La paura è un’emozione primaria, ancestrale e profonda che accomuna sia il genere umano che animale. È un’emozione difficile da contenere che nasce dalla sensazione che qualcosa minacci la propria esistenza, l’integrità biologica o, citando Freud, che qualcuno o qualcosa funga da “perturbante”. In questo momento storico ci ritroviamo a convivere con diverse forme di paura, che si mescolano tra loro, si intrecciano, si sovrappongono e talvolta ci stupiscono per complessità.

In alcune situazioni, soprattutto se il sentimento è ampiamente condiviso in una comunità, può apparire molto difficile trovare una soluzione per questo tormento. Ma non si potrebbe “curare” la paura con la paura stessa? L’artificio per rendere riconoscibile e quindi identificabile il nemico attraverso l’immagine caricaturata non potrebbe essere il modo più primitivo che l’uomo utilizza per convivere o addirittura per scacciare questi turbamenti? Analizzando il cinema sin dalle sue origini sembrerebbe che sia così. 

Il sentire di ogni epoca, la pancia di intere popolazioni e gli incubi di schiere di generazioni hanno preso mostruosamente (nel senso etimologico del termine) forma sullo schermo cinematografico. L’orrore, sia esso disegnato, romanzato o cinematografico è sempre stato un elemento insito nella società. Ha affondato le sue radici nella letteratura, è stato influenzato dalla quotidianità e ha sviluppato rami forti e rigogliosi nell’immagine in movimento, fin dalle sue prime apparizioni. Dall’espressionismo tedesco, passando attraverso la fantascienza degli anni cinquanta, al thrilling nel caso italiano fino al gore, si è insinuato avvalendosi del medium audiovisivo per diffondersi. E così se si temeva l’avvento di un regime totalitarista compariva Cesare il sonnambulo de Il Gabinetto del Dr. Caligari, con lo spauracchio del marxismo entrava in scena Dracula, per non parlare dei marziani (da Marte, pianeta rosso non a caso) durante la guerra Fredda e gli zombi come specchio della nuova società dei consumi lobotomizzata e famelica.

La funzione apotropaica del cinema è indubbia: una società esorcizza le sue paure “sbattendo il mostro in prima serata”, condividendo la lotta per un nemico rappresentato metaforicamente e tirando un sospiro di sollievo dopo la sua cattura o dipartita. In questo senso il cinema di paura diviene un ottimo strumento di analisi della storia contemporanea considerandolo come un’esplicita manifestazione del sentimento popolare attraverso uno sguardo sincero, viscerale, ma soprattutto coerente. 

Se poi dello stesso film sono stati realizzati dei remake in epoche diverse o addirittura paesi diversi (con relative tradizioni), il gioco si fa davvero interessante. Un esempio stimolante, vista la tensione emotiva causata dall’emergenza sanitaria odierna, è dato da L’ultimo uomo della terra di Sidney Salkow/Ubaldo Ragona (1964). Il film è la trasposizione del romanzo I am Legend di Richard Matheson (1954), che è stato trasposto ben tre volte, quattro se contiamo anche La notte dei morti viventi di George Romero. Più versioni realizzate in paesi diversi con problematiche socio-politiche differenti, in epoche distinte, con scelte registiche diverse e con protagonisti della storia connotati in maniera talvolta discordante se non opposta.

Correva l’anno 1954 quando Richard Matheson riprendeva un’idea avuta a 17 anni vedendo Dracula di Tod Browning (1931). E se i vampiri fossero tutti e l’umano uno solo? Sviluppa quest’idea e scrive il romanzo, che arriverà in Italia solo nel 1957, con il titolo I vampiri, omonimo del primo film gotico italiano girato da Riccardo Freda. Matheson intanto si diletta anche nella stesura di sceneggiature. Nel 1956 esce il suo nuovo romanzo Tre millimetri al giorno, e il successo è tale che la casa cinematografica Universal ne trae il film Radiazioni BX distruzione uomo (The Incredible Shrinking Man diretto da Jack Arnold, 1957) perfetto per cavalcare le paure postbelliche soprattutto legate all’atomica. Sulla scia del riscontro positivo prova allora a proporre l’adattamento di I Am Legend, inizialmente con il titolo di Night Creatures.

