Suono il campanello con il cuore in gola. Sono emozionata, quasi stordita. Odo dei passi lontani, come echi di esistenze passate. Il chiavistello, un cigolio, poi la porta si apre e lei mi fa un sorriso leggero, non di circostanza, non per educazione, un sorriso vero ma contenuto, come è lei, mi dico, mentre la seguo nel lungo corridoio della sua casa illuminata e buia allo stesso tempo. La prima cosa che noto è che ovunque sono appesi quadri di pittori contemporanei, che oggi non sono affatto contemporanei e che in alcuni casi sono semidei dell’arte del secolo scorso. Guardo meglio e mi rendo conto che molte di queste opere sono state esposte negli anni in mostre organizzate nelle sue gallerie di Firenze, Roma, Prato, Milano, Venezia. Ci sono anche alcuni suoi dipinti, defilati, lungo il corridoio, come per non farsi notare, come era lei, anche loro, in questo ambiente che in più è buio: tuttavia li scorgo e mi fermo ad osservarli. Lei sta per svoltare in una stanza molto molto illuminata e mi affretto a tornarle dietro: Fiamma Vigo zoppica leggermente, un difetto che diventa quasi un pregio, un incedere che fa la sua unicità, come i dipinti che stanno appesi in giro.

Ci sediamo su due poltrone che stanno l’una di fronte all’altra: lei si mette le mani in grembo mentre due gatti le saltano sulle gambe, e mi guarda forse lievemente incuriosita. Si starà domandando come mai vado in giro vestita così, con le Blundstone che in questo suo oggi neanche esistono, pantaloni che nessuna donna indosserebbe mai, una camicia nera che forse le ricorderà da vicino qualcos’altro, certo non Uniqlo, i capelli lunghi, senza cotonature, senza mollette, senza ordine come dovrebbe essere. Non la trovo mai a fissarmi, se non negli occhi. Sta lì discreta e in attesa, un vestito nero che è una tunica, un saio, impreziosito e reso elegante da una collana di grosse pietre turchesi, i capelli scuri, medio-corti, laccati all’insù. Su un tavolinetto ci sono le sue testine di creta. Vorrei alzarmi e prenderle in mano, osservarle ancora e ancora. Ma non mi sembra il caso. Resto immobile, mentre lei sta in attesa, paziente, gentile.

Vorrei chiederle come ha fatto, quali compromessi abbia dovuto stringere, chi si sia preso il merito, se sia stata sostenuta, se non si sia sentita sola, quante volte si sia sentita spiegare da un uomo come fare ad eccellere in quello in cui lei era maestra, come ha raccontato molti anni più tardi Rebecca Solnit nel suo Gli uomini mi spiegano le cose. Lei, Fiamma Vigo, che aveva studiato pittura fin da piccola, a Parigi, negli anni Venti, con André Lhote, lei che era diventata assistente di Mario Tozzi, lei che aveva partecipato a decine di mostre, lei che aveva scritto un trattato di cui poi aveva pubblicato alcuni estratti nella rivista da lei fondata e diretta, Numero. Lei che aveva capito l’importanza della condivisione in ogni suo senso possibile, dedicava la sua vita proprio a questo: scrivendo, paragonando, mettendo a disposizione. Qui, a Firenze, in via degli Artisti, aveva aperto un salotto dove due volte alla settimana, il giovedì e il sabato, si riunivano pittori, musicisti, artisti di ogni genere ed età. Il 7 marzo del 1951 aveva inaugurato nella saletta numero 4 del Bar degli Artisti di via della Robbia la mostra di Giuseppe Capogrossi.

Fiamma Vigo accarezza il gatto che ha sulle ginocchia e poi lo mette a terra. Si alza e senza dire una parola esce dalla stanza. Mi alzo anch’io. Su un tavolo c’è Numero, diverse copie, tutte perfette, come se l’alluvione non avesse mai raggiunto Firenze disperdendo gran parte dei suoi documenti e del suo lavoro.
Ora periodici, depliant, fotografie, cataloghi, manifesti, carte personali e lettere, strappati all’incuria e all’oblio, sono custoditi dall’Archivio di Stato di Firenze. Apro la rivista e leggo: Premessa. L’ha scritta lei questa premessa: “Numero non nasce con intenzioni polemiche, che porterebbero ancor più confusione nel momento attuale, ma nasce con la speranza di contribuire a quella chiarificazione necessaria nel panorama artistico contemporaneo. Per trovare tra le varie tendenze o correnti polemiche, quella linea essenziale testimoniante la nuova forma di espressione, è sentita la necessità di un esame obbiettivo dell’attività della cultura artistica moderna. Questo giornale darà un panorama generale dell’Arte e della Cultura studiandone lo sviluppo nello svolgersi del tempo e mostrandone i vari aspetti attuali, cercherà il contribuito dei migliori artisti e scrittori, qualunque sia il loro indirizzo artistico”

