Il video specchio del mostro ecosolidale: il Frankenstein dei Motus
Al Teatro Vascello di Roma, per Roma Europa Festival, le due parti del celebre progetto Frankenstein dei Modus ("Love story"/ "A story of hate").

Al Teatro Vascello di Roma, per Roma Europa Festival, le due parti del celebre progetto Frankenstein dei Modus ("Love story"/ "A story of hate").

È tempo di mostri redivivi questo tempo, forse, pleonasticamente, per esorcizzare la paura di tutto quello che ci attanaglia da fuori, amplificato dalle consuete minacce di guerre, violenza, totalitarismi, omonimi virus e relativi vaccini, crisi economica e spicci… tutto sommato volentieri paghiamo un biglietto per esorcizzarli. In sala e presto su Netflix l’altro Frankenstein di Guillermo del Toro, dolente condannato alla vita nonostante, in arrivo il Dracula di Besson…Al Teatro Vascello di Roma, per Roma Europa Festival, le due parti del celebre progetto Frankenstein dei modus (“Love story”/ “A story of hate”).
Tanti, forse troppi i temi che precipitano nel pout pourri di questo Frankenstein dei Motus, incappucciato un po’ stile Banksy da murales, graffito dell’anima stessa, che graffitare, anche a volto coperto, è comunque Motus perpetuo, espressione, vita; tra tracce deboli di Marx in tuta blu, debolmente illuminato dal discusso alone di Greta Thumberg, lo spettacolo mette in scena, declinandola in spartiti differenti, una solitudine che condanna e salva. Tanti anche qui, forse troppi mostri insieme, che il momento più commovente è vederne spuntare altri intorno a quello centrale, tutti mascherati come Boris Karloff, tutti ugualmente pronti a strapparsi la gomma dal viso, ricordando l’outing del celebre Elephant man, per svelare la propria nudità, fisica e animica, denunciata inizialmente dal corpo armonioso di Mary Shelley: colei che sola, come donna, sfidò gli Sturm und Drang che ostacolavano il talento femminile del suo tempo.
Con il consueto utilizzo della multimedialità operata dai Motus, tra evocazioni di Prometeo e Silvia Plath, in un profluvio di video multi paesaggistici, multi etnici, avvolti in una spirale di raffinatezza a volte emotivamente inappuntabile, altre algida per troppo contenuto, Mary, la Creatura, gli autori, noi pubblico, cerchiamo il nostro posto nel mondo con fatica, passetti traballanti, fiori incertamente donati, in una tenerezza sforzata e impacciata il girasole tra le mani del mostro (che a tratti è bello, ma non sempre balla) i gigli regalati in sala, veleggiando sulle ali rompighiaccio dei grandi temi della relazione, della creazione stessa: amore, odio, solitudine, disperazione, vendetta fuga.
Come grimaldello narrativo specchi che ci chiedono di guardare in volto il nostro mostro interno, stralci di cinema vero e proprio mostrano passeggiare la scrittrice sulla scogliera baratro metafora del suo racconto stesso, ragni elettronici come creature 3d partorite dalla stessa intelligenza artificiale sottotraccia allusa, raffiche di vento forte sui quadri scenici dei due tempi di un’ora ciascuno, culminanti in una morte solitaria su una spiaggia del Sud Italia; che l’inclusività sbandierata da alcuni governanti certo non copre la disparità economica tra continenti e sorti. Così la bandiera palestinese che video garrisce al vento (fortunatamente ormai quasi a ogni fine spettacolo) sintetizzando tutte le altre istanze non sventolate ma implose (quando consapevoli) della Santa rabbia giovanile che irrompe documentariamente sul finale, enunciando istanze molteplici e legittime.
È la citazione della eternità della vita stessa a chiudere la lunga, raffinata, complessa maratona; tra letteratura, psicoanalisi, politica, apocalissi climatica, si profila e si augura, scolpita nel ghiaccio, forse la solitudine essenziale, così come la scomparsa inevitabile dell’essere umano di un certo tipo… ovvero quello che per non aver coraggio di vedere i mostri che coltiva dentro proietta fuori i proiettili boomerang a decretare la stessa fine della specie.
In barba al luogo comune a volte tracimante la platea si inchina in ovazione.
Ideazione e regia di Daniela Nicolò & Enrico Casagrande, con Silvia Calderoni, Alexia Sarantopoulou, Enrico Casagrande. Drammaturgia Ilenia Caleo, scena e costumi Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande, disegno luci Theo Longuemare, ambienti sonori Enrico Casagrande. Una produzione Motus con Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, TPE – Festival delle Colline Torinesi,Kunstencentrum VIERNULVIER (BE) e Kampnagel (DE), residenze artistiche ospitate da AMAT & Comune di Fabriano, Santarcangelo Festival, Teatro Galli-Rimini, Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna “L’arboreto-Teatro Dimora | La Corte Ospitale”, Rimi-Imir (NO) e Berner Fachhochschule (CH), con il sostegno di MiC, Regione Emilia.
