La famiglia naturale. Questo è un concetto che torna a risuonare alle orecchie degli italiani. Come il concetto di destra autentica. Come “difesa dei valori nazionali”; ma cosa significano queste cose? Vannacci è un ex militare, ora politico che pare rappresentare l’unica proposta innovativa per la storia politica del nostro paese; peccato che le sue proposte siano antiche e neppure contestualizzate culturalmente in maniera corretta.

Nonostante menti eccelse come quella di Descola – Natura e cultura – o quella di Marchesini – Posthuman. Verso nuovi modelli di esistenza – si siano oprate a spiegare l’insussistenza della dicotomia natura-cultura eccoci ancora qua: stiamo nuovamente parlando di cosa è naturale e di cosa non lo è.

Per me è molto imbarazzante dover tornare su contenuti che credo dovrebbero essere ormai assimilati, quanto meno da persone che si sentono all’altezza di guidare un paese o di informare le persone ma, ahi me, pare non sia proprio così.

Natura v/s Cultura?

Iniziamo col dire che non ha alcun senso differenziare la natura dalla cultura, giacché l’una è intrinsecamente legata all’altra: non vi potrebbe essere cultura senza natura e la natura non è mai spuria e pura in sé stessa, ma è sempre meticciata con la cultura di una certa specie.

Non solo gli umani possiedono cultura, infatti – come ben mostra Marchesini nel testo Geometri esistenziali o in Creatività animale – ogni specie ha la sua cultura, il proprio utilizzo di utensili e quindi anche una forma, se pur ai nostri occhi rudimentale – di tecnica.

Per questo non ha alcun senso parlare di “fuori natura”. La natura come ci ha mostrato Darwin nel lontano 1859 ha un principio che la muove costantemente: l’instabilità. Da questa instabilità si genera quella creatività per cui le specie che hanno più fantasia o – più precisamente – una maggiore adattabilità al mutamento, sopravvivono.

Cosa ci insegna questa semplice cosa: che in natura tutto può accadere, non in termini di totipotenza (un essere umano non può diventare un ragno), bensì in termini di plasticità (un essere umano modifica il suo aspetto e la sua morfologia grazie all’incontro con un’altra specie o a causa di cambiamenti ambientali).

Ciò che accade nella natura è il possibile e se accade non è mai fuori natura

Ora chiariamo un secondo punto: la cultura. Ogni specie viene al mondo con delle coordinate ben specifiche che sono la “storia della propria specie”, quindi non nasce come tabula rasa ma con degli a-priori ci insegna Lorenz e che gli a-posteriori sono solo effetto di un a-priori.

Pertanto, io nasco animale umano e vengo nel mondo “ritrovando” qualcosa; non vengo gettato in una realtà sconosciuta, ma in una precisa dimensione filogenetica e soprattutto, come direbbe Braidotti posizionato: inserito all’interno di un preciso momento storico e culturale. Questo sta a significare che la storia della mia specie e la storia del “qui ed ora” identificano la mia natura che è già a priori una natura culturale.

Vannacci. La famiglia naturale

Per questa ragione non ha alcun senso parlare di “famiglia naturale” giacché essa non esiste. Oggi, nel posizionamento temporale del generale Vannacci e secondo la sua visione la famiglia naturale sarebbe composta da uomo donna bambino/i, peccato che questa non fosse la famiglia dell’antica Grecia o del medioevo o dei primi anni dell’Ottocento. Vorrei ricordare a Vannacci che nell’Italia fascista le famiglie vivevano la maggior parte delle volte, soprattutto nelle campagne, in grandi “case comuni” in cui la naturalità era suddividersi i ruoli e le mansioni e in cui non c’era ancora quella a cui lui, senza saperlo, in realtà si riferisce: la famiglia nucleare.

La famiglia nucleare

La famiglia naturale a cui mira il generale è in realtà quella nucleare prodotta dal capitalismo nella quale si creano piccoli nuclei suddivisi in unità abitative, isolata, al fine di ottenere, da parte dello Stato del Clero e del Capitale, un maggior controllo (Foucault). La famiglia nucleare si fonda sul bisogno di vendere, di costruire bisogni fittizi, desideri di cartapesta affinché l’insoddisfazione lacerante degli individui li conduca alla conclusione che l’unica cosa che conta nella vita sia il capitale e la produzione. Gli uomini ridotti a soldati del lavoro compiono le loro mansioni, uguali tutti i giorni, scandite dallo stesso tempo e dimensione dentro a un sistema talmente rigido che non permette a nessuno di potersene tirare fuori. Questa è la famiglia presa a modello da Vannacci che non ha nulla a che vedere con la natura, ma è fondata su un distacco radicale dalla naturalità dell’esperienza della vita come dimensione sociale, dimensione desiderante, come contatto con la natura, le alterità animali e le relazioni umane.

Diversamente nella famiglia nucleare c’è posto solo per il capitale. Nulla si discute se non la forza del capitale che in genere sta nelle mani dell’uomo di casa.

Cosa è la cultura italiana per il generale?

