Uscito il 1° marzo 2026 per temposospeso (Editoria di resistenza) Il bene che vi voglio, è l’ultimo romanzo di Matteo Pellegrini (Carrè, Vicenza, 1995). Psicologo di formazione e coordinatore del cinema e del teatro Alcione a Verona. Un giovane autore che sembra avere le idee ben chiare sull’importanza di raccontare di chi non è più tra i vivi, e lo fa con una storia di lutto e di morte in cui i defunti sono i protagonisti. Vi racconto del libro intervistando l’autore.

Che cosa racconta Il bene che vi voglio?
E’ un romanzo che tratta i temi del lutto, dell’affetto e della memoria. Un padre e suo figlio vivono in una baita in montagna (immaginate un luogo dove siete stati felici durante l’infanzia: l’atmosfera è quella). Lì stanno così bene che potrebbe quasi sembrare un paradiso; un paradiso malinconico, però, perché sentono nostalgia della mamma. Un giorno, poi, appare nel bosco una ragazza: ben presto questa nuova presenza turberà il loro eterno equilibrio e la montagna inizierà a popolarsi di ombre.

Definisci il libro una “fiaba filosofica”, perché?
Dalla fiaba, Il bene che vi voglio prende in prestito gli archetipi: abbiamo una casa nel bosco, una madre che non c’è, due bambini che a un certo punto dovranno intraprendere un viaggio per scoprire quali siano i confini del loro mondo, lasciandosi alle spalle la sicurezza della baita dove vivevano col loro padre e addentrandosi nel bosco, simbolo del limen, dello sconosciuto che fa paura, anche della morte. C’è persino un’aiutante magica, che è la camoscia che vediamo in copertina, nel bel dipinto di Marzio Tamer.

L’aggettivo “filosofica” lo aggiungo perché la battaglia di cui il libro parla, che i nostri protagonisti combattono, non ha come posta in palio qualcosa di fisico, ma piuttosto l’attribuzione di un significato: si tratta della lotta che, da sempre, gli uomini devono affrontare per rispondere alla grande domanda “ne vale la pena?” L’esperienza umana, fatti gli opportuni bilanci di gioia e dolore, merita di essere vissuta? Ci sono momenti dell’esistenza in cui è difficile dire di sì: il lutto è di sicuro una delle esperienze che più ci mette alla prova. Il bene che vi voglio parla quindi di questa battaglia, della battaglia che combattiamo per convincerci che, di passare qui su questa terra, ne valga la pena.

Arnold Böcklin, L’isola dei morti. III Versione, 1883, olio su tavola, Al. 80 x La. 150 cm. Alte Nationalgalerie, Berlino, Germania. Immagine di pubblico dominio.

Per quale motivo hai scelto di inserire elementi fantastici?
L’intensità del vissuto umano, soprattutto in situazioni drammatiche, è tale che è difficile ricrearla sulla pagina scritta. Per cercare di avvicinarmici, quello che ho fatto nel romanzo è stato prendere delle emozioni, dei sentimenti e trasformarli in immagini (montagne che scompaiono, ombre che, al calar della notte, escono dal bosco piangendo e bussano sugli scuri della baita…). Così ho utilizzato il fantastico come materializzazione dell’interiorità umana, per ricrearne, visivamente, la potenza tragica. 

Bambino è un personaggio in equilibrio tra curiosità e paura…  
Esatto! Vorrebbe essere forte per affrontare al meglio il viaggio che è chiamato a intraprendere, per sopportare la responsabilità che ne deriva, ma non può fare a meno di essere, quasi di continuo, spaventato. Le cose straordinarie a cui assiste sempre, senza eccezione, lo spaventano anche un po’. Ogni viaggio dentro al lutto e anche un viaggio di riflessione sulla natura della vita intesa in senso lato, l’atteggiamento di Bambino racchiude quindi i due sentimenti che sorgono, inevitabili, se contempliamo la condizione dell’esistenza: meravigliato stupore, e paura.

