Sembro una bambina che aspetta il Natale, e, quanto arriva, quanta gioia! Questo è quello che provo quando sta per uscire o deve uscire il nuovo romanzo di Silvia Avallone. Quest’anno l’ho anche potuto prenotare prima grazie ad Amazon.

E quando penso di amare così tanto un’autrice mi sento davvero fortunata. Sì, perché bellissimi sono i tempi di attesa in cui domandarsi di cosa tratterà la nuova opera, bellissimo è scoprire il titolo in anteprima e ancora più bello è avere quel libro tra le mani quando arriva, sfogliarlo e ripromettersi di leggerlo con calma.

In genere non mi piacciono i romanzi, intendo dire quelli degli autori contemporanei, ogni anno cerco un libro che possa ispirarmi provando anche ad affidarmi a testi pluripremiati, ma non funziona e la maggior parte delle volte finisco con un saggio nella mano sinistra e l’evidenziatore in quella destra.

Solo Avallone riesce a fare questo: mi trascina nelle sue storie, mi ruba al mondo quel che basta per farmici ritornare migliore. Avallone sa come si scrive: la grazia della sua prosa è insuperabile – oltre che invidiabile – la profondità dei suoi personaggi sempre all’altezza delle aspettative: scava dentro loro come a volte non si riesce a fare neppure con se stessi. Si sente che lei vive e sopravvive con loro: con le loro paure, i loro dolori, le loro gioie mentre scrive quel romanzo.

I personaggi di Silvia Avallone

E sono tutti personaggi a loro modo anticonformisti, protagonisti di storie che – se vedi e conosci Silvia Avallone – ti stupisci escano da lei. Sposata, due figli, un marito, capelli ricci perfettamente gonfi e in piega, scarpe con il tacco, sorriso garbato, una fisiognomica così rassicurante; eppure, dentro di lei palpita un Cuore nero.

Questo è il titolo del suo ultimo romanzo. Con orgoglio guardo la mia libreria dove sono contenuti tutti i suoi romanzi, tutti e quattro autografati perché ovviamente non mi sono mai negata il piacere di andarla ad incontrare almeno una volta. Purtroppo, Cuore nero non ha autografo, né dedica.

Cuore nero è uscito a gennaio 2024 mese nel quale io sono stata inserita nella lista per trapiantarmi di cuore. E mi fece sorridere questa cosa perché io, Silvia – e mi permetto di usare il nome perché eravamo entrambe poco più che ragazzine – il primo romanzo che ha pubblicato e che io ho letto è stato nel 2010, anno nel quale subivo la prima delle mie diverse operazioni a cuore aperto. Ricordo il piccolo poggiolo della clinica riabilitativa in cui poggiavo i piedi sulla griglia che ci impediva di buttarci giù, mentre leggevo la storia di Anna e Francesca.

Probabilmente uno dei motivi per cui amo così tanto Avallone è perché in quel frangente mi tenne attaccata alla vita. Aggrappata al fatto che sarei tornata a vivere anche io con la stessa rabbia e incontinenza di quelle due adolescenti, convincendomi che quello che stavo vivendo era solo una parentesi.  

Purtroppo, la parentesi è stato lo stare bene. Appunto: gennaio 2024 lista trapianti.

Quando mi arrivò Cuore nero tra le mani pensai: eccoti, mi hai fatto l’ultimo regalo. A gennaio io non camminavo quasi più, respiravo a fatica e continuavo a svenire. Il mio piccolo ma coraggioso cuore non aveva più forze. Nonostante questo, ero convinta di non aver bisogno del trapianto. Però mi sentivo più vicino alla morte che alla vita: quel libro che nominava la parola cuore e il mio che era diventato a tutti gli effetti un quore li accolsi come un segno del destino. Eravamo al capolinea. Insieme. Io e Silvia, senza che lei lo sapesse. Mi aveva traghettato alla vita ed ora il nostro cuore era diventato nero.

E che bello quel libro, ne assaporavo il cammino, ogni elegante passaggio di prosa, gustavo la correttezza delle coniugazioni verbali, l’utilizzo del congiuntivo che – come dice Avallone – è la verbalizzazione della possibilità (se non sbaglio in Da dove la vita è perfetta). La amavo come si ama un essere perfetto. Che poi alla fine è quello che lei è in apparenza mentre sorride e firma le copie, nella sua indiscutibile bellezza senza cicatrici, senza scorie eppure, per scrivere quello che lei fa e per come lo fa, deve avere tanto nero nascosto.

