La discussione sulla moralità dell’app per dispositivi mobili Tinder è nata ad una cena tra amici, ormai i soliti amici, datati e collaudati. Noi un po’ frustrati e un po’ attirati dal fenomeno Tinder, con un atteggiamento che ha la maggior parte dei nostri altri amici, dopo una sfilza di “o mio Dio davvero tizio/a ce lo ha? Non la facevo tipa/o da Tinder”, ci siamo aggiudicati un posto nell’élite, in un salotto letterario difensore delle vecchie maniere di chi non si abbassa a tanto e non ne ha bisogno, pur avendo appena ordinato al solito ristorante cinese su just eat. Nostalgici dei germogli di un’altra gioventù ci siamo attorcigliati e siamo stati risucchiati in un dibattito focoso e fumoso come i nostri noodles, a cercare il nodo della situazione.

Ma poi ho pensato: e se domani mi volessi fare Tinder? E non dite “a me non me ne frega nulla, ognuno fa quello che vuole” Falso! farsi o non farsi Tinder è come una mossa politica.

Parliamo della nuova generazione dei teenager, li denominerei ora Tindager; noi che non ci apparteniamo parliamo della nostra con distacco e malinconia misti, però, ad un’animosità un po’ indispettita, tipica di chi è ancora troppo vicino alla soglia per guardare dietro quanta strada fatta senza inciampare su qualche affezionato peluche o sui primi preservativi usati. 

Parlando di una nostra amica che si è iscritta a Tinder, non per scopare ma per fare semplicemente nuove amicizie, ecco calare la nube nera del giudizio: ancora peggio usarlo per questo fine! Ma perché per scopare sì e per l’amicizia no? E’ una cosa da disperata solitudine e fuori dal mondo.

In realtà, forse, eravamo noi ad esserlo e per di più anche un po’ offesi. Abbiamo pensato “non le basta la nostra amicizia?” ma non l’abbiamo detto e ci siamo sentiti noi soli.

Tinder ha come uno stregante potere di rigirare la frittata, e non si capisce bene se è gola di volere più relazioni di quelle che già abbiamo o se è vera fame perché siamo davvero soli e incapaci di relazionarci all’altro. Ognuno ha le sue ragioni, però dovremmo almeno interrogarci su quale sia quella che fa al caso nostro.

Se ti fai Tinder sei sfigato o updated?

Ragionando bene, però, quel sintomo di solitudine che abbiamo attribuito alla nostra amica, giudicandola, non è invece, solo un propositivo adattamento ai nuovi mezzi e forse siamo noi gli arretrati? Tra l’altro in un’epoca storica pandemica che rade al suolo i luoghi di incontro, che si trasformano in app per rispettare il distanziamento sociale?
O questa è una scusa? E’ qui la spaccatura.

Salvati da un’adolescenza senza mascherina e piena di espressioni facciali, consideriamo questa un’età in cui i canali sociali, per fortuna, straripano e scorrono veloci grazie alla condivisione di ambienti fisici (ahimè ora bisogna specificare fisici), come la scuola, l’università, i soliti locali, punti di ritrovo.

Sembra assurdo il bisogno di affidarsi ad un mezzo come Tinder per navigare sopra questi canali. Possibile che non ci riusciamo remando e faticando con le nostre forze e mettendoci alla prova, buttati in mezzo alla gente a nuotare in uno scoordinato stile libero

Le questioni e gli schieramenti sono tanti. Da una parte l’idea che Tinder, non tanto elimini il contatto fisico, anzi, lo promuove come fine ultimo, tra l’altro anch’esso motivo di giudizio e pregiudizio, quanto più svuoti il valore o alleggerisca l’intralcio (in base ai punti di vista) di quella componente di rischio e di coraggio all’origine dell’approccio. 

Ecco, cos’è l’approccio? Avvicinarsi e parlare con una persona face to face come si faceva in piazzetta o a ricreazione, sudando fredde paranoie della propria inadeguatezza illuminata dai riflettori in corridoio, lo sfoggio delle prove dell’integrazione o dell’esclusione di un gruppo a seconda del paio di scarpe o dello stile.

Ma anche la trasgressione, l’ adrenalina che si trasforma nel fabbisogno corporeo di un mese per un semplice: “hai da accendere?” al ragazzo che guardi di sbieco da tre anni, davanti al quale l’unico scudo per nascondersi è un’innocente ciocca di capelli raso-occhio che ti salva dal fiammifero delle guance, tanto che basterebbe un polpastrello che le sfiora ad accendere la tua sigaretta. Voi direte, sì ma quell’esasperazione emozionata se la porta via l’adolescenza, poi si cresce e le tensioni si allentano.

La questione, al di là di questo estremismo, è che Tinder potrebbe davvero eliminare sia il contatto, per così dire primordiale facendo perdere la magia o la goffaggine, sia la casualità dell’incontro, per strada, in un pub, in biblioteca ecc, sia la cosiddetta sensazione a pelle delle persone che le fa avvicinare o allontanare come animali che si fiutano.

Oppure al contrario è un modo nuovo, fico, semplice di conoscere persone?  Il mio amico mi risponde che però queste, le persone, sono il mezzo attraverso cui si amplia la propria rete creata con fatica, con le occasioni, non con le app. E’ sempre stato così, da che mondo e mondo. Forse un nuovo mondo che ha la fretta di velocizzare le cose per paura di essere seppellito sotto la minaccia di un altro disastro planetario? 

