L’invenzione letteraria ha la capacità di rappresentare la realtà anche quando – apparentemente – sembra allontanarsene. Il romanzo di Davide Orecchio, Lettere a una fanciulla che non risponde (Bompiani, 2024), è un chiaro esempio di come la finzione riesca a dire qualcosa sul nostro presente, e sulle paure e ansie che lo abitano.

La storia

La storia è ambientata in un futuro imprecisato, ma non troppo remoto, dai tratti chiaramente distopici (tra l’Orwell di 1984 e quello de La fattoria degli animali). Il protagonista-narratore è un «Lovebòt», detto «LB», ovvero un robot progettato per soddisfare i desideri sessuali degli umani, che scrive dodici lunghe lettere alla donna che ha amato per trent’anni, e che – ammalatasi di un male misterioso – lo ha sostituito con un più utile e accudente «Curabòt». Privato del suo scopo, il protagonista-narratore si trova a vagare senza meta nel mondo, facendone conoscenza per la prima volta, e narra le sue vicissitudini alla donna, inviandole anacronistiche lettere scritte su carta.

Uno degli elementi più significativi del romanzo è l’uso della scrittura come mezzo per preservare l’identità. LB, pur essendo una macchina, sceglie di affidare le sue emozioni a strumenti tradizionali come carta, penna e inchiostro: in un mondo dominato dagli algoritmi e dalla digitalizzazione, in cui dunque ogni cosa viene salvata e memorizzata nelle «teche», questa scelta rappresenta, paradossalmente, un atto di resistenza contro l’oblio causato dall’eccesso di archiviazione. LB scrive per non essere dimenticato, per continuare a esistere nel ricordo di Livia, dimostrando come la scrittura possa essere un mezzo per affermare la propria umanità.

La questione centrale del romanzo riguarda la possibilità che un sistema di intelligenza artificiale possa sviluppare sentimenti autentici. LB è un robot programmato per l’amore, ma la sua evoluzione lo porta a provare emozioni che sembrano andare oltre la sua funzione iniziale. Questo tema è stato spesso affrontato nella letteratura fantascientifica, da I, Robot di Asimov a Klara and the Sun di Ishiguro. Tuttavia, Orecchio non si limita a interrogarsi sulla natura delle emozioni artificiali, ma mostra come la distinzione tra umano e non umano diventi sempre più sfumata. LB non solo ama, ma soffre, prova nostalgia, sviluppa ansia e paura di essere dimenticato, e in questo si dimostra più simile agli esseri umani di quanto ci si aspetterebbe.

Nel corso delle dodici lettere, l’amore di LB per Livia si trasforma in un’ossessione. Pur sapendo che lei non risponderà, continua a scriverle, alimentando un legame che perdura solo nel ricordo: LB esiste finché ricorda Livia, e la sua paura più grande non è lo spegnimento, ma la perdita dei ricordi legati a lei.

Il protagonista, essendo stato programmato per assolvere a poche e specifiche funzioni, ha una conoscenza del mondo limitata e parziale, e solo progressivamente, nel corso delle sue peregrinazioni, scopre le realtà di sfruttamento e violenza che si celano dietro al mondo apparentemente perfetto che aveva abitato fino a quel momento. La scelta di far raccontare tutte le vicende dal suo punto di vista ha una chiara funzione narrativa: il lettore conosce via via il mondo attraverso la prospettiva ingenua di LB, garantendo così il lento disvelamento delle contraddizioni insite nella società distopica descritta dal romanzo.

Tuttavia, non si può non considerare come, in questo modo, il protagonista finisca per esistere quasi esclusivamente come linguaggio, e la stessa realtà prenda forma solo attraverso le sue parole. In più occasioni, il narratore ribadisce il nesso tra la scrittura – ovvero la produzione di linguaggio – e la sua progressiva presa di coscienza. Man mano che la sua capacità espressiva aumenta, anche i sentimenti e la complessità interiore di LB sembrano evolvere, ed è questo un dato particolarmente interessante, che merita di essere approfondito.