È quel nero che si cela in ognuno di noi ciò di cui tratta il libro, quella parte ferale, brutale che ci rende animali imperfetti, pronti a tutto dinanzi alla forza del dolore che ci rende fragili, che ci fa sentire immeritevoli di essere nella vita. Senza diritto di esistere o perché la vita ci ha ferito troppo o perché abbiamo ferito troppo. Il punto di vista della vittima è facile da comprendere, siamo pronti ad accogliere il dolore di chi nel pieno della sua innocenza viene strappato dal mondo che conosce, dal mondo giusto, per essere catapultato in un inferno che nessun tempo può guarire. Invece siamo meno disposti a vedere il dolore di chi ha compiuto un atto terribile, ineluttabile che ha scaturito un dolore inesplicabile e che, come per effetto domino, ha rovinato una serie di vite.

Ma quando siamo solo vittime?

Ma quando nella vita siamo solo vittime? Quando non siamo stati noi i carnefici? E il carnefice ha facoltà di redenzione, potrà lui stesso concedersi il diritto di stare nella vita?

Recalcati mi ha insegnato in questi anni che il diritto a stare al mondo ci viene trasmesso dal desiderio dei genitori. Il desiderio dei genitori. Devo sinceramente ancora capire cosa intenda fino in fondo vi dirò, ma credo che il desiderio non sia un’introflessione, una forma di amore morbosa del tipo io ti ho desiderato così tanto che… quanto piuttosto una trasmissione. Ti trasmetto il desiderio come testimonianza del tuo diritto a stare nella vita senza di me, oltre a me. Sono davvero pochi i genitori che sanno fare questa cosa, e, forse, una delle prime cose che chiederei a Recalcati è se lui crede di esserci riuscito.

In questo libro di Avallone abbiamo un padre che forse somiglia molto a questa figura del desiderio di Recalcati e che in qualche modo riconnette sua figlia al diritto al desiderio. Hai il diritto di desiderare, hai il diritto di stare nell’esistenza nonostante il tuo macabro segreto (che ovviamente non vi svelerò).

Non sono una lettrice veloce perché con i libri vado avanti, torno indietro, scavo ogni parola chiedendomi perché quella e non un’altra (sarà per questo che il mio romanzo mai pubblicato lo sto scrivendo da 20 anni e come dice giustamente la mia Chiara non sei una scrittrice ma una saggista, tuttavia quanto vorrei essere una scrittrice proprio come Silvia Avallone, Virginia Woolf, ma non molte altre ad essere sincera).

Ho letto l’ultima frase di Cuore nero il 20 marzo 2024:

“Grazie per avermi ricordato che, persino in me, c’è del buono”.

Ecco il diritto di esistere. Anche in me c’è qualcosa di buono. Alle 00:24 del 21 marzo 2024 mi hanno chiamata: c’è un donatore. Era come se il cerchio si fosse chiuso: tutto era iniziato e finito con te, Silvia.

Provavo ad andare ad accogliere qualcosa che mi pareva completamente estraneo. Un’altra persona era morta ed io dovevo essere felice perché grazie alla sua morte io avrei potuto sperare di vivere. Non l’avevo uccisa io, no, ma i vantaggi della sua morte stavano ricadendo su di me. Ero una carnefice?

Sono una carnefice? E l’ho aspettata, sperata, assaporata la tua morte mia dolce e generosa donatrice. La vita è stata così ingiusta con te che non hai fatto male a nessuno e così strana con me che invece ci ho sperato che tu morissi, perché volevo qualcosa di tuo. Chi vittima? Chi carnefice?

Non ricordo quasi nulla del viaggio fino a Bologna, delle fasi preparatorie al trapianto, niente.

Ma non voglio raccontarvi di questo quanto dirvi un’altra cosa: nel mio trapianto è successa una cosa incredibile, quanto meno certamente rara: quando innestano il nuovo cuore è necessario defibrillarlo affinché parta. Con il mio non è stato necessario, lo hanno appoggiato e lui è partito da solo… e non può venirmi in mete che una frase, quella conclusiva del primo libro di Silvia Avallone

“Combaciavano perfettamente”.   

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