Nei due post precedenti ho evidenziato come lo scoppio della pandemia del Coronavirus,come altre epidemie (si pensi alla BSE, alla Salmonella DT 104, all’Escherichia coli 0157, alla SARS, ecc.) sia una problematica, relativa alla sicurezza alimentare, di natura mondiale e non meramente nazionale. Per questo, si è detto, c’è bisogno di soluzioni globali, su scala internazionale, e c’è bisogno di un cambio di paradigma, che aumenti il peso del bene salute, che deve essere ritenuto preponderante rispetto ad altri, concorrenti, come lo sviluppo economico e il commercio mondiale.

Per capire quanto sia importante la regolazione preventiva della sicurezza alimentare al fine di scongiurare possibili future pandemie basta citare una frase di Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità, che suona come una premonizione, visto che risale all’anno scorso: “Il pericolo di una nuova pandemia influenzale è sempre presente. La possibilità che un nuovo ceppo si trasmetta dagli animali all’uomo e causi una pandemia è più che mai reale. La domanda corretta quindi non è se avremo mai un’altra pandemia, ma quando. È per questo motivo che dobbiamo assolutamente rimanere all’erta: il costo di una grande epidemia influenzale supera di moltissimo il prezzo di una prevenzione efficace” (Qui)

A fronte di queste problematiche, si possono individuare alcune risposte. In questo post ne indicheremo due. Mentre in quello successivo ci concentreremo in modo più dettagliato sull’utilità delle etichette e in particolar modo di quelle obbligatorie.

La prima proposta riguarda il bilanciamento tra interessi in gioco, ossia, prevalentemente, la tutela della salute e la libertà della produzione e degli scambi commerciali. Perché una cosa deve essere chiara: se c’è un rischio per la salute e uno Stato vieta o limita l’ingresso di un prodotto nel suo territorio, questa azione avrà conseguenze negative sui produttori di quel bene e, indirettamente, sull’economia del Paese da cui quel bene proviene. Per questa ragione, nell’ottica di tutelare il più possibile il commercio internazionale, in questi anni il livello di tutela della salute si è progressivamente abbassato, specialmente nei confronti di prodotti trattati con sostanze artificiali o sintetiche, ma di grande consumo.

A tal riguardo, occorre dire, altrettanto chiaramente, che l’equilibrio tra i due interessi – che sovente entrano in conflitto – deve essere ripensato, in modo da far prevalere, con maggiori poteri affidati alle autorità competenti, la tutela della salute a scapito del free-trade. Questo non vuol dire rinunciare ai vantaggi del commercio internazionale: si chiamano vantaggi comparati per cui, semplificando, se un Paese produce ottimo vino con costi contenuti e un altro vestiti comodi e belli con prezzi competitivi, è più conveniente, per tutti, che li scambino tra loro, piuttosto che produrli in autarchia. Di qui, le barriere al commercio devono essere minime o inesistenti. Ma questo sistema deve ammettere deroghe e deve consentire queste deroghe siano adottate, dagli Stati, con maggiore facilità di adesso. Anche rischiando di consentire qualche pratica al limite del protezionismo o producendo un aumento dei prezzi di alcuni beni. Specialmente se sul piatto della bilancia è in gioco la nostra salute.

Affinché questo cambio di paradigma non sia troppo estremo e venga contenuto entro i limiti di norme uguali per tutti, deve essere realizzata una riorganizzazione delle strutture regolatorie mondiali, per esempio di quelle che producono standard internazionali, comuni, come la Codex Alimentarius Commission (CAC), che adotta standard tecnici per assicurare la qualità e la sicurezza dei prodotti alimentari), i quali devono necessariamente alzare il livello di tutela della salute da bilanciare con le esigenze dei traffici commerciali nel mercato internazionale.

Al riguardo, proprio la CAC, ha un doppio mandato: produrre standard tecnici “a tutela della salute e delle giuste pratiche commerciali”. La seconda parte della frase appena citata, contenuta negli Statutes dell’Organizzazione, andrebbe eliminata e la Commissione del Codex dovrebbe produrre standard esclusivamente dedicati alla tutela della salute anche in deroga al free-trade.

In secondo luogo, a fronte di quanto appena affermato, deve essere estesa, su scala mondiale, l’applicazione del principio di precauzione: aumentando la discrezionalità dei regolatori a fronte di una scienza incerta e di un rischio possibile, esso consente alle autorità competenti di adottare misure di regolazione preventive più stringenti di quelle comuni, ammettendo deroghe al sistema di regole armonizzato ma solo per una tutela della salute più elevata di quella stabilita a livello extranazionale.

Tale principio, al contrario di ciò che si legge in alcuni rapporti o commenti, non si sostituisce alle valutazioni tecniche, né costituisce una barriera commerciale basata sull’arbitrio, ma agisce come un criterio per utilizzare valutazioni discrezionali solo ove la scienza non sia in grado di fornire risposte adeguate e sempre sulla base di ragionevolezza e proporzionalità dell’agire pubblico. L’applicazione del principio precauzionale a livello globale costituirebbe un’importante innovazione giuridica in grado di favorire la tutela della salute, sancendo un equilibrio tra le esigenze di armonizzazione delle norme sovranazionali e le esigenze di regolazione del rischio adottate in ambito domestico. Al momento il principio è adoperato in Europa – dove funziona perfettamente senza agevolare protezionismi o arbitrii, come paventato da alcuni commentatori – ma non è ancora accettato a livello internazionale: i tempi sono maturi perché l’approccio precauzionale diventi un modello comune, applicato su scala mondiale e incorporato in trattati e organizzazioni internazionali che si occupano, anche indirettamente, di temi quali l’ambiente e la salute.

La food safety è ancora un obiettivo fondamentale della governance mondiale, che necessita riforme che la rendano più efficace. Ora, con la diffusione dell’epidemia causata dalla Covid-19 – non così casuale, come notato – i decision-maker mondiali hanno l’occasione di ripensare il sistema, facendo in modo che la regolazione della sicurezza alimentare dopo il Coronavirus sia in grado di scongiurare o quanto meno ridurre al minimo le probabilità che si diffondano nuove pandemie di origine alimentare. Ma la questione non può essere più ignorata.

Cosa possiamo fare, come consumatori e cittadini, a riguardo? Cominciamo a pretendere di più. In primo luogo dalla nostra classe politica, perché sono i delegati governativi che discutono, negoziano e approvano le norme internazionali che condizionano ogni giorno le nostre vite: diamo un peso rilevante a questi temi perché la tutela della salute di ognuno di noi passa attraverso politiche preventive basate sulla sicurezza degli alimenti. È ora di pretendere che queste siano un tema centrale e non secondario e nemmeno subordinato alla crescita economica a tutti i costi.