Ph. Esther Weber

Parlaci dell’antagonista, l’inquietante “faccia”
In fase di ideazione della storia, mi sono confrontato col mio maestro Massimiliano Filadoro, sceneggiatore di fumetti e abilissimo narratore. Mi ha fatto notare che, tra le varie apparizioni che Bambino affrontava durante il suo viaggio, ne mancava una che, oltre a essere un ostacolo, fosse un vero personaggio, un antagonista in grado di incarnare un punto di vista opposto a quello che i protagonisti abbracciano. Riflettendo su questo consiglio è nata la faccia; un volto mostruoso che si incarna dentro a cose, piante e animali e vuole convincere bambino ad abbandonare la sua missione. Rappresenta, in sintesi, la tentazione del nichilismo: quando subiamo una tragedia, trovare un nuovo significato alla vita può sembrare impossibile. A volte, allora, ci convinciamo che sarebbe meglio dimenticare, addirittura che sarebbe meglio non essere mai nati. Questo è il baratro su cui si affacciano i personaggi della storia, e per rappresentarlo serviva una creatura malvagia, un po’ ripugnante ma anche melliflua.

Ph. Esther Weber

I temi della morte e del lutto sono spesso prerogativa delle religioni. In Il bene che vi voglio, invece, non c’è alcun riferimento a Dio, da cosa è dettata questa scelta?
Credo che, nel puntare alla piena maturazione di noi stessi, sia necessario coltivare anche l’aspetto spirituale del sé. Per molti, però, gli spazi “classici” di spiritualità, non funzionano: la storia vuole quindi ribadire l’importanza di una spiritualità slegata dalle religioni istituzionali; in ogni aspetto della vita, ma qui soprattutto nel confrontarsi con la morte. Le persone atee, agnostiche o non religiose in Italia sono quasi un quarto della popolazione (secondo un sondaggio condotto da Ipsos erano il 22% nel 2017, ma in stabile crescita), ma la nostra società manca di modalità extra-cristiane per affrontare il lutto: questo la dice lunga su quanta poca voglia abbiamo di affrontare il pensiero della morte.

Un’altra ragione per cui ho scelto di scrivere un libro laico è che, nella battaglia di cui parlavo a inizio intervista, quella tra significato e nichilismo, qualsiasi convinzione ci porti a pensare che vale la pena di vivere, per me è una buona convinzione. Non possiamo sapere cosa ci attende dopo, quindi non penso sia necessario abbracciare un credo sulla base di ciò che riteniamo vero: è più utile adottare quello che ci fa stare meglio. Per traslare a un altro ambito le parole del filosofo Feyerabend: Anything goes, tutto ciò che funziona va bene. Qualsiasi credenza ci convinca che la vita vale la pena di essere vissuta, nonostante l’angoscia esistenziale che è intimamente connessa all’umano, è una buona credenza.

Ph. Esther Weber

Influenze letterarie?
Oltre alle fiabe, ce ne sono alcune di esplicite, una su tutte Il Monte Analogo di René Daumal, dal quale prende il nome la montagna che bambino cerca di raggiungere nel suo viaggio. Poi è inevitabile, nei dialoghi dei due protagonisti, vedere un eco di quell’uomo e quel bambino di La strada di Cormac Mc Carthy. Direi infine Stephen King, per il modo di raccontare l’infanzia, e Buzzati. 

Questo è il secondo romanzo che pubblichi con temposospeso…
Conoscere temposospeso mi ha dato tanta soddisfazione. Esther e Massimo (gli editori) sanno valorizzare le storie che scelgono di pubblicare con un lavoro che trasuda amore da ogni dettaglio. I loro libri sono oggetti di cui si percepisce la cura. Vorrei segnalare due particolarità: i colori delle copertine sono tratti da un fiore della stagione in cui vengono pubblicati e in basso a destra, in ogni pagina, i loro libri riportano le prime parole della pagina seguente: serve per facilitare la lettura ad alta voce. In questo modo il lettore può infatti girare la pagina senza interrompersi: Temposospeso è una casa editrice convinta dell’importanza del condividere le storie e di attorniarsi di persone con cui potersi arricchire.

