Violenza contro le donne: l’incapacità della politica di usare le parole
Se la politica arranca l'università e il mondo aziendale rispondono con lucidità per dire stop alla violenza. 3 le cose da fare: e hanno tutte a che fare con le parole.

Se la politica arranca l'università e il mondo aziendale rispondono con lucidità per dire stop alla violenza. 3 le cose da fare: e hanno tutte a che fare con le parole.

Siamo al paradosso: nella Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, invece di ascoltare dai rappresentanti del Governo parole di rassicurazione e di garanzia nei confronti di una vera e propria emergenza sociale, dobbiamo far fronte a dichiarazioni dei Ministri della Famiglia e della Giustizia che, se non fossero drammaticamente fallaci e pericolose, potrebbero farci scoppiare in una grassa risata.
La dichiarazione del Ministro Nordio, espressa durante un convegno internazionale dedicato al femminicidio, dice testualmente che «poiché la natura ha dotato i maschietti di una forza muscolare maggiore di quella delle femminucce dai primordi dei tempi… anche se oggi l’uomo accetta questa assoluta parità nei confronti della donna, nel suo subconscio, nel suo codice genetico trova sempre una certa resistenza».
Ora, sorvolando sulla modestia dell’argomentazione, scopriamo che la violenza, secondo Nordio, sarebbe una questione di genetica. Se davvero fosse così, ci sarebbe poco da fare, perché la scienza ci dice che per modificare una caratteristica genetica si può solo intervenire sulla sequenza del DNA. Insomma non è proprio facile, quindi come a dire… I maschi sono fatti così, rassegnamoci.
La dichiarazione della Ministra Roccella sembra, se possibile, ancora più ardita: «non c’è correlazione tra educazione sessuale e un calo dei femminicidi… Certo, ogni donna che viene uccisa è troppo, ma bisogna anche fare l’inverso. Ogni donna che non viene uccisa è un fatto positivo».
Wow! Quindi dobbiamo essere felici noi donne se non veniamo uccise. Incredibile, essere così fortunate e non capirlo. In effetti non ero mai arrivata a questa considerazione. D’ora in poi ogni mattina mi sveglierò ringraziando la buona sorte per avermi concesso di vedere una nuova alba senza che mio marito mi abbia accoltellata.
A questo punto direi che la misura è colma. Se i rappresentanti del Governo, che avrebbe il dovere di guidare il nostro Paese, si smarriscono in dichiarazioni così prive di discernimento, se si mostrano inadatti a distinguere il logico dall’illogico e l’opportuno dall’inopportuno, significa che bisogna ricominciare tutto da zero.
Anzi no, dobbiamo ricominciare da tre, perché sono tre i punti di partenza da cui provare a ricostruire un rapporto uomo-donna davvero sano ed equilibrato.
Se le cose le nominiamo esse esistono: è da questo principio elementare che scaturisce la necessità improrogabile di declinare al femminile i termini che riguardano e investono la donna. L’uso morfologico del femminile viene spesso considerato una forzatura, come nel termine ingegnera, ma questa è solo una conseguenza di consuetudini culturali che non sono poi neanche così ancestrali. Perché infatti si scopre che già nella lingua latina anche i più astrusi termini al femminile erano prassi comune, come il termine abatissa da cui deriva il nome badessa. A tal proposito è illuminante il saggio dell’Accademia della Crusca “Quasi una rivoluzione. I femminili di professioni e cariche in Italia e all’estero”, di Giuseppe Zarra con interventi di Claudio Marazzini, a cura di Yorick Gomez Gane.
Nasce dunque spontaneo l’invito alla nostra Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a ripensare al suo titolo, per tornare a farsi chiamare “la Presidente”, come vuole la lingua italiana, e non “il Presidente”, ricordandole che solo usando l’articolo al femminile potrà affermare ciò di cui è tanto orgogliosa di essere, ovvero donna, madre e cristiana. Laddove invece l’uso dell’articolo al maschile costituisce un annullamento proprio di quella femminilità che dovrebbe essere il suo carattere distintivo. Bisogna che siano prima di tutto le donne ad essere orgogliose della loro femminilità, così da valorizzarla declinandola come la lingua italiana ci insegna.
