Il fascino del vino sono gli incontri impossibili che diventano la sorpresa di chi lo beve.

Stavolta niente piccolo produttore, niente biodinamico, niente poche bottiglie. Non sono così talebana come sembra. Ho assaggiato questo vino siciliano e mi é piaciuto: Timperosse 2014 Mandrarossa. Ammetto di essere guardinga, ma, come dire, l’istinto é sempre lo stesso. Quando sono andata a documentarmi meglio sulla storia di questa bottiglia, ho capito che neanche stavolta mi aveva tradito. La cantina si chiama Settesoli ed é a Menfi, un posto incantato, affacciato sul mare. Ma ancora di più é la meraviglia di avere una data importante che racchiude due eventi destinati ad incrociarsi nel tempo.

Il 1958 é la data della pubblicazione de Il Gattopardo e la storica firma di 68 viticoltori per fondare una cooperativa. Un po’ visionari e molto coraggiosi: riconvertire distese di grano in vigne. La forza dell’unione e di menti diverse per creare una squadra che si supporti nel raggiungimento della metà. Così la prima vendemmia é stata fatta sette anni dopo, quando i soci erano già diventati più di 300. Ognuno di loro con il proprio appezzamento e con la propria filosofia. Vero é che quando ci si sente parte di un progetto e se ne vedono i risultati, si può improvvisamente perdere di vista l’obbiettivo, come se tutto diventasse facile. Ed é lì che la necessità di migliorarsi diventa talento. Così nel 1999, dopo 20 anni, nasce il progetto Mandrarossa, che altro non é che lo studio approfondito del terroir riportato e sperimentato su vitigni autoctoni ed internazionali. Una sorta di laboratorio a cielo aperto all’interno di una storia vitivinicola siciliana costruita sulla tradizione.

Diverse le linee d’impianto, ma tutte con il comune denominatore di trovare la simbiosi perfetta tra la pianta e il terreno. Da qualche parte ho letto che a questa cantina appartiene un continente in soli 15 chilometri quadrati. Il bello di queste cooperative é che sembrano alieni, perché non si accontentano di arrivare al risultato, ma ogni volta spostano l’asticella dove sembra impossibile. Sono stati i primi in Italia a tracciare l’intera filiera di produzione, cioè su ogni bottiglia é presente un codice d’identificazione che permette di seguire il processo a ritroso fino al vigneto. Poco dopo a creare un impianto fotovoltaico tra i più grandi del settore. E poi quando i ricavi vengono reinvestiti a sostegno del territorio il ciclo quasi si chiude. Con un’operazione di fundraising sostengono il Parco Archeologico di Selinunte.               

Potrei scrivere anche di altre iniziative, oltre alla loro capacità imprenditoriale, ma mi piace sottolineare che la maggior parte dei lavoratori sono della zona e che l’integrazione dei giovani é costante. C’è anche un’altro piccolo dettaglio che ha dato ragione al mio istinto. Tra le foto, ho visto far parte del team tecnico ed enologico un personaggio che conosco bene, tramite i suoi vini: Alberto Antonini. È un toscano giramondo che ha portato il suo sapere e l’esperienza fino ad essere classificato come uno dei migliori enologi del mondo.

Adesso parliamo del vino. Il Timperosse é un Petit Verdot, un’uva rossa in purezza, impiantato in una contrada che porta lo stesso nome (in Sicilia si chiamano così i territori extra-urbani). Il terreno dove nasce é sabbioso, pieno di ferro e sempre soleggiato, tutte cose che questo vitigno predilige, nonostante la sua origine francese. Al naso é erbe aromatiche e profumo di frutti rossi. Con grande gioia non passa dal legno, ma viene lasciato in acciaio per 3 mesi e poi affinato in bottiglia. Ho bevuto il Timperosse con piacere per la sua freschezza e per la gentilezza dei tannini. Anzi, posso dire con orgoglio che il Timperosse lo abbiamo finito. Peccato non essere uno dei personaggi del Gattopardo, cosi mentre guardavo le terre del feudo Settesoli avrei potuto dire: “cosa darei per un bicchiere di vino rosso!”.

Wine Shop Cantine Settesoli, info@cantinesettesoli.it. Tel. 0925 77111