E compi evoluzioni tra gli invitati

Una delle cose che mi piacevano da ragazzo dei testi di Bennato era proprio che non li capivo o comunque ciò che in essi non riuscivo a capire. Anche se gli amici amanti della trap un giorno forse mi convinceranno della bellezza di versi come

“Lì no, non c’entravo, ho lasciato stare quando ho visto una puttana”

E se la musica per me non è mai stata carta da parati dell’anima né fattore di identificazione lo devo forse, anche, a questi ascolti giovanili. Voglio dire, ero, come tutti credo, alla ricerca di fattori di identificazione ma faticavo a trovarli nella musica che sentivo alla radio (d’altronde la musica italiana giovanile mainstream che mi piaceva, all’epoca, cantava spesso in inglese…).

Bennato, l’oscurità dei testi

Nei testi dei cantanti del decennio precedente c’erano però molte cose che mi erano oscure per motivi storici: ad es. ho conosciuto gli anni ’70 prima dai testi di Gaber e di Manfredi che dai libri di storia e solo dopo aver letto certe libri, tornando ad ascoltare, capii alcune cose che mi erano sfuggite (per es. Un tranquillo festival pop di paura è una cronaca quasi minuto per minuto del Parco Lambro di cui inizialmente non sapevo niente ecc.).

Ora, alcune delle oscurità dei testi di Bennato erano dovute a fattori contingenti di ignoranza mia, altri al fatto che la sua scrittura, soprattutto quando pretende farsi politica, tende ad essere favolistica, simbolica, coloristica, anche superficiale.

Ricordo che chiesi alla mia prof. di italiano chi diavolo fossero i pirati di Sono solo canzonette e lei mi rispose:

“quelli che ti rubano qualcosa o quello che vuoi vederci tu”

che era una risposta corretta ma è chiaro anche che per Bennato i pirati sono soprattutto i comunisti e che Capitan Uncino è un intellettuale incendiario alla Toni Negri (a tal proposito, mi fece molto ridere l’imitazione di Neri Marcorè, un po’ ingenerosa ma intelligente, di un Bennato che canta Nonna Papera & Ciccio, sostenendo che il suo è un testo scomodo senza saper dire a cosa allude precisamente).

Ma non è questo il vero punto di interesse che trovavo nei testi di Bennato. Erano altre canzoni, soprattutto quelle di un album come Io che non sono l’imperatore, che mi affascinavano. In Ci sei riuscita, ad es., c’era la descrizione di una figura femminile combattuta tra l’apparenza sociale e la ricerca di autenticità descritta con parole che non riuscivo a togliermi dalla testa. Un verso come quello posto in esergo (e compi evoluzioni tra gli invitati) mi colpiva perché nella sua sintesi riusciva a descrivere un intero mondo, sia l’aspetto soggettivo che quello delle relazioni sociali.

Una bellezza sconcertante

Erano cose, certo che potevi aver visto in un film (io potevo anche pensare alle feste in casa di mia zia), ma non potevo negare che il verso fosse molto potente, espressivo e preciso. E poi c’era l’altro: ma negli specchi che tieni nascosti ti vedi nuda in una foresta. Lo trovavo di una bellezza sconcertante. Non sapevo cosa fosse il surrealismo, per me le canzoni avevano versi come donne du du du in cerca di guai, quella roba lì era davvero incredibile, un’immagine veramente seducente, misteriosa. Sembrava dire qualcosa, alludere a qualcosa (e in realtà lo diceva in modo molto esplicito) ma, ecco il punto, la sua bellezza stava per me proprio in ciò che non si lasciava esaurire da un’interpretazione.

E alla fine, se penso a cosa significa per me la poesia, ancora oggi – un verso di Rilke o di Ungaretti – l’ho imparato anche da questi esempi pop e prosaici: la parola che senti carica di un significato che sfugge all’univocità e cui puoi tornare in continuazione con rinnovato stupore perché lascia sempre aperta una porta verso l’ignoto che danzando circoscrive.

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