A settembre Roma si racconta attraverso quattro festival che attraversano quartieri, periferie, memorie, linguaggi contemporanei e nuove forme di partecipazione. Dal Roma Borgata Festival a Visioni di Roma, da Visit-Azioni Contemporanee ad AUT ART, una mappa diversa della città prende forma lontano dall’immagine consueta della Capitale come centro monumentale.

C’è una Roma che tutti conoscono e ce n’è un’altra che bisogna avere abitato, attraversato, ascoltato, qualche volta persino insegnato, per poterla riconoscere davvero. È la Roma che comincia là dove finiscono le cartoline, quella delle borgate e dei quartieri periferici, delle strade nelle quali la città cambia voce, delle comunità che spesso vengono nominate soltanto quando si parla di emergenze, disagio o marginalità e che invece possiedono una propria cultura, una propria memoria, una propria capacità di produrre immaginario.

Io stessa non appartengo a una Roma centrale, almeno non nel senso stretto e rassicurante che normalmente attribuiamo alla parola centro. Ho vissuto e insegnato a Tiburtino Terzo e so che cosa significa incontrare la marginalità non come concetto sociologico, ma come qualcosa che può trovarsi nel cuore stesso della città, a pochi chilometri dai suoi monumenti più celebrati. Per questo, quando una serie di festival decide di spostare lo sguardo verso le periferie, verso i luoghi meno rappresentati, verso le persone che abitualmente vengono raccontate dagli altri, non riesco a considerarlo soltanto un fatto di programmazione culturale: c’è dentro una domanda più profonda su quale Roma vogliamo vedere e, soprattutto, su chi abbia il diritto di raccontarla.

Forse non è un caso, allora, che a tornare alla mente sia “Semo gente de borgata”, il brano portato al successo da I Vianella, una canzone che già nel titolo contiene una dichiarazione d’identità e insieme una geografia sentimentale. Essere della borgata significa appartenere a un luogo che non coincide con quello delle cartoline, dei palazzi istituzionali e dei monumenti che sembrano avere il compito di raccontare Roma al resto del mondo. Significa stare dentro un’altra città, fatta di strade, cortili, periferie, memorie popolari, persone e linguaggi che spesso rimangono fuori dall’immagine ufficiale della Capitale.

Ed è proprio da questa Roma meno celebrata, meno monumentale e più quotidiana che vale la pena ripartire per leggere quello che accade nel settembre culturale della città. Perché quest’anno almeno quattro festival, pur appartenendo a mondi artistici differenti e rivolgendosi a pubblici diversi, sembrano incontrarsi attorno alla stessa necessità: spostare lo sguardo, uscire dal centro inteso non soltanto come spazio geografico e andare a cercare ciò che normalmente viene lasciato ai margini, quando invece potrebbe diventare il punto da cui guardare tutta la città.

Il Roma Borgata Festival, progetto di A.S.A.P.Q., porta teatro, danza, musica, residenze e performance negli spazi delle borgate e delle periferie romane, trasformando luoghi non convenzionalmente destinati allo spettacolo in luoghi di incontro e di produzione culturale. Dal 7 al 13 settembre il festival arriva al Parco di Torre del Fiscale, dove gli acquedotti, la campagna romana e il paesaggio non fanno semplicemente da sfondo agli spettacoli, ma entrano nella relazione con gli artisti e con il pubblico. È una differenza sostanziale: non si tratta soltanto di portare la cultura fuori dal centro, ma di permettere ai luoghi stessi di modificare il modo in cui quella cultura viene prodotta e percepita. Roma Borgata Festival

Roma Borgata Festival – Scuolabus, quando il viaggio diventa racconto

Alcuni appuntamenti rendono evidente questa vocazione senza bisogno di raccontare l’intero programma: Scuolabus – quando il viaggio diventa racconto, dedicato al Quadraro, porta sulla scena la memoria di un quartiere; Bar Campioni – Il ciclista incatenato recupera invece la figura popolare di Vito Taccone, mentre le performance site-specific di danza lavorano direttamente sul rapporto fra corpo, spazio e paesaggio. Sono storie diverse, ma hanno in comune la scelta di non trattare il territorio come semplice contenitore: la città diventa materia dello spettacolo.

La stessa domanda, con modalità completamente diverse, attraversa Visioni di Roma, in programma dal 9 al 20 settembre al Teatro de’ Servi con la direzione artistica di Pino Strabioli. Qui non ci sono acquedotti o spazi urbani trasformati in palcoscenico, ma un’altra idea di città, costruita attraverso la memoria, la parola, la musica e quelle figure che hanno contribuito a formare l’immaginario romano e italiano. Il festival mette in dialogo teatro, musica e poesia, accostando la memoria dei grandi autori alle inquietudini del presente. Teatro de’ Servi

Pino Strabioli, ideatore del festival Visioni di Roma

Dario Fo, Franca Rame, Trilussa, Rino Gaetano, Elsa Morante e Agostino Di Bartolomei appartengono a mondi apparentemente lontani, ma dentro il festival diventano frammenti di un unico archivio emotivo. La memoria, però, non viene trattata come un reperto da conservare sotto vetro: torna a interrogare il presente. È il caso, per esempio, di Ago – capitano silenzioso, dedicato a Di Bartolomei e alla sua storia legata a Tor Marancia, dove la biografia di un uomo diventa anche il racconto di un rapporto profondo fra una persona, un quartiere e una città.

