Per oltre un secolo le opere di Edmonia Lewis sono rimaste sparse come frammenti di una costellazione perduta. Alcune erano finite nei depositi dei musei, altre attribuite erroneamente, altre ancora dimenticate dalla storia dell’arte. Oggi la mostra Edmonia Lewis: Said in Stone prova a ricomporre quel cielo disperso, riunendo le opere sopravvissute di un’artista che dovette combattere contro quasi tutto ciò che il suo tempo considerava inevitabile: il razzismo, il sessismo e la diffidenza verso il talento femminile.

Cupid Caught di Edmonia Lewis, Mark Landon / Wikimedia Commons

L’impossibile

Nata intorno al 1844 nello Stato di New York, da madre afroamericana e padre di origine afro-haitiana e Ojibwe, venne al mondo in un’epoca in cui sarebbe già stato difficile essere nera. Ancora più difficile essere donna. Quasi impossibile essere entrambe le cose insieme. Eppure Edmonia scelse anche una terza condanna: diventare artista.

Edmonia Lews. Le accuse

La giovinezza di Edmonia Lews fu segnata da un episodio che avrebbe potuto distruggere qualunque esistenza. Mentre studiava all’Oberlin College, una delle rare istituzioni americane aperte agli studenti afroamericani, venne accusata di aver avvelenato due compagne bianche. L’accusa si rivelò infondata, ma non bastò a proteggerla. Fu sequestrata da una folla, picchiata brutalmente e lasciata sanguinante lungo una strada. Venne assolta, ma l’assoluzione non cancellò il sospetto, né l’odio che l’aveva generato.

Edmonia Lewis / Wikimedia Commons

L’assoluto talento

In quella vicenda c’è già tutta la sua storia. Perché Edmonia Lewis avrebbe trascorso la vita a essere giudicata prima ancora che osservata. Troppo nera per il mondo dell’arte bianco. Troppo donna per un mestiere dominato dagli uomini. Troppo talentuosa per non suscitare invidia. Troppo indipendente per essere facilmente controllabile. Il suo talento, però, aveva una qualità rara: era impossibile ignorarlo. A Boston iniziò a modellare busti di abolizionisti e figure legate alla Guerra Civile americana. Quando realizzò il ritratto del colonnello Robert Gould Shaw, l’ufficiale che guidò uno dei primi reggimenti afroamericani dell’Unione, il successo fu tale da permetterle di raccogliere il denaro necessario per partire verso l’Europa.

Hiawatha’s Marriage di Edmonia Lewis, Mark Landon / Wikimedia Commons

La seconda nascita

Nel 1866 arrivò a Roma. Per molte artiste e scrittrici americane dell’Ottocento la città eterna rappresentava una sorta di esilio volontario. Per Edmonia Lewis fu qualcosa di più: una seconda nascita. Roma non era un paradiso. Ma era meno ostile dell’America. Qui trovò una comunità internazionale di artiste, intellettuali e mecenati. Qui poté lavorare senza dover giustificare continuamente la propria presenza. Qui prese uno studio che un tempo era appartenuto ad Antonio Canova, il grande maestro del Neoclassicismo. Immaginare quella giovane donna nera che scolpisce il marmo negli stessi spazi attraversati dal più celebrato scultore europeo sembra ancora oggi un piccolo atto di rivoluzione.

Awake di di Edmonia Lewis, Mark Landon / Wikimedia Commons

Il viaggio a Roma

Eppure neanche Roma la liberò completamente dal pregiudizio. Molti critici e colleghi maschi sostenevano che una donna non potesse scolpire da sola il marmo. Era pratica comune affidare l’esecuzione materiale delle opere ad artigiani italiani, ma Lewis rifiutò. Pretese di scolpire personalmente ogni blocco, proprio per sottrarsi all’accusa che il suo lavoro fosse opera di altri. Ogni colpo di scalpello era anche una prova da esibire al mondo. Non bastava creare. Doveva dimostrare di aver creato.

La regina egizia

Le statue di Edmonia Lewis raccontano la stessa ostinazione. Donne forti. Figure bibliche abbandonate e resistenti. Persone afrodiscendenti appena liberate dalla schiavitù. Personaggi indigeni. E soprattutto Cleopatra. Nella monumentale Death of Cleopatra la regina egizia non appare idealizzata né addolcita. È una donna nel momento esatto in cui la vita la sta abbandonando. Una visione potentissima, lontana dall’eleganza rassicurante del gusto dell’epoca. Forse Lewis riconosceva in Cleopatra qualcosa di sé: la consapevolezza di essere osservata da un mondo pronto a giudicare, ma incapace di comprenderla davvero.

Deth of Cleopatra di Edmonia Lewis, Mark Landon / Wikimedia Commons

Le opere disperse

La fama di Edmonia Lewis fu enorme. Espose negli Stati Uniti e in Europa. Ricevette commissioni prestigiose. Eppure, come accade spesso alle donne che arrivano troppo presto, la storia si dimenticò di lei. Morì a Londra nel 1907, quasi nell’ombra. Per decenni le sue opere furono disperse, attribuite male, dimenticate nei depositi dei musei. Alcune sembravano perdute per sempre. Oggi, più di un secolo dopo, Edmonia Lewis torna finalmente a parlare.

Busto di Abraham Lincoln di Edmonia Lewis, Mark Landon / Wikimedia Commons

La mostra

La mostra Edmonia Lewis: Said in Stone, organizzata dal Peabody Essex Museum e dal Georgia Museum of Art, che si inaugura l’8 agosto per chiudere il 3 gennaio 2027, riunisce circa trenta sculture, quasi metà della sua produzione conosciuta. È la prima grande retrospettiva mai dedicata a questa artista straordinaria e rappresenta un tentativo di ricostruire non soltanto una carriera, ma una presenza. Il titolo è perfetto. “Said in Stone”, detto nella pietra. Perché Edmonia Lewis trascorse l’intera esistenza cercando di essere ascoltata in un mondo che preferiva non sentire la voce delle donne e delle persone nere. Alla fine trovò il modo di farsi ascoltare comunque. Non attraverso i salotti. Non attraverso i giornali. Non attraverso i potenti. Ma attraverso il marmo. E il marmo, a differenza dei pregiudizi, sa aspettare.

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