficili, anche se mantengono il loro fascino e la loro forza di attrazione. Ambigui, come risultano i fonemi e i vocaboli delle due lingue.

Non molte sono in Italia le scrittrici che si misurano con questo genere di realtà, materiale e simbolica. Tra le altre vale la pena ricordare Claudia Durastanti, Giorgia Tribuiani, Veronica Raimo e soprattutto Viola di Grado che ha figurato come un riferimento certo già dal libro precedente, Fuoco al cielo.

In quel frangente ha avuto modo di mostrare una rara e speciale capacità interpretativa del contemporaneo.

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