Del resto le parole danno significato a tutto: se identifichiamo qualcosa con un termine, allora quel qualcosa esiste, per il fatto stesso che lo nominiamo. E’ così che si è affermata la parola femminicidio, che in passato fino a tutto il secolo scorso, non era assolutamente usata, e quindi l’uccisione di una donna veniva definita omicidio, cancellando così le peculiarità intrinseche dell’atto di uccidere una donna, che nascono da presupposti diversi da qualsiasi altro omicidio. Il termine femminicidio viene coniato per la prima volta in inglese (“femicide”) nel 1801, e verrà reso popolare nel suo significato moderno dalla criminologa Diana Russel e dall’antropologa messicana Marcela Lagarde nei primi anni ’90. In Italia, il termine inizia a diffondersi solo a partire dal 2008.
A questo proposito è importante l’appello lanciato in queste ore dalla professoressa Barbara Malaisi, ricercatrice di Istituzioni di Diritto Pubblico e delegata alla comunicazione del Dipartimento di Economia e Diritto dell’Università degli Studi di Macerata, a proposito del legame tra linguaggio e violenza di genere, che approndisce proprio il ruolo dell’omissione del femminile, la rilettura della piramide della violenza e la responsabilità comunicativa di istituzioni, scuola e media.
La professoressa Malaisi spiega quanto sia urgente superare l’uso del maschile come “neutro” e promuovere modalità espressive realmente inclusive, ricordando che il linguaggio quotidiano orienta percezioni sociali, comportamenti e disuguaglianze.
Il linguaggio è il primo campo d’azione. Perché la violenza non comincia con il gesto estremo, ma molto prima: nelle parole che usiamo ogni giorno e nella visione della realtà che quelle espressioni contribuiscono a costruire.
Secondo la docente, trascurare od omettere il femminile nel linguaggio contribuisce a ridurre il riconoscimento sociale delle donne. «Le assenze valgono quanto le presenze. Se le donne non vengono nominate, rischiano di sembrare marginali, ciò che, nella realtà concreta, non sono di certo. L’uso del maschile presunto neutro o la resistenza al femminile professionale non sono semplici abitudini, ma segnali di un’impostazione culturale da superare».
La piramide della violenza è un modello che illustra come le forme più gravi di violenza, come i femminicidi e la violenza sessuale, poggino su una base di comportamenti violenti meno evidenti ma molto diffusi, come le molestie, la discriminazione, lo stalking e il linguaggio offensivo e sessista.
In sintesi, questa piramide mostra che la violenza più estrema è la punta di un iceberg di abusi che iniziano con gesti e parole apparentemente meno gravi. La professoressa Malaisi ricorda quanto sia importante conoscere la piramide della violenza per riconoscere i primi indizi di contesti che possono aprire la strada a forme più gravi di abuso. «Una parola discriminatoria non è irrilevante – spiega – perché contribuisce a rendere tollerabile ciò che non dovrebbe esserlo. Il linguaggio influisce sul modo in cui interpretiamo i rapporti sociali e la presenza femminile negli spazi pubblici».

Da qui l’esigenza di un impegno mirato nell’uso della lingua, che la docente Malaisi considera un passaggio culturale fondamentale. «Il linguaggio non è un dettaglio formale: orienta la coscienza collettiva e contribuisce a definire ciò che riteniamo legittimo. Promuovere un uso corretto, consapevole e rispettoso delle parole significa creare condizioni più favorevoli all’uguaglianza».
Barbara Malaisi richiama inoltre il ruolo cruciale delle istituzioni, dei media e della scuola. Il modo in cui le amministrazioni comunicano, il linguaggio scelto dall’informazione e quello insegnato nei percorsi educativi contribuiscono infatti a definire ciò che appare legittimo e ciò che resta ai margini. La docente insiste sull’importanza di adottare pratiche linguistiche responsabili, capaci di restituire spazio e dignità a tutte le soggettività, soprattutto a quelle che la tradizione ha spesso reso invisibili. «Una comunicazione attenta e inclusiva favorisce una rappresentazione più equilibrata della società e aiuta a prevenire stereotipi che possono alimentare discriminazioni. Il linguaggio deve rendere visibili tutte le persone, non cancellarne alcune in nome di una presunta tradizione linguistica».
In quest’ottica va sottolineata l’importanza dell’educazione sessuale affettiva che, se fondata su basi scientifiche serie e svolta da professionisti, diventa un investimento per la società perché aiuta a formare giovani più consapevoli.
