Dovete sapere che recentemente sono diventata un’appassionata di biopic. Recentemente mica tanto, diciamo dal 2018, con Bohemian Rhapsody. Credo di aver pianto tante lacrime solo con Bambi, da piccola.

Fu la sceneggiatrice Margherita Pauselli, qualche anno fa, ad accendere il faro sul disarmante potere del talento, cioè sulla capacità che il talento ha di emozionarci. Sembra quasi buffo dirlo oggi, l’epoca dei talent per eccellenza, gli anni in cui su questa emozione sono state costruite gigantesche macchine per fare soldi. Pauselli mi disse, in un pomeriggio di chiacchiere, che aveva una passione profonda, una pratica tutta sua, quella di passare le ore a guardare video dove persone da ogni parte del mondo tiravano fuori un talento, uno qualsiasi: e quanto si commuoveva!

Biopic, spesso occasioni perse

Nel divorare biopic, oggi, la penso spesso: quanto riesco, adesso, a capire ciò che allora mi sembrava una sua stranezza! Che forte l’emozione di vedere come il talento, quando preme, non può non farsi strada nelle nostre vite, fino a manifestarsi in tutto il suo vigore e la sua potenza.

Eppure, alcuni biopic sono occasioni perse: primi tra tutti quelli che rinunciano alla verità nella sua completezza per diventare pura celebrazione (e magari cavalcare il credito delle fanbase). Se è vero che il potere del talento sta nel suo compimento, non può esserci narrazione di un talento in fieri: sarebbe un tradimento non solo di fan e pubblico ma del talento tout court.

“Supersex” e “Sei nell’anima”, biopic impossibili

Sia Supersex, la serie Netflix di 7 episodi sulla vita di Rocco Siffredi, che Sei nell’anima, il film di Cinzia TH Torrini sulla vita di Gianna Nannini, cercano di creare un’agiografia, che però è fisiologicamente impossibile, dato che i protagonist* sono vivi e vegeti e, mentre escono i film, commentano, intervengono, fanno casini, vanno avanti nella vita, come tutte e tutti noi.

I due biopic non mi sono piaciuti per il semplice fatto che, nonostante entrambi ben sceneggiati, girati, montati e interpretati, dunque assolutamente godibili, tacciano sulla parte più intrigante delle vite che raccontano, che pure è cronaca sotto gli occhi di tutt*: la genitorialità.

Mettere in scena infanzia e carriera di Rocco e Gianna, dettagliando, nell’ascesa al successo, nevrosi, paure, fragilità, cadute, ambiguità, errori, incidenti, senza invece una parola sull’avventura più incredibile agli occhi di noi persone ordinarie, quella di essere riusciti a conciliare la stravaganza assoluta del successo con la comune responsabilità della genitorialità, significa sottrarre il colpo di scena alla trama.

Mettere al mondo ed allevare due figli (Rocco) con una moglie pornodiva, mentre si vive una vita da star in giro per il mondo, senza amore, con coatte e anonime eiaculazioni quotidiane e con un fratello criminale, così come farlo (Gianna) all’età di 56 anni, apparentemente in solitudine, con un’esistenza sopra le righe fatta di droghe, problemi psichiatrici e tour planetari, mi pare sia una parte molto intrigante da condividere.

Il potere di un talento, quello che spinge a raccontarne genesi ed evoluzione, non è forse dato dalla straordinarietà con cui si riesce a vivere la stessa vita ricevuta da tutti in dono? Il movente di un biopic, penso, dovrebbe risiedere nell’urgenza di condividere gli aspetti esemplari di una vita qualunque o, simmetricamente, di una vita eccezionale che si è sviluppata da una condizione ordinaria: altrimenti, come provare empatia? Come potersi identificare? Come riuscire ad ispirarsi, ad emozionarsi?

Ciò che renderà Gianna Nannini o Rocco Siffredi immortali sarà certamente l’abilità del talento (scopare, cantare, etc) ma calata e misurata nelle difficoltà della vita, di tutta una vita, nei suoi ostacoli, nelle sfide e, soprattutto, nella sua umanità, che comprende la caduta, la morte: non si può essere agiografati da vivi perchè il compimento del talento sta nell’opera d’arte conclusa.

Condividi: