“Lezioni dalle rovine”, il nuovo libro di Davide Bregola è un inno alla scrittura, alla poesia e alla vita
Davide Bregola è da poco tornato in libreria con "Lezioni dalle rovine. (Leggere, scrivere, vivere)". L'intervista.

Davide Bregola è da poco tornato in libreria con "Lezioni dalle rovine. (Leggere, scrivere, vivere)". L'intervista.

Davide Bregola è da poco tornato in libreria con Lezioni dalle rovine. (Leggere, scrivere, vivere), uscito lo scorso Aprile per Avagliano Editore. Per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e conversare con lui, saprà che parlare con Bregola non è semplice. Non per la vasta cultura di questo scrittore capace di addentrarsi nelle parole tanto da farti perdere con l’immaginazione, ma perché incredibilmente abile nel comprendere la vita di chi osserva valutandone i comportamenti, con quell’attenzione verso l’altr* che dovrebbero dimostrare tutti coloro che professionalmente si occupano dei problemi delle persone.

Mi fa piacere ricordare in un’intervista, la sua significativa affermazione relativa ad una modalità efficace: «nella costruzione di un personaggio bisognerebbe lavorare sull’edificazione di una sua etica.». Bregola da sempre ha ritenuto fondamentale l’importanza dell’invenzione e della creatività come stile di vita, soprattutto nell’editoria, dimostrando la coerenza di una personale visione del mondo editoriale. La sua attenzione verso testi che ritenne fondamentali, ma meno “comodi” per gli editori di tendenza, lo discosta per levatura da un ambiente che si è impoverito sempre più. Il suo speciale sguardo verso l’essere umano, gli ha permesso di mantenere una direzione controcorrente, di contro tendenza rispetto alla cultura dominante da cui si è tenuto debitamente lontano, ritenendola incapace di stimolare, ed altrettanto distaccato è rimasto dalle istituzioni e dalla politica convenzionale.
Bregola si muove con grazia, leggerezza e sorpresa sulla superficie della terra in cui è nato; in quella in cui vive a volte capita di incontrarlo e, se si è fortunati, di parlare con lui della difficoltà di continuare a promuovere e difendere la vera cultura, quella più appartata, meno illuminata e non per questo incapace di nutrire con la forza generativa della narrazione. L’ho intervistato per fare in modo che potessero essere le sue parole a raccontarvi l’ultima pubblicazione in cui si ridestano tracce mai assopite, testimoni dell’amore profondo per la letteratura, la scrittura, la vita, lo spazio e il tempo in cui si dilata. Lezioni dalle rovine è un risveglio felice, al suono del suo clàcson.

Bregola e questo libro nuovo da dove salta fuori?
Erano 4 anni che non pubblicavo qualcosa di nuovo e per i tempi della contemporaneità è qualcosa di inammissibile, a quanto pare, seguendo le mode dei social dove tutto deve essere immediato e contemporaneo. Ho seguito invece i miei tempi e ho scritto qualcosa che di immediato non ha nulla e mi sono totalmente disinteressato dei presunti tempi contemporanei d’attenzione.
Poi a un certo punto mi sono detto che a 50 anni bisognava scrivere qualcosa che avesse senso per me perché stavo riflettendo sull’ignavia e per autocritica mi stavo convincendo di stare affrontando la vita con ignavia ma allo stesso tempo mi dicevo che in questi decenni ho lavorato in ferrovia, ho studiato, ho letto, ho fatto il manutentore meccanico per un’azienda alimentare, ho fatto progetti culturali su vasta scala come direttore artistico. Insomma tutta una serie di contraddizioni che, per come sono fatto, ho trovato stimolanti.
Nella testa ho iniziato a rimuginare la parola “operaio” così desueta e così infangata. “Operaio”, “operaio” e così mi son detto che il mio destino è sempre stato quello di essere un operaio-studente, un operaio metalmeccanico, un operaio manutentore, un operaio della scrittura che fatica sempre a promuovere la lettura, la scrittura, in scuole, biblioteche, spazi improvvisati…una serie di errori che hanno dato, come risultato, degli svarioni. Un fallimento totale ma un fallimento gentile.

