Lo scorso 14 settembre è stato il compleanno di Bong Joon-ho, regista saltato agli occhi del grande pubblico con l’ultimo Parasite (che ha fatto incetta di premi da Cannes agli Oscar). Tra i molti autori emersi dalla new wave del cinema coreano (dal Park Chan-wook di Old Boy al Kim Jee-woon di I Saw the Devil) uno dei più interessanti e talentuosi è, senza discussione alcuna, Bong Joon-ho. 

Memories of Murder (2003), The Host (2006), Madre (2009), sono tutti capolavori di un regista d’immenso talento, funambolo capace di tenersi in equilibrio tra cinema popolare e rilettura critica, caustica o giocosa del genere. Colgo l’occasione per parlare di uno dei suoi film più noti, Snowpiercer.

Sul set di Snowpiercer (2013)

Snowpiercer (2013), oltre ad essere uno dei migliori film di fantascienza (qua un altro paio di titoli da recuperare) degli ultimi anni, è anche il primo lavoro di Bong che lo vede affacciarsi in prima persona nel mondo produttivo statunitense. L’autore non segue però la scia di Park Chan-wook e di Kim Jee-won che hanno esordito a Hollywood su commissione, rispettivamente con Stoker e con The Last Stand, poiché parliamo di un progetto voluto in primis dal regista, tratto da una serie di fumetti francese, Le Transperceneige, e da lui adattato per lo schermo e co-sceneggiato.

Da quel che si dice la storia è andata più o meno così: nel 2004 Bong si reca nella sua fumetteria di fiducia a Seoul durante la pre-produzione di The Host, qua trova il sopracitato fumetto e lo divora in piedi davanti allo scaffale senza neanche uscire dal negozio (chissà se poi l’ha pagato). A questo punto, totalmente innamorato, va dal suo amico che gli aveva prodotto Memories of Murder, il quale risponde con un sonoro 2 di picche senza neanche una pacca sulla spalla. Bong allora va dal suo collega Park Chan-wook e gli fa leggere il fumetto, tipo due compagni di scuola alle medie insomma. Park però rimane affascinato e con la sua Moho Films decide di comprare i diritti di trasposizione. Passano poi parecchi anni perchè a quel punto Bong vuol fare le cose in grande, sostanzialmente vuol ricreare una sorta di Arca di Noè sul suo treno e quindi vuole un cast multietnico. Da qui la necessità di parecchi fondi ed il successivo ingaggio di un cast di stelle che vede, tra gli altri: Chris Evans, John Hurt, Ed Harris e Tilda Swinton oltre al fenomeno coreano Song Kang-ho. Alla fine il budget sarà di più di 38 Mln, aggiudicandosi il primato di film coreano più costoso di sempre.

Magari però vi starete chiedendo ma di che parla quindi ‘sto film?. È presto detto. Nel 2014 gli uomini spargono un particolare refrigerante credendo di arrestare il pericoloso scioglimento dei ghiacciai, provocando invece una nuova glaciazione e la quasi estinzione del genere umano. Si salvano i passeggeri di un particolare treno, l’arca sferragliante che in un anno fa il giro del mondo, attraversando delle rotaie che collegano i cinque continenti. Nel 2031 il migliaio di persone che abitano il vagone di coda in condizioni di vita miserabili e inique si preparano all’ennesima rivolta: sono brutti, sporchi e cattivi, e non hanno nulla da perdere. L’obiettivo è arrivare al primo vagone, dimora di Wilford, il creatore e custode del sacro treno e del suo motore perpetuo, grazie all’aiuto di un esperto in sicurezza. Il tutto però si potrebbe pure riassumere con un semplice quesito: cosa succederebbe se sull’Arca di Noè non ci fosse uguaglianza tra tutti gli esseri di Dio, ma si ricreasse in scala una malata suddivisione gerarchica della nostra società?

Scena tratta da Snowpiercer (2013)

La rappresentazione della divisione in classi sociali in scompartimenti o circoscrizioni è andata parecchio di moda nel cinema dell’inizio di questo decennio. Basti pensare ad Hunger Games o ad In Time per ritrovare situazioni simili. Quindi da questo punto di vista Bong non ha inventato assolutamente nulla. Ma come sempre quello che fa la differenza non è l’idea di base ma il talento e la visione di insieme con cui la si mette in scena. Tutta la filmografia del regista coreano è percorsa da una vena nerissima (a tratti ironica, a tratti realistica), un concentrato di cattiveria che serve all’autore per smascherare la contraddizione della società o della forma di aggregazione su cui punta l’occhio della macchina da presa. In Snowpiercer tutto ciò non manca. La rivoluzione guidata da Curtis ci fa viaggiare attraverso il marcio dell’ultima classe, microsistemi ecosostenibili sottovetro, l’opulento benessere festaiolo dei vagoni di testa. Un’Odissea claustrofobica all’interno di un treno che non fa che rappresentare le varie sfaccettature dell’uomo. Tutto fino al raggiungimento di quell’ultimo vagone, quell’incontro con Wilford e quell’ultima scoperta lancinante che svela nella, sua straordinaria forza, il sotto-testo politico dell’opera. Il tutto servendosi del suo stile grottesco e sopra le righe, con il quale dissacra il potere senza per questo esaltare i suoi protagonisti, un manipolo di disperati non rappacificati, condannati ormai alla dannazione.

Come faccio poi a non dire due parole sul lato tecnico e ludico dell’opera? 
L’approdo di un regista straniero, specie se orientale, nel ricco e bigotto occidente è spesso problematico ed io, da spettatore e (in questo caso) da fan, lo temevo parecchio. Questo perché l’estetica della violenza che ci ha affascinato nei migliori talenti sudcoreani si scontra con la formula occidentale del blockbuster, violento sì ma a basso tasso di emoglobina o dove il sangue è per lo più decorativo. L’impatto di Bong però è prepotente, anzi è proprio cazzuto e sconvolge totalmente i canoni di film di questo genere. Per capire poi il talento folle e stravagante del regista basta una singola scena: quella in cui la sua abilità gli permette di passare con nonchalance da un’efferata sequenza d’azione con i chiaroscuri della fotografia di Hong Kyung-Pyo che tagliano la luce a colpi d’ascia (e con essi i vari personaggi), a una luminosa scena musicale surreale ed inquietante.

Snowpiercer è un’opera a cui non manca realmente nulla.

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