Ma esattamente per cultura italiana Vannacci a cosa si rifà? Quale è questa cultura tanto osannata dal generale? Lasciamolo descrivere dalle parole di un famoso filosofo italiano: Giovanni Gentile (principale teorico italiano del fascismo) il quale scrive nel 1934 in La donna e il fanciullo (1934): “Nella famiglia la donna è del marito, ed è quel che è in quanto è di lui […]. La donna è colei che si dedica interamente agli altri sino a giungere al sacrificio e all’abnegazione di sé; la donna è soprattutto idealmente madre, prima di essere tale naturalmente […] Madre per i suoi figli, per gli  infermi,  per  i  piccoli  affidati  alla  sua  educazione:  in  ogni  caso,  per  tutti  coloro  che  possono beneficiare del suo amore e attingere a quella sua innata, originaria, essenziale maternità”.

Nella cultura italiana non era previsto che la donna uscisse di casa senza il marito, non era previsto che ella potesse insegnare e neppure lavorare; mi affido alle parole di Loffredo per rendere ancora più esplicita la cultura dell’Italia forte: “La donna che lavora si avvia alla sterilità; perde la fiducia nell’uomo; concorre sempre di più ad elevare il tenore di vita delle varie classi sociali; considera la maternità come un impedimento, un ostacolo, una catena; se sposa difficilmente riesce ad andare d’accordo col marito […]; concorre alla corruzione dei costumi; in sintesi, inquina la vita della stirpe». Sempre Loffredo scrive: «Ogni speranza dell’avvenire è nella casa; la casa vivaio delle generazioni future, dove si prepara nell’ombra, nel segreto della minuta opera quotidiana ogni fulgore di grandezza futura. La casa, la donna, la famiglia […]. Grazie all’opera del Governo Nazionale l’ora volge energicamente propizia […] l’opera per la riconsacrazione della famiglia, questo richiamare la donna alla santità e alla bellezza del focolare, profondamente purificatore e risanatore sarà sempre l’opera migliore e la più degna per la grandezza nazionale».

Questo tipo di visione della donna non termina certo con il fascismo, ma si rafforza nell’Italia che si deve ricostruire dopo la guerra: esemplare è il testo L’amica Geniale, un romanzo in grado di descrivere il sopruso offerto alle donne dalla solida ed intoccabile cultura italiana.

Ciò che oggi ha ottenuto la donna, dopo anni di lotte fisiche ed intellettuali è una sbiadita parità, parlo di sbiadita giacché l’immagine della femminilità (per cui si deve essere gentili, carine, a modo ma soprattutto belle) è ancora profondamente introiettata nell’identità della donna. La donna non sa ancora chi è esattamente, ma di certo ha riconosciuto nella casa una prigione e nella maternità assoluta un mezzo per essere controllata, gestita dall’alto giacché la donna è mostro e fa paura. Su ciò consiglio la lettura di Braidotti Madri, Mostri e Macchine.

Femminicidio

Nella famiglia nucleare la donna ha paura di tornare a casa perché c’è un uomo che crede di poterla possedere e se ella non si piega alla sua volontà viene stuprata, sminuita, persino uccisa. Ecco perché esiste il femminicidio: ciò che definisce questo tipo di uccisione è l’intento che lo muove, è la paura, la vigliaccheria di uomini che non sono in grado di confrontarsi con una donna considerandola una persona. Ricordo che non è da molto che la donna è persona e che storicamente veniva posta nel luogo dei “non aventi diritto”, sì, magari guidava l’automobile, magari poteva fare la spesa (proprio come i froci che – secondo Vannacci – hanno già tutti i diritti ma ne vogliono di più degli altri), tuttavia non avevano lo stesso diritto di esistere come entità proprie che si possiedono. Citando Braidotti “Ci sono tanti corpi ma non tutti hanno lo stesso valore”.

Il diritto alla libertà

Nell’Italia programmaticamente progettata da Vannacci la parola diritto si trasforma in un subdolo “poter fare” dimenticando che il primo diritto, quello che sancisce la libertà di un individuo è il “poter essere”.  Le donne, i disabili, le persone queer, gli animali possono fare tante cose ma la loro esistenza vale meno. Il loro diritto ad essere nel mondo si trasforma in maniera gerarchica in cui loro non sono neppure dei gregari, ma della massa informe di cui lo Stato può fare a meno se non stanno ai limiti e alle regole a loro imposte. Ora tra questa cultura italiana che andrebbe ristabilita e la cultura islamica da Vannacci tanto condannata non vedo poi tutta questa differenza.

Questi sono i temi che l’informazione dovrebbe dare, queste sono le convinzioni che si nascondono subdolamente dietro il bel parlare del generale che è un oggettivo pericolo per la libertà, per la libertà dei più deboli, ma anche dei più forti. Perché una persona che crede negli armamenti, nella guerra, nella morte, nel principio di gregarietà e di abnegazione del sé per lo Stato, non è in grado di garantire la libertà nessuno. Forse, neppure a sé stesso.

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