A metà degli anni ’40 del secolo scorso la città costiera di Noordwijk, in Olanda, era un presidio nazista. Le biciclette erano state requisite spalancando le strade ai motori delle milizie, e si mangiavano patate e bulbi di tulipani. Durante l’occupazione, tra i due campanili della piazza centrale del paese – uno di rappresentanza cattolica, l’altro protestante, entrambi di mattoni rossi contro un cielo solitamente bianco – aveva luogo ogni domenica una dimostrazione di violenza gratuita che riuniva tutti i cittadini, quale che fosse il loro credo, in una camerata di comune sottomissione fumante di rabbia. 

I soldati nazisti disponevano i sottomessi in colonne ordinate e ne chiamavano avanti i capofila per scudisciarne i volti con fruste di cuoio. Gli scudisciati venivano poi rispediti in fondo alla colonna e avanzavano i seguenti. Frustati tutti, a turno e con un certo ritmo, si rompevano le file e si poteva tornare a casa. Marchiandone i volti, però, i nazisti ottenevano l’effetto di esser visibili dalle persone di Noordwijk anche da assenti, dentro le abitazioni, riflessi negli specchi e nelle sembianze dei loro cari. Intristivano così i loro affetti, rendendosi spettri per abitarne le menti. 

Tra quelle persone c’era mia nonna. Per mia nonna la Seconda Guerra mondiale fu una cosa orrenda, e per decenni a seguire, ogni volta che sentiva qualcuno parlare in tedesco, l’ho sentita dire ad alta voce, in olandese e rivolgendosi più alla storia che a quella persona o alla sua nazionalità, “ridammi la bicicletta”

Quella storia includeva però anche mio nonno, che da Roma partiva alla guida di camion di rifornimenti per soldati italiani dislocati in giro per l’Europa e sul finir della guerra andò in Olanda, incontrò mia nonna, si innamorò e da loro nacque poi mio padre. Per mia nonna la Seconda Guerra mondiale fu una cosa orrenda, ma per mio padre fu condizione necessaria della sua esistenza; e tale, dunque, è stata per me. L’ultima volta che ho chiesto, mio padre era felice di esistere; e anch’io sono felice di esistere. Per noi dunque – come mia nonna ebbe a sottolineare in diverse occasioni – la Seconda Guerra mondiale è stata una cosa buona. 

I cambiamenti climatici globali cui stiamo partecipando sconvolgono l’intelaiatura non-umana del pianeta e minacciano la sopravvivenza e le aspirazioni di milioni di persone, consegnandoci a orrore morale potenzialmente catastrofico. I loro effetti posso spingere popolazioni intere a lasciare le proprie terre e cercare rifugio altrove, forse in altri continenti. Questi migranti climatici sono e saranno frustati in faccia dall’orrore come lo fu mia nonna dai nazisti. Ma come lei molti di loro si innamoreranno, nelle nuove terre che li ospiteranno o forse già in viaggio, e avranno figli e quelli saranno tutti figli del cambiamento climatico, persone che non sarebbero mai esistite se le temperature globali non si fossero alzate e che invece così conosceranno vita, e Terra. Se saranno felici di esistere, anche un minimo – se, pur in un mondo caldo, caotico e pericoloso, saranno felici di aver conosciuto il sorriso delle proprie madri, di giocare con i propri fratelli, di innamorarsi, piantare alberi, passeggiare, e chiacchierare con i propri figli – il cambiamento climatico, per loro e per chiunque nascerà da loro, e col tempo forse per la maggior parte delle persone al mondo, sarà stato una cosa buona. 

Alcuni eventi e alcune nostre scelte decidono non solo di ciò che succede, ma anche di chi esisterà. Chiunque viene ad esistere potrà solo esser grato, per ogni istante di bene di cui farà esperienza, a tutto ciò che è accaduto prima del suo concepimento e al fatto che le cose siano andate esattamente come sono andate. Uno scarto qualsiasi, una deviazione qualsivoglia dal preambolo, e lui non sarebbe mai esistito: vuoto, nessuno sguardo, nessuna emozione, nessun ricordo. Questo fatto è del tutto neutrale rispetto alla qualità morale del preambolo: una guerra mondiale, un carnevale climatico assassino, una pandemia, sono orrore per chi le vive ma fortuna per chi ne nasce. Se dovessimo un giorno fuggire su Marte per evitare di estinguerci su Terra divenuta inabitabile, i primi migranti planetari vivranno probabilmente nel rimpianto, la paura e il rimorso, ma i loro discendenti potranno solo esser grati che sorella Terra sia stata sventrata.

Il padre filosofico di queste problematicità fu Derek Parfit, nel suo Ragioni e persone del 1984; il luogo in cui molti di noi le hanno incontrate in forma di intrattenimento, forse senza accorgersene, è il film Ritorno al futuro del 1985. Tra le molte implicazioni vi sono le seguenti. Primo, il male è materia di bene ed è solubile nel tempo. Secondo, chi esiste deve onestamente accondiscendere a tutto ciò che è stato prima, quale che ne sia il pregio o dispregio, e che lo ha portato ad esistere; in cambio, non potrà essere oggetto del biasimo del futuro (in questo siamo come una confraternita di impuniti, i figli si pasciono del dolore dei genitori ma i genitori non sbagliano mai). Terzo, ampliando le scale temporali di applicazione a includere diverse generazioni, i nostri giudizi morali si straniscono e perdono presa, e con essi i battibecchi con cui quotidianamente banalizziamo e ci difendiamo dallo strabordare raggiante di orrore e meraviglia che avvolge il nostro esserci personale. Ciò che resta da giudicare a queste scale è l’estetica di una narrativa: se fendere le facce dei popoli con le fruste o sventrare un pianeta siano passaggi di una storia degna d’essere scritta, raccontata e ricordata mai da nessuno.