Durante le vacanze di Natale, la più grande conoscitrice del catalogo Sellerio,  sulla scia di alcune mie parole lette su questo blog, mi ha detto, leggi l’ultimo di Manzini, parla di dolore e di perdita. Bene, mi sono detta, solo cose allegre per questo Santo Natale: eppure di lei mi fido e la mattina successiva alla nostra telefonata sono andata in libreria, ho comprato il romanzo e l’ho letto tutto d’un fiato. 

Gli ultimi giorni di quiete di Manzini (ed. Sellerio) è l’ultimo romanzo dell’autore che nel 2012 ha inventato Rocco Schiavone e che quest’anno invece pubblica un romanzo (non un giallo), stravolgendo le nostre aspettative, ma conservando la sua scrittura lieve ed essenziale. 

Nora e Pasquale sono due genitori che sei anni prima hanno perduto in una rapina il figlio, Corrado: un giorno Nora incontra per caso l’assassino e dal quel momento né lei né suo marito potranno far finta che quell’incontro non sia mai avvenuto. 

Manzini racconta, ma non dà nessun giudizio, perché darne uno è impossibile e lo è forse anche farsi un’opinione monolitica: Manzini scrive, i personaggi vivono la loro storia e noi? Empatizziamo, certo, ma restiamo a guardare. Io non ho partecipato a nessuna delle loro azioni, ho guardato atterrita e pietosa, coinvolta, ma sempre estranea. Troppo spaventoso essere Nora, Pasquale, Corrado, Paolo, Donata: ho respinto con tutte le forze il pensiero di vivere anche solo una di quelle vite. 

Quelli che Manzini racconta sono gli ultimi giorni di quiete per tutti: qualcuno vuole vendicarsi, qualcun altro vuole continuare la propria vita, c’è chi è stato in grado di perdonare e di accettare, chi non lo ha fatto e preferirebbe morire piuttosto che vivere un altro giorno di un’esistenza senza Corrado.

Ѐ vero, ho detto che Gli ultimi giorni di quiete stravolge le nostre aspettative, perché le storie a cui siamo abituati hanno un tenore molto diverso e perché non c’è giallo, non c’è indagine e non ci sono pm a cui chiedere convalide e medici legali scontrosi, eppure c’è un filo rosso, sottile ma resistente, che lega la produzione giallista dell’autore a questo romanzo: lo scontro implacabile tra ciò che è giusto e ciò che è legge. Quante cose illegali abbiamo visto fare a Rocco Schiavone e quante  ne abbiamo giustificate? Perché tanto non è più brutto di quello che ha fatto l’altro e poi magari ci abbiamo ripensato e abbiamo tirato un sospiro di sollievo a non essere Schiavone, a non dover scegliere. Questo filo lega Manzini a Robecchi e Robecchi a Carofiglio e ad altra letteratura ancora, mettendo in luce il divario a volte irrimediabile tra la legge e la giustizia, e il malcontento, il senso di colpa e il dolore che ciò provoca. Il tentativo di riportare equilibrio finisce per rendere ancora più incomprensibile la realtà. 

Non è giusto: i genitori di Corrado pensano questo ossessivamente. Nora non trova giusto che gli altri vivano e respirino mentre Corrado non può più, per Pasquale non è giusto quello che è accaduto, perché avrebbe dovuto esserci lui al posto di suo figlio. Per Paolo non è giusto non potersi rifare una vita dopo aver pagato, e che abbia pagato abbastanza o meno ai nostri occhi non conta, perché quello che la legge gli ha chiesto, lui non lo ha fatto forse? 

Il divario tra ciò che è legalmente giusto e ciò che lo è per ciascuno, calato nella propria vita, è la distesa su cui Manzini scrive questa storia. 

Se anche voi siete appassionati dei romanzi Sellerio, vi rimando a un paio di articoli, su due romanzi che ho amato molto: Il borghese pellegrino di Marco Malvaldi e Dodici rose a Settembre di Maurizio De Giovanni.

Buona lettura!

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