Dove finirebbe la vivace lotta alla conquista? Dove il poetico amore a prima vista? Nel buco nero di una pandemia o nei mezzi social che hanno approfittato sia di lei che della nostra pigrizia?

Sempre che si cerchi l’amore, non penso che questa minoranza di ultimi romantici (letteralmente) abbia Tinder. O forse siamo noi a doverci adattare ad un nuovo modo di concepire e creare il romanticismo senza troppe polemiche?

Nel dibattito, quindi, si è distinta una prima componente rivoluzionaria nella visione conservatrice che demolisce Tinder a favore del recupero dell’interesse scoperto alla luce del sole o della luna sotto cui nessuno più è in grado di rompere il ghiaccio, se non quello del gin tonic e dire “ciao come va, non ci conosciamo, ma ti va di andarci a prendere una birra?” .

Se questa frase fosse il risultato di un approccio sobrio risulterebbe strano, fuori luogo, invadente, se si trattasse di un uomo forse sarebbe un maniaco, se invece fosse una donna, sarebbe il mito del restante 90% con la sindrome del primo passo, che guardano ammirate e invidiose.

Ma tutti noi amici di opposti schieramenti concordiamo sul fatto che se quella frase fosse scritta qualche ora dopo la cosiddetta stalkerata virtuale su Instagram avrebbe tutto un altro significato. 

E’ qui che forse dobbiamo interrogarci, quando il mezzo non è una modalità in più ma una copertura sempre più vicina alla sostituzione della persona?

Allora qui la situazione si complica sulla distinzione dei social. Tinder almeno non finge, è diretto e onesto, è meno edulcorato di instagram che mostra corpi meravigliosi in vite magnifiche narrate con intenzionale falsità.

Perché, agli occhi del giudizio, si accetta l’approccio su instagram, anche di sconosciuti, per intenderci, solo perché hanno profili artistici pieni di quadri di Klimt e foto a rullino scaduto, mentre avere Tinder è da disagiato/a che non riesce a rimorchiare e decide la tipa/o come in un menù per bambini? Cotoletta e patatine fritte e vai sul sicuro. Eppure spesso sono la stesse persone. 

Da qui l’ala destra della tesi conservatrice: l’idea dell’evidenza dello squallido e principale scopo di Tinder di fare sesso facile, anzi in primis sesso e come aggravante in modo facile e per di più in una modalità un po’discutibile: scorri, scarta o macha in base ad una foto, cosa che instagram ha la decenza o la paraculata, scusate il termine, di nascondere. E’ questione sempre di prospettive. Questo rivela ancor di più la società che si sbrodola nella formalità. 

In difesa si scaraventano gli eredi dei sessantottini per la liberazione sessuale, col cellulare, l’ala per così dire, al passo coi tempi, che sostiene il valore di Tinder come puro strumento di accesso all’altro, che comunque non può mai sostituire l’incontro fisico con tutte le sue implicazioni e che in particolare è un’espansione dell’originario Grindr usato per facilitare gli incontri delle comunità lgbtq.

Che male c’è a conoscere nuove persone in una modalità semplicemente diversa? Questo non vuol dire non avere uno scambio poi dal vivo, l’ansia ad aspettare seduti al bar prima dell’appuntamento, e se non ti piace ciao. Ma perché non esci lo stesso di casa e vai allo stesso bar a parlare con uno sconosciuto? E’ diverso… ma perché?

L’interesse tra persone non è comunque un match? Che sia guardandosi dal vivo o in foto, non comincia sempre dalla vista, come dicevano gli stilnovisti? Guido Cavalcanti, poeta di spicco del XIII secolo, scrive un sonetto che comincia proprio Voi che per li occhi mi passaste ’l core?

E ora ? “M passaste il like, che comunque è un cuore”, ma a parte gli scherzi, perché castori che dormite e che tanto, costruendo la vostra tana, ugualmente non pigliate pesci, invece, non togliete ogni diga ai canali dell’amicizia o dell’amore? Se è tinder che sia tinder, l’importante è che non sia l’unico modo, ma questo può valere solo per chi ha sbattuto contro pali ed è andato in giro con il bernoccolo a socializzare

Certo i problemi comunque sorgono, che foto mettere, la descrizione nella bio, fondamentale. Come presentarsi è tutto, quel “mi piacciono i gatti, i film di Bertolucci, amo sciare e il mio vino preferito  è il Gewürztraminer” forse è stato il motivo per cui ora ho un marito, matchato e ricambiato su Tinder, ma poi ai figli come la raccontiamo la storia del come ci siamo conosciuti? 

“In un rifugio sulle piste da sci vostro padre mi ha offerto un calice di Gewürztraminer”.

Tutti romanzano le loro storie, non vergogniamocene, l’importante è avere il senso critico, la consapevolezza delle proprie scelte e il contraccettivo.

Sull’argomento, vale il libro di Judith Duportail, giornalista francese che si occupa di relazioni e tecnologia, che ha fatto un’inchiesta sul tema da cui è nato L’amore ai tempi di Tinder. In viaggio tra passioni cieche e algoritmi che ci vedono benissimo.

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