La Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP26) tenutasi a Glasgow dal 31 ottobre al 12 novembre 2021 si è conclusa da due settimane. La traccia di quell’evento sembra essersi già dissolta nell’affastellarsi di notizie sulla nuova, preoccupante, evoluzione della pandemia da SARS-CoV-2. E resta la sensazione amara di vivere in un tempo caratterizzato dal rincorrersi continuo di paure, tutte mescolate tra loro senza nessi di causalità, senza più pesi e priorità. Quando i riflettori dei media si spengono, viene meno il senso e l’importanza di ciò che sta avvenendo. È la dura e necessaria legge dell’informazione?

Cosa si è deciso alla COP26? Dove sono finiti il riscaldamento globale, i cambiamenti climatici e le connesse questioni di disuguaglianza sociale?

Numerose aspettative e preoccupazioni hanno accompagnato i preparativi di quella COP26. Ma per molti i suoi esiti sono stati sconfortanti o quantomeno ambivalenti, disattendendo le aspettative degli attivisti ambientali e lasciando un senso di delusione per l’approccio attendista da parte di alcuni governi che continuano a rimandare nel tempo decisioni sicuramente difficili a livello sociale, economico e politico, ma ormai ritenute necessarie sul piano scientifico per far fronte ai cambiamenti climatici in modo rapido ed efficace.

Una parte dell’opinione pubblica internazionale avrebbe voluto che quell’evento rappresentasse un punto di arrivo di un lungo processo iniziato col Protocollo di Kyoto nel 1992 per la riduzione delle emissioni di gas serra (si veda anche C’era una volta Kyoto: la lunga storia delle trattative climatiche di Franco Foresta Martin in Pianeta Terra, MagBook n. 5). La comunità internazionale avrebbe dovuto avviare a scala globale un trend di riduzione dei gas serra, tenendo presenti le conclusioni dell’Accordo di Parigi, raggiunto nella COP21 nel dicembre 2015, che fissava l’obiettivo di mantenere l’innalzamento della temperatura media globale sotto i 2°C, con l’impegno degli Stati a portare avanti sforzi per limitare l’innalzamento della temperatura fino a 1,5°C al di sopra dei livelli preindustriali, impegno da perseguire attraverso  decisioni risolute e ambiziose.

Sicuramente le conseguenze economiche della pandemia e l’emergere di alcuni attriti geopolitici hanno influito sugli esiti della conferenza, indebolendo le capacità negoziali di alcune nazioni e rallentando il processo di abbandono definitivo dei combustibili fossili da parte degli Stati coinvolti. Tra luci e ombre, i risultati più significati sono i seguenti:

  • La soglia di 1.5°C è stata accettata da tutte le parti come obiettivo da perseguire per mantenere il riscaldamento globale entro un limite accettabile, in grado di evitare conseguenze climatiche catastrofiche per l’umanità. Questo significa che le emissioni di gas serra globali dovranno essere ridotte per raggiungere questo obiettivo di almeno il 45% entro il 2030. Gli impegni di riduzione andranno verificati annualmente, così da apportare quelle modifiche alle strategie adottate, necessarie per adattarsi all’evoluzione degli eventi per centrare l’obiettivo di contenimento del riscaldamento globale entro 1,5°C. Questo sembra essere uno dei migliori risultati della COP26, poiché quantomeno vincola gli stati a un controllo annuale delle condizioni ambientali del pianeta per intervenire, eventualmente, con azioni più decise e stringenti.
  • Più di cento Stati si sono impegnati nel porre fine alla deforestazione entro il 2030.
  • Stati Uniti ed Unione Europea si impegneranno per la riduzione delle emissioni di gas metano sia dall’estrazione che dalle infrastrutture distributive (gasdotti).
  • Verranno intensificati gli sforzi verso la riduzione del carbone senza sistemi di cattura della CO2 e dei sussidi per i combustibili fossili (phasing down, come richiesto dall’India), e non più verso l’eliminazione (phasing out, come inizialmente previsto nella bozza finale del documento di chiusura della conferenza). Questa decisione ha creato molta delusione nella comunità internazionale, specie tra i movimenti ambientalisti. In ogni caso, per la prima volta gli Stati concordano sulla pericolosità del carbone nel favorire il riscaldamento globale più di altri combustibili fossili.
  • I paesi più ricchi hanno rinnovato l’impegno a sostenere un fondo di 100 miliardi/anno di dollari statunitensi (USD) per contribuire alla transizione energetica dai combustibili fossili alle rinnovabili degli Stati più poveri o più esposti al cambiamento climatico. Questo fondo dovrebbe essere incrementato a 200 miliardi/anno di USD dal 2025.
  • Alcune nazioni ricche hanno promesso aiuti pari a 1,7 miliardi di USD per politiche di sostegno alle popolazioni indigene.
  • Stati Uniti e Cina hanno sottoscritto un accordo bilaterale per avviare una cooperazione climatica . Più che un accordo di sostanza, questo è un segnale di speranza che proviene dalle due principali super-potenze del pianeta.
  • Gli Stati chiedono che la finanza, le banche e altre istituzioni finanziarie s’impegnino nel sostenere i governi e l’economia nella transizione energetica.

Uscendo dalla riduttiva dualità fallimento-successo, possiamo ritenere la COP26 solo un nuovo timido passo nella giusta direzione, ma decisamente ancora insufficiente. Soprattutto se consideriamo l’assenza nei documenti ufficiali di riferimenti alle responsabilità storiche dei paesi più ricchi nell’inquinamento del pianeta e alle cause primarie della crisi ecologica, ovvero i modelli di sviluppo dominanti.

Bisogna anche tener conto che alcune delle nazioni più riluttanti a intraprendere politiche di riduzione delle emissioni di gas serra sono spesso frenate da legittimi motivi di sviluppo delle loro economiche emergenti (India) oppure da necessità di alimentazione energetica delle loro imponenti strutture di produzione e distribuzione (Cina).

Gli esiti della COP26 mi convincono sempre più che la crisi ecologica debba essere affrontata sul piano politico costituendo una governance sovranazionale autorevole e permanente, capace di sintetizzare le diverse istanze nazionali con continuità, anche grazie a un mandato preciso da parte dei governi. Infatti, le trattative e gli accordi tra singoli Stati all’interno della cornice delle COP non sembra in grado di assolvere alla risolutezza delle decisioni che dovranno essere prese nei prossimo decenni.

Sul piano etico e culturale, ribadisco quanto ho già espresso nel precedente articolo su ReWriters: cambiare il paradigma relazionale tra esseri umani ed ecosistemi e all’interno delle comunità umane è una necessità etica. Ed è possibile che nelle nostre esplorazioni spaziali alla ricerca di nuovi mondi possibili da sfruttare, tale cambiamento ci aiuterà anche a non trasformarci in insaziabili consumatori di pianeti, come indica Meltea Keller.

Ma ciò che appare decisamente imbarazzante in tutto questo scenario è la scarsa, o addirittura inesistente, considerazione del contributo che le scienze della Terra possono fornire ai governi nella pianificazione delle politiche e nell’implementazione di best practices sostenibili. Sui motivi e le responsabilità di questa assenza la comunità internazionale delle geoscienze dovrà interrogarsi a fondo.

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