Poso la rivista e ammirando un Capogrossi che sta proprio qui di fronte mi dico che in un momento come quello, l’inizio degli anni Cinquanta, in una città come Firenze, attaccata al passato e del tutto indifferente all’arte contemporanea, ma anche con la fondazione alla fine degli anni Quaranta, a Roma, dell’Art Club, per “far conoscere, al di sopra di ogni frontiera, gli artisti e le opere significative del nostro tempo, una fratellanza di artisti indipendenti da ogni influenza ufficiale, riuniti in un clima internazionale”, Fiamma Vigo era davvero una visionaria, di una generosità che fa quasi spavento. Così come mi fa quasi paura la profondità della sua visione. Mentre passeggio in questo scorcio di vita, con le opere e gli oggetti da lei raccolti durante gli anni di attività dedicati a così tanti artisti – solo a Firenze ne ha esposti oltre duemila, molti scoperti da lei stessa – mi domando come sia possibile che sia morta sola e dimenticata e che mai nessuno, nessuna femminista in particolare, si sia presa la briga di ricordarla e raccontarla, a parte nel 2003 Rosalia Manno Tolu e Maria Grazia Messina. Poi mi scuoto: perché penso alla morte mentre lei è ancora qui e può raccontarmi di quando trascorreva le notti sui sedili di legno della terza classe nei treni che la portavano a Roma, Venezia, Milano, Firenze per le inaugurazioni nelle sue gallerie? Posso chiederle di Fontana, Burri, Rauschenberg, Capogrossi, Arnaldo Pomodoro, Emilio Vedova, Eugenio Carmi, Gianfranco Chiavacci, Hsiao Chin, Mario Nigro, Wladimiro Tulli. Posso chiederle delle mostre personali e collettive le cui protagoniste erano donne, cosa inusuale, come Adriana Pincherle, Daphne Maugham Casorati, Paola Levi Montalcini, Simonetta Vigevani Jung, Giulia Napoleone, Carla Accardi.

Ma Fiamma Vigo non torna. Sono qui sola, mentre la luce del giorno sta lentamente scemando. No, non sono sola. Ci sono i suoi gatti. Mi chino e li accarezzo. E mi torna in mente la frase di un’altra visionaria, Lara Vinca Masini: “Fiamma Vigo non era una imprenditrice. Era una donna entusiasta, generosa, che, come pochi galleristi (e pochi critici) amava davvero l’arte e gli artisti, con ingenuità e dedizione”.
Ecco, sì, è questo: la sua assoluta generosità, la sua totale ingenuità. Mentre la stanza cala nel buio più totale, penso ai suoi ultimi anni, sommersa dai debiti, da tasse non pagate, dai troppi balzelli che uccidono chiunque, che le avevano fatto pignorare dal tribunale tutta la sua collezione. Penso a calli, salizade, campi e campielli di Venezia, dove era andata a vivere e dove si trovò a morire. Sola, poverissima, dimenticata. Di più. Abbandonata. Era il 1981, da un anno era ripreso il Carnevale di Venezia, e la città lagunare era stata invasa di gente mascherata fino a qualche settimana prima, fino al 3 marzo. Stava arrivando la primavera, ma chissà cosa vide Fiamma quel 5 aprile dalle finestre dell’Ospedale Fatebenefratelli. Certo neanche una faccia amica, nessuno di quelli che cercarono da lei aiuto e che ne ricevettero. Dello Stato non ne parliamo.

Si apre una porta. Non vedo nessuno, anche se con questa oscurità è difficile capire se vi sia qualcuno in corridoio oppure no. Sento un odore strano, buonissimo e inquietante allo stesso tempo. Sembra il pout pourri di Santa Maria Novella. Magari ne usava anche lei, mi dico avviandomi verso la porta da cui sono entrata. Un raggio di luna si posa su un quadro: lo sfondo è verde, tre forme astratte in rilievo – rosso, blu, nero – lo movimentano. Mi fermo. Lo osservo: e riflesso nel colore vedo una donna minuta, un pennello in mano, gli occhi vivaci, uno sbafo di rosso sulla guancia.

E poi mi sveglio.

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