Ph. Esther Weber

Quindi tutti promossi! A questo punto li presentiamo essendo un’editoria di re-sistenza?
Con piacere Elena, Esther e Massimo apprezzeranno. Temposospeso è una casa editrice letteraria e indipendente, fondata nel 2023 da Massimo Angelini e da Esther Weber, che – insieme alla redazione – ne curano ogni aspetto, di contenuto, lavorazione e veste grafica. Desidero sottolineare che non fanno editoria a pagamento. Amano la buona narrativa e gli sguardi disallineati dalle mode e le monoculture di questo tempo, perché pubblicano libri che considerano “nutrienti” destinati a restare, mai effimeri, se possibile necessari. Trovarli è stato un vero e proprio colpo di fortuna perché vivono e lavorano in un piccolo borgo montano dell’Appennino genovese, a 700 metri di altitudine. Solo diciotto abitanti con e senza orti, boschi, silenzio, molti animali (daini e caprioli, tasso, volpe, lupo, istrice, aquila dei serpenti), nessun negozio o servizio né possibilità di distrazione. Il luogo è bellissimo, benché ripido, stretto e spesso attraversato dal vento, e quando giunge il tramonto ne svela la grande bellezza.

Ho condiviso la loro scelta per offrire al pubblico un lavoro editoriale che include molti valori. Massimo Angelini e Esther Weber accolgono stili di vita differenti, gli orientamenti e tutte le idee che non negano l’arcobaleno, rispettano l’altra e l’altro, non sono discriminanti o intolleranti, non erigono muri. Non accettano la volgarità, la sciatteria e l’aggressività quando emergono per noncuranza e sono elevate a stile. Mi sono sentito un privilegiato, scelto per la qualità del mio lavoro e perché ho potuto pubblicare nella modalità che più mi interessava: poter comunicare a quante più persone possibili un testo che ritengo possa orientare al bene.

Ph. Esther Weber

Matteo, è stato un piacere conoscerti e poter dedicare uno spazio al tuo nuovo libro all’interno di una rivista così affine ai tuoi temi. Sono convinta che questo contributo sia prezioso perché, attraverso la scrittura, hai potuto indagare dal tuo personale punto di vista l’ultima e più angosciante esperienza umana: la morte. Per scendere nelle sue profondità, la necessità della parola, dell’arte, e di tutto ciò che permetta di percepire il suo silenzio diventa fondamentale. L’aiuto più vero che si possa offrire all’essere umano è dato da ciò che è invisibile: l’affetto, l’amore, l’amicizia, la lealtà e la giustizia. Senza una guida capace di orientare lo sguardo la mancanza di una direzione espone più facilmente a “soluzioni” dannose, come l’abuso di farmaci, alcol e droghe, o il rifugio in quella dipendenza dai media che sembra essere rimasta l’unico “luogo” in cui poter esistere o essere visibili.

Ph. Esther Weber

Scrivere, dipingere, e più in generale creare, conferisce un profondo beneficio all’essere umano, aiutando a vivere attraverso il rapporto con la materia plasmata, un mezzo in grado di schiudere nuove dimensioni di ascolto con l’umanità intera. La creazione è una sfida che richiede dedizione e in cui non è ammesso accontentarsi, proprio come nella vita, dove ogni giorno può riservare meravigliose sorprese. Nel nostro tempo, benché la morte sia un tema onnipresente, siamo sempre più terrorizzati dalla fine e dal dolore, ottenendo come unico risultato quello di amplificare l’angoscia di morire e di soffrire. La verità è che senza mettere al centro la morte e la sofferenza non sarà mai possibile comprendere l’essenza della vita, essendo queste le sue coordinate fondamentali. La vita, pur nelle sue difficoltà, è essa stessa uno spazio creativo in cui stringere relazioni, sviluppare nuovi sguardi e nuove direzioni. Il tutto con un’unica, magica ricetta: creare le condizioni per alleviare il dolore di chi soffre. Grazie Matteo.

Immagine in evidenza: Dosseman Opera propria, Arnold Böcklin, L’isola dei morti. Particolare III Versione, 1883, olio su tavola, Al. 80 x La. 150 cm. Alte Nationalgalerie, Berlino, Germania.

(Arnold Böcklin, Svizzera, 16 ottobre 1827 – San Domenico di Fiesole, Firenze, Toscana, Italia, 16 gennaio 1901)

La pubblicazione delle immagini di questo articolo scritto per ReWriters, la testata giornalistica digitale di advocacy sulla sostenibilità sociale fondata da Eugenia Romanelli, è stata autorizzata da Esther Weber.

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