Lezioni dalle rovine, il titolo, appunto. Quali sono le rovine? Quali le lezioni?
Così com’è strutturato il libro, in 4 movimenti più un capitolo fantasma, parlo di rovine vere e proprie che spesso sono andato a visitare negli spazi abbandonati, ma parlo anche delle rovine della giovinezza, di uno spleen fatto di dolore e prese di coscienza. La giovinezza, almeno per me e per buona parte di tanta letteratura “di formazione”, non è solo spensieratezza e felicità, ma è fatta di tanti “dolori del giovane Werther”, rovine dell’anima. A partire dal dolore, dal non sentirsi a proprio agio, da quello che racconto sul mondo del lavoro, da quello che dico sulla frequentazione di poeti e scrittori, ho tratto alcune lezioni e così è nato il titolo e il sottotitolo del libro che fa: Leggere, scrivere, vivere.

A proposito dei poeti e degli scrittori di cui ha appena accennato, cosa c’entrano col libro?
La struttura è molto semplice, racconto trent’anni di vita di un uomo che dai 20 anni arriva ai 50 e cambia quattro lavori. Nel mentre frequenta per stima e passione una scrittrice, uno scrittore e due poeti. Sono artisti importanti ma fuori dai radar. Persone con un carattere complesso e dotate di una particolare grazia creativa. Piccoli classici lontani dalle cosiddette luci della ribalta.
Nel frattempo si muove per la provincia…
Sì come in tutti i miei libri lo spazio in cui faccio agire le storie è quello. La ragione è presto detta: la provincia è una macchina narrativa molto suggestiva e meno inflazionata di altri spazi. Ci vedo i prodromi di quel che di lì a breve potrebbe diventare il Paese intero. Parlo di spazio e non di territorio o di luogo o altro perché non faccio la guida turistica o il promotore di mete dilettevoli, ma provo a guardare metamorfosi, mutazioni e dissolvenze. Più antropologia che cartoline. Più sociologia che storytelling.

E gli scrittori di cui parla?
Sono persone che ho frequentato in concomitanza con letture dei loro libri o subito dopo averli letti e apprezzati. Li ho letti e riletti più volte. Ancora oggi mi passano qualcosa dentro ma non lo so definire con esattezza. Sono Umberto Bellintani, poeta di San Benedetto Po. L’ho visto poche volte e letto molto. Poche frasi tra me e lui, ma di grande insegnamento. Un altro di cui parlo è lo scrittore Vitaliano Trevisan, autore per Einaudi di grandi libri. Uno che fa fatto molti lavori manuali e ha scritto per il teatro e il cinema oltre che per la letteratura. Racconto anche di Marosia Castaldi, autrice Feltrinelli. Quando uscivano i suoi libri sembrava sempre una resurrezione della letteratura. Una volta morta quasi nessuno se ne ricorda più, ma a parte la ricordanza, a me interessa l’opera e ora la sua opera è di difficile reperibilità. Racconto di Ivano Ferrari e delle sue poesie, dei nostri brevi dialoghi, della coincidenza che, conosciuto trent’anni fa, per una serie di eventi sono andato ad abitare dove ha abitato lui per anni. Un giorno sono andato nei sotterranei del palazzo in cui vivo e tra scatoloni di fogli e libri ho trovato alcuni quaderni del 1984 e 1985 dove c’era la sua firma e dove c’erano alcune cose scritte a penna. Se non si è capito bene, sono 4 artisti tutti morti in questi anni e mi mancano.

Come entra il lavoro in tutto questo?
Prima di tutto considero Lezioni dalle rovine un libro working class. Io stesso provengo da una famiglia nella quale mio padre era operaio Enel e poi tramite concorsi interni è diventato assistente al capo reparto. Così diceva. Mamma invece era casalinga e andava a fare i mestieri in casa dalle persone abbienti. Ricordo nonna materna che gestiva una azienda agricola e chiamava i titolari “I padròn” cioè i padroni. Io andavo a casa sua dove, al piano nobile, c’erano mobili antichi, quadri pregiati e tappeti persiani. Lassù però non si poteva andare, perché era lo spazio dei padròn che ogni tanto arrivavano da Venezia per controllare terre e frutteti. Sgattaiolavo lassù anche se era vietato ed era un mondo molto diverso da quello che conoscevo. Gli scrittori di cui parlo nel libro, le situazioni di cui racconto, sono persone e storie a me famigliari. Trevisan ha fatto decine di lavori, anche manuali, Ferrari era stato al macello comunale e poi custode di un palazzo e bibliotecario, Bellintani applicato di segreteria, pittore, scultore. Marosia Castaldi aveva fatto l’accademia di belle arti e poi scultura, comunque nessuno di loro era un aristocratico o un ricco possidente terriero o un ereditiere. Eppure erano tutti e 4 molto ricchi di qualcosa che ha a che fare con una propria ontologia. Per me avere una propria ontologia è qualcosa di indispensabile, imprescindibile per gli artisti ma penso sia importante per tutti.

