“Putin è un pazzo”. Quante volte in questi giorni abbiamo sentito questa frase, qualcuno si è spinto anche più in là dicendo quanto il presidente russo sia paranoico o narcisista, in ogni caso la narrazione più diffusa è che Putin abbia attaccato l’Ucraina perché non sta granché bene, non è lucido.

Ora, lungi da me intavolare una discussione sull’uso delle parole che rischia di sfociare nello sterile politicamente corretto. Dire a qualcuno tu sei pazzo o roba da matti non è di certo un’offesa e non sottintende alcun retropensiero, salvo particolari eccezioni, è un modo per dire che una tale cosa o una persona è assurda, è lontana da noi e dai nostri modi di fare, è diversa dal sentire comune e dalla consuetudine.

Quindi questo pezzo non avrebbe ragione di esistere se si limitasse alle espressioni con cui Putin viene appellato dall’opinione pubblica.

Il problema sorge quando si cerca, davvero, una spiegazione psichica all’invasione dell’Ucraina, facendo di fatto passare per buona l’equazione follia uguale attività criminale.

Già nel 2008 uno studio condotto dall’ Office of Net Assessment, un think tank interno al ministero della Difesa americano che contribuisce a sviluppare strategie militari di lungo termine, ipotizzava che Putin avesse subito una lesione cerebrale e soffrisse della sindrome di Asperger, da questo momento in poi le ipotesi sulla salute mentale del leader russo si sono sprecate.

Dopo lo scoppio della guerra le teorie si sono moltiplicate soprattutto negli USA. C’è chi crede che Putin stia utilizzando la cosiddetta teoria del pazzo  propria della politica estera di Nixon dal 1969 al 1974, quando l’allora Presidente degli Stati Uniti, secondo quanto detto da lui stesso, avrebbe gestito la guerra del Vietnam in modo apparentemente irrazionale.

Infatti pare che volesse far credere che, essendo ossessionato dal comunismo, avrebbe potuto attaccare dovunque e con qualunque forza, anche contro gli stessi interessi degli Usa, e che perciò sarebbe stato meglio assecondarlo per evitare rischi.

C’è anche chi, come la giornalista scientifica e autrice americana Premio Pulitzer Laurie Garrett, ha teorizzato che gli effetti del long Covid potrebbero aver influenzato la salute mentale di Putin che oggi appare

“incapace di ragionare, forse per gli effetti del long Covid ed è in preda a un delirio d’onnipotenza”.

La questione relativa alla salute mentale del Presidente russo quindi, non riguarda solo l’uso di alcune parole o espressioni che rimandano alla sua presunta pazzia, ma sta diventando un argomento di riflessione preso sul serio, tanto che anche sui quotidiani nazionali alcuni esperti si sono impegnati a spiegarci se, quali e di che tipo, potrebbero essere i suoi disturbi psichici, ora smentendo, ora supportando questa tesi.

Se l’argomento trascende il linguaggio però è necessario intervenire. E lo ha fatto in maniera estremamente efficace la dott.ssa Gisella Trincas, presidente di UNASAM  (Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale), che in un’intervista al Redattore Sociale ha parlato di un “elemento di grave stigmatizzazione verso chi vive la condizione della sofferenza mentale”.

Per la Trincas

“Far passare qualcuno per pazzo è sempre la soluzione più sbrigativa, rispetto a cercare di comprendere motivazioni e cause. Putin è un dittatore, come altri in questo nostro mondo. Il fatto che abbia o meno un disturbo mentale, non può essere la priorità”.

Insistere, in maniera seria e scientifica, sullo stato di salute mentale di Vladimir Putin non solo non serve a spiegare o giustificare le sue azioni ma è inaccettabile perché avvalora la tesi che i comportamenti criminali siano strettamente collegati a una situazione precaria di salute mentale.

Immaginate se questa equazione venisse consolidata, quali sarebbero le conseguenze per il percorso di accettazione, normalizzazione e rispetto delle persone malate? Come si potrebbe continuare il cammino verso l’emancipazione e la ripresa se le disregolazioni emotive venissero paragonate ai gesti sconsiderati di un dittatore?

“Come non si può pensare di risolvere i conflitti tra Paesi allargando il conflitto – chiosa la Trincas – così non si può ipotizzare l’eliminazione fisica del folle”.

Perché è di questo che si sta parlando. Affibbiare a Putin l’etichetta di pazzo da un lato ci deresponsabilizza dalle iniziative che possono aver causato il conflitto perché lo rende una conseguenza in capo esclusivamente a lui, e dall’altro ci facilita il compito della condanna, anche fisica, di un uomo che commette azioni criminali poiché non in possesso delle sue piene facoltà mentali.

Mi rendo conto che questa riflessione possa sembrare catastrofica e catastrofista ma, a mio avviso, è estremamente opportuna, sia perché ci consente di capire come la strada per abbattere lo stigma della salute mentale è, ahinoi, ancora lunghissima e sia perché ci aiuta a comprendere quante interpretazioni sbagliate e fuorvianti contornino i dibattiti sull’argomento.

Se proprio vogliamo giocare ad attribuire una qualunque alterazione dello stato mentale a Vladimir Putin, prima leggiamoci le biografie degli altri dittatori, e anche Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé di A. Miller.

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