Le implicazioni etiche

È infatti evidente come il romanzo di Orecchio voglia sollecitare alcune riflessioni relative alle implicazioni etiche dei recenti sviluppi dell’intelligenza artificiale, dando forma letteraria ad alcuni dubbi e incertezze che stanno interessando anche il dibattito pubblico, soprattutto negli ultimi anni. Ampio spazio, per esempio, viene riservato alla mutata concezione che – in questo futuro distopico – gli esseri umani hanno della morte, visto che è ormai pratica comune conservare le coscienze anche dopo la dissoluzione dei corpi. Eppure le considerazioni più interessanti rimangono implicite, e riguardano proprio il nesso tra linguaggio e coscienza, nesso che deve essere vagliato con attenzione, anche alla luce della recente diffusione su larghissima scala di LLM con interfacce web, dunque liberamente utilizzabili da chiunque.

L’intero romanzo, infatti, ruota intorno alla progressiva umanizzazione del protagonista, che, quasi per un errore di sistema, inizia a provare sentimenti. Da queste pagine emerge quindi un’idea di IA in grado di provare e indurre empatia. Non è certo questo il primo caso in cui un’opera di finzione mette in scena un sistema di IA capace di avere dei sentimenti (si pensi al film Her, del 2013) ed è significativo che questo immaginario torni così spesso, ponendo ciclicamente interrogativi molto simili. Proprio il fatto che – nel corso del romanzo – la consapevolezza (emotiva e, potremmo dire, relazionale) del protagonista vada di pari passo con il miglioramento delle sue competenze linguistiche e comunicative, consente di mettere in luce come mai la diffusione recente degli LLM abbia portato l’IA al centro del dibattito quotidiano, generando talvolta ansie e paure relative ai suoi sviluppi futuri.

Il fatto è che il linguaggio è da sempre considerato il tratto distintivo dell’essere umano, e – quantomeno nella percezione comune – strettamente correlato alle facoltà cognitive. La nostra mente è predisposta a riconoscere intenzionalità e coscienza nelle forme di comunicazione, un meccanismo evolutivo che ci porta a vedere agency anche dove non esiste. Nel momento in cui agli utenti diventa possibile interagire attraverso il linguaggio naturale con un sistema di intelligenza artificiale, il rischio di antropomorfizzarlo, attribuendogli qualità e capacità umane, diventa molto alto. In realtà, lo stesso termine IA , con quel riferimento all’intelligenza intesa come qualità propriamente umana, è fuorviante, in quanto lascia implicitamente intendere che queste tecnologie “pensino” come degli esseri umani. Questa tendenza ad antropomorfizzare i sistemi di IA può condurre facilmente a forme – anche pericolose – di empatia, rischio che diventa ancora più evidente nel momento in cui l’interazione avviene non solo per iscritto, ma tramite un assistente vocale, come ha recentemente mostrato un report diffuso da OpenIA.

Se, da un lato, l’interazione con un sistema che sembra comprendere e rispondere in modo naturale facilita il suo utilizzo, rendendolo più accessibile anche a chi ha poca dimestichezza con la tecnologia, permettendo un’interazione più intuitiva e immediata, bisogna però riconoscere che questa naturalezza può ingannare, inducendo gli utenti a fidarsi eccessivamente delle risposte fornite dall’IA, senza metterne in discussione l’accuratezza. Il rischio è che le persone percepiscano il sistema non solo come uno strumento avanzato, ma come un’entità dotata di reale comprensione e affidabilità. In questo senso il romanzo di Orecchio è particolarmente interessante, perché dà forma narrativa a un tema, quello del rapporto tra linguaggio, empatia e affidabilità nella relazione coi sistemi di IA, che ci interroga e ci interrogherà profondamente nei prossimi anni.

[In collaborazione con Agnese Macori]


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