L’ultima parte del libro?
La scrittura, la lettura, mi hanno portato a essere un militante. Milito nella cultura con l’attitudine manuale del lavoro. In quel capitolo ci sono esperienze che, grazie alla forza della letteratura, possono essere ricondotte a un impegno civile che non ha nulla di egoriferito ma ha molto a che fare con la forza ancora insita nella grande poesia, nella grande letteratura. Lì, alla fine, racconto di apparizioni e visioni…in un contesto psichiatrico. E’ uno dei lavori che ho fatto: docente di scrittura in un centro diurno. Ho constatato, libri alla mano, che c’è modo e modo di essere utili nei luoghi estremi. Meglio proporre il meglio. Qualcosa accade sempre se proponi grande poesia, grande letteratura. Ma sono consapevole che “grande” non è una categoria. Per qualcuno è grande Handke, per altri è grande l’ultima vincitrice dello Strega. Pareri…

Ah, nulla di egoriferito dunque? Come spiega allora questa copertina con la sua faccia in primo piano?
No, no, quella è una foto scattata 25 anni fa da una fotografa, Sabrina Ragucci, di scuola Guido Guidi. C’è questo ragazzo che guarda in camera, vestito con un eskimo fuori moda e ci guarda un po’ tutti con quegli occhi ingenui. Però a me sembra chiedere: Che hai combinato in tutti questi anni? Stai conducendo una vita dignitosa? Hai smesso di essere ignavo? Qui mi riferisco ovviamente al campo morale, a quello sociale, non certo a questioni economiche. E quel tizio mi guarda e non lo riconosco quasi più, eppure è un me che vive ancora in un tempo e in uno spazio familiari. Non so…mi sembra la fotografia di tutti. Siamo un po’ tutti quel tipo là del 2000 con l’eskimo e la faccia ingenua, i capelli neri.
E dopo questo libro?
Eh, non so…difficile scrivere. Difficile starci dentro spiritualmente. Vedremo…
Ringrazio Davide Bregola per la bella opportunità di questa intervista. Se capitasse dalle vostre parti non perdete l’occasione di poterlo incontrare.

Chi è Davide Bregola
Davide Bregola è nato a Bondeno, in provincia di Ferrara, vive l’infanzia a Ostiglia (Mn) e successivamente va a vivere a Sermide in provincia di Mantova. Studia a Ferrara, dove frequenta la Facoltà di Legge. Esordisce nell’ambiente letterario nel 1996 quando due suoi racconti (Frenchi Fagiano è un tecnovillano e Gioventù sonica) vengono pubblicati nell’antologia Coda, che seleziona testi di giovani scrittori sotto i 25 anni. Nel1999 pubblica la raccolta di racconti Viaggi e corrispondenze, con la quale vince il Premio Tondelli per la narrativa. Inizia poi a lavorare nel campo dell’editoria e del giornalismo, collaborando alle pagine culturali di Il Foglio e de Il Giornale e tenendo incontri e seminari di scrittura creativa. Sul tema della letteratura migrante in lingua italiana pubblica nel 2002 il libro Da qui verso casa, che raccoglie interviste con narratori, e nel 2005 Il Catalogo delle voci, in cui intervista poeti. Altre sue opere narrative sono Racconti felici (2003) nella quale ripropone alcuni suoi racconti pubblicati su riviste e fanzine, e il romanzo La cultura enciclopedica dell’autodidatta (2006) Con la vita segreta dei mammut in Pianura Padana vince il Premio Chiara nel 2017.È autore della “Trilogia del fiume” composta da La vita segreta dei mammut in Pianura Padana (Premio Chiara), Fossili e storioni (Finalista Premio Fabriano 2019), Nei luoghi ideali per la camporella (2022). Tutti pubblicati da Avagliano Editore.
La pubblicazione delle immagini di questo articolo scritto per la testata giornalistica digitale ReWriters, è stata autorizzata da Davide Bregola dove non espressamente indicato.