Nel quartiere Tiburtino, Visit-Azioni Contemporanee sceglie invece di mettere al centro il rapporto fra arti performative, partecipazione e territorio. La Compagnia Zerkalo, diretta da Alessandro Machìa, propone dal 16 al 30 settembre al Teatro della Visitazione un festival multidisciplinare nel quale teatro, musica, danza, performance e formazione convivono, con un’attenzione particolare alla possibilità di trasformare il luogo dello spettacolo in uno spazio di relazione. Tutti gli appuntamenti sono a ingresso gratuito.

Ed è proprio il Tiburtino, per me, a rendere questa parte del discorso particolarmente concreta. Non perché un’esperienza personale debba diventare la misura di una periferia intera — sarebbe una semplificazione che non avrebbe senso — ma perché frequentare quotidianamente un quartiere significa capire quanto siano lontane dalla realtà certe rappresentazioni astratte della marginalità. La periferia non è un luogo uniforme, così come non lo è il centro: è fatta di contraddizioni, di fragilità e di energie, di solitudini e di comunità, di problemi che esistono realmente e di una vitalità che spesso non trova gli spazi per essere raccontata.

Visit-Azioni sembra muoversi proprio in questa direzione: non limitarsi a portare uno spettacolo in un quartiere, ma creare un’occasione perché quel quartiere possa diventare parte di un processo culturale. E la presenza dei laboratori gratuiti accanto agli spettacoli rende ancora più evidente questa idea del festival come esperienza condivisa e non soltanto come successione di appuntamenti.

Visit-azioni contemporanee

Poi c’è AUT ART Festival, e qui la parola “periferia” cambia ancora significato. La quarta edizione è in programma dal 24 al 27 settembre al Teatro degli Eroi ed è promossa dall’associazione Siamo Delfini Impariamo l’Autismo Onlus. L’associazione presenta AUT ART come un progetto nel quale la persona autistica non viene considerata semplicemente destinataria di interventi, ma protagonista delle proprie scelte, dei propri percorsi e della propria espressione culturale e artistica. Siamo Delfini Impariamo l’Autismo Onlus

Ed è forse qui che il significato dei quattro festival si allarga definitivamente. Se Roma Borgata Festival parla di una marginalità geografica, AUT ART porta in primo piano una marginalità sociale e culturale. Ma anche in questo caso la questione non è soltanto quella, ormai quasi rituale, dell’inclusione. La questione più interessante è cambiare la posizione dalla quale si guarda: non l’autismo raccontato soltanto dagli altri, ma la persona autistica come soggetto creativo; non la periferia osservata dal centro, ma la periferia che produce il proprio racconto; non la memoria popolare trasformata in folklore, ma una memoria capace di interrogare il presente.

È questo, in fondo, il filo invisibile che unisce festival apparentemente lontanissimi. Roma Borgata Festival, Visioni di Roma, Visit-Azioni Contemporanee e AUT ART non propongono la stessa idea di spettacolo e non appartengono alla stessa poetica, ma condividono la necessità di allargare il campo della rappresentazione.

E forse è proprio questo che una città culturale può fare quando decide di non limitarsi a concentrare l’offerta nei luoghi già riconosciuti: costruire occasioni perché emergano altre geografie, altre storie, altri corpi, altre memorie. Una città non è soltanto quella che mostra ai visitatori, ma anche quella nella quale i suoi abitanti possono riconoscersi e trovare uno spazio per raccontarsi.

A settembre, dunque, Roma sembra diventare una mappa diversa. Torre del Fiscale, il Quadraro, il Tiburtino, il Teatro de’ Servi e il Teatro degli Eroi non sono semplicemente indirizzi ai quali andare per vedere uno spettacolo: sono punti di una costellazione più ampia, nella quale la cultura prova a ricucire ciò che la città tende continuamente a separare.

E allora forse Semo gente de borgata può ancora funzionare come una chiave di lettura, non soltanto come una canzone da ricordare. Perché quella “gente” non è più soltanto quella delle borgate romane: è la moltitudine di persone, luoghi, storie e sensibilità che per troppo tempo sono state raccontate da qualcun altro, oppure non sono state raccontate affatto.

La sfida di questi festival sembra essere proprio questa: non portare semplicemente la cultura dove non c’è, ma riconoscere la cultura che già esiste là dove troppo spesso non siamo abituati a guardare.

E forse, per una volta, Roma può essere raccontata partendo non dal suo centro, ma dai suoi margini. Scoprendo che, quando finalmente si cambia punto di vista, il margine può diventare il luogo dal quale vedere tutto il resto.

Aut Art Festival

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