Una recente pubblicazione di Save the Children mostra che solo il 47% degli adolescenti riceve un’educazione sessuale a scuola. Questa percentuale scende al 37% al Sud e nelle Isole. La stessa indagine ha evidenziato inoltre che il 91% dei genitori ritiene utile l’introduzione di questi percorsi obbligatori a scuola. «È fondamentale introdurre percorsi obbligatori di educazione all’affettività e alla sessualità nelle scuole all’interno dei piani formativi, rivolti ai minori e delineati tenendo conto dell’età dei beneficiari, in linea con le Linee guida UNESCO e gli Standard dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, per diffondere una cultura del rispetto e del consenso e agire precocemente sugli stereotipi che sono alla base della violenza. I programmi di educazione all’affettività e alla sessualità che rispondono a questi standard sono più efficaci se avviati precocemente e ne sono dimostrati i benefici per la riduzione di comportamenti a rischio e la prevenzione di abusi e violenze», dichiara Giorgia D’Errico, Direttrice Relazioni Istituzionali di Save the Children.
Fa piacere sottolineare che importanti realtà commerciali territoriali stiano lanciando iniziative e campagne di comunicazione in favore di una maggiore consapevolezza. E’ il caso della società cooperativa della grande distribuzione Etruria Retail che ha lanciato una nuova campagna di comunicazione contro la violenza di genere realizzata in collaborazione con le associazioni Olympia de Gouges di Grosseto e Donna chiama Donna di Siena.
La campagna si sviluppa su due livelli: il primo è quello della comunicazione, con un progetto diffuso in tutti gli oltre 300 punti vendita della rete Etruria Retail: materiali informativi, locandine, messaggi visivi e indicazioni utili per riconoscere i segnali della violenza, invitare a chiedere aiuto attraverso il numero nazionale 1522, imparare a usare e riconoscere il Signal for Help, il gesto internazionale simbolo di speranza e solidarietà. Un’azione capillare che trasforma i negozi in veri spazi di prossimità, capaci di raggiungere quotidianamente migliaia di persone e di mantenere viva l’attenzione su un tema che riguarda l’intera comunità.

Il secondo livello è quello della presenza e delle collaborazioni con le associazioni del territorio. La campagna rinnova infatti i rapporti con i Centri Antiviolenza Olympia de Gouges e Donna chiama Donna, realtà con cui Etruria Retail ha già costruito negli anni progetti condivisi e sostegni concreti. Un legame che permette di rafforzare la rete locale, promuovere percorsi di uscita dalla violenza e sostenere chi ha bisogno non solo di ascolto, ma anche di protezione e accompagnamento.
«Sostenere le donne vittime di violenza – afferma Sabrina Gaglione, presidente Olympia de Gouges – non può essere l’azione singola di pochi, ma necessita di un lavoro di squadra in cui le professioniste formate dei Centri Antiviolenza si muovono in modo coordinato all’interno di un contesto istituzionale e territoriale sensibile e accogliente. Fare rete è la chiave della riuscita dei nostri interventi. Etruria Retail si pone, in questa bella narrazione, come un partner sensibile e illuminato».
«La violenza di genere – afferma Vania Cesaretti, presidente di Donna chiama Donna – si annida nello squilibrio relazionale tra i sessi e nel desiderio di controllo e possesso da parte del genere maschile su quello femminile. E’ un fenomeno strisciante che non conosce razza, posizione sociale, posizione territoriale e rappresenta una delle prime cause di morte del genere femminile, con un costo sociale elevatissimo. Per contribuire ad arginare un fenomeno in costante incremento e sostenere le donne vittime di violenza ed i loro figli, è fondamentale potenziare il lavoro di rete all’interno della quale il Centro antiviolenza Donna chiama Donna opera in maniera costante e continua. In questo contesto non possiamo che essere grate ad Etruria Retail, da sempre sensibile a questo fenomeno, per il sostegno e la sensibilità dimostrate nel corso degli anni».
Mi piace chiudere con l’appello lanciato dalla professoressa Malaisi: «Ogni parola può rafforzare o indebolire il rispetto reciproco. Dare nome significa dare dignità. Intervenire sul linguaggio è un passo necessario per costruire una società capace di contrastare la violenza di genere in modo concreto e duraturo».