Settembre 1965: una strana epidemia portata dal vento sta decimando la popolazione. Gli scienziati non riescono a fermare il morbo e diventa necessario bruciare i cadaveri “contaminati” per evitare che al calare delle tenebre risorgano come zombi vampiri. Robert Morgan è convinto di essere l’unico sopravvissuto finché non scopre l’esistenza di un gruppo di “semi-infetti”. Inizia la caccia al “diverso”. Lui è l’ultimo uomo della Terra. L’ultimo uomo della Terra/The Last man on Earth, gioiello della cinematografia dell’orrore interamente girato all’Eur di Roma, vedeva nei panni del protagonista uno straordinario Vincent Price. Malinconico, viveva la sua condizione con rassegnazione, come un semplice cittadino che all’improvviso si ritrova catapultato in una situazione drammaticamente surreale.

Ben diverso è “l’ultimo uomo” di 1975 Occhi bianchi sul pianeta terra/The Omega Man di Boris Sagal (1971) interpretato da un impavido Charlton Heston che imbracciando il suo fucile sfreccia in una Los Angeles deserta alla ricerca di creature che i veleni della guerra batteriologica hanno trasformato in fotofobici albini (meravigliosa la parodia nella puntata del Treehouse of Horror Stagione VIII dei Simpson, 1997). Al suo fianco c’è anche un’“ultima donna” interpretata dall’affascinante attrice afroamericana Rosalind Cash, simbolo anche del punto di arrivo del processo di desegregazione in America avviato negli anni ’50. Tra l’altro nello stesso anno l’attivista Angela Yvonne Davis scrisse mentre era in carcere Donne, Razza e Classe uno dei testi cardine del femminismo odierno e di quello che, anni dopo, è stato definito e considerato come femminismo intersezionale.

Nel 2007 esce la terza trasposizione Io sono Leggenda/I Am Legenda di Francis Lawrence, figlia delle tensioni belliche che coinvolgono gli Stati Uniti nei vent’anni precedenti, del timore nato già durante gli anni cinquanta riguardo le ricerche per la creazione di armi batteriologiche e la latente preoccupazione che l’uomo stesse oltraggiando il mondo naturale cercando di sostituirsi al divino (l’iconica figura del Mad Doctor ed i suoi esperimenti).

2012. Robert Neville, interpretato da un palestrato Will Smith (“ultimo uomo” post Obama) sembra essere l’unico sopravvissuto ad una spaventosa pandemia generata dal virus del morbillo geneticamente modificato, originariamente concepito dalla dottoressa Alice Krippin per combattere il cancro. Nel nuovo millennio l’unico superstite della razza umana è un brillante virologo militare, barricato nella sua casa di New York. Barricato nel suo laboratorio sotterraneo conduce degli esperimenti su cavie animali infette per trovare una cura all’epidemia; solo di giorno può aggirarsi per le strade in cerca di cibo e rifornimenti, grazie al fatto che gli infetti, non potendo esporsi alla luce solare rimangono nascosti nel buio all’interno degli edifici abbandonati. La sua unica compagnia sono il cane Sam e dei manichini coi quali parla.

Sono soprattutto i finali dei film ed il concetto di “Uomo-Leggenda” a sollevare le riflessioni più interessanti che nascono proprio dal loro confronto, la comparazione con il romanzo e le diverse epoche storiche in cui i film sono stati realizzati.

Date le premesse una domanda sorge spontanea: quali mostri genereranno le paure alimentate in queste settimane di pandemia? I primi grandi mostri della storia del cinema comparvero proprio negli anni venti del secolo scorso, periodo storicamente ed economicamente complicato. Vien da pensare, a fronte di tante preoccupazioni, che una certezza ce l’abbiamo: di sicuro non mancheranno gli spunti per il cinema di paura.