”E se “Dio esiste e vive a Bruxelles” , Satana abita a Gerusalemme e si chiama Netanyahu”. Yossel Rakover: un’altra interrogazione a Dio. “Credo nel sole, anche quando non splende; credo nell’amore, anche quando non lo sento; credo in Dio anche quando tace” (da una scritta su un muro di un rifugio di ebrei a Colonia).

Iniziava così il testo di Zvi Kolitz “Yossel Rakover si rivolge a Dio” che Moni Ovadia mi ha fatto scoprire qualche decennio fa e che, da allora, a ogni Giornata della Memoria, porto in scena a teatro. Anzi, portavo, perché il prossimo 27 gennaio non avrò più il coraggio di raccontarlo e nessuno vorrà più ascoltarlo. Io preferisco l’inedita traduzione dallo yiddish di Erri De Luca: “Yossel Rakover, interrogazione a Dio” a “Yossel Rakover si rivolge a Dio”, come dalla più nota traduzione a cura delle edizioni Adelphi. Interrogazione assume il valore di un processo, come cantava Vasco Rossi in “Portatemi Dio”: “Metteteci Dio sul banco degli imputati. Metteteci Dio e giudicate anche lui… con noi e difendetelo voi… voi ‘buoni cristiani’!”.

La storia di RaKover

La storia di Rakover, combattente che resiste nel ghetto di Varsavia, mi ha sempre commosso. Ogni volta sono entrato nella pelle di Yossel, ho sofferto con lui, ho pianto con lui, ho urlato con lui contro quel Dio della vendetta che lo mette a dura prova, di fronte all’orrore del genocidio del popolo ebraico. “Dimenticherò mai il giorno di quella tempesta di fuoco su migliaia di profughi in cammino?” chiede Yossel a Dio.

Quel Dio che tace, ma Yossel non perde la fede, neanche di fronte alla tragedia di vedere la sua intera famiglia ammazzata nei rastrellamenti. I suoi cinque figli, fra cui i piccoli Dovid e Yehudah, uno di quattro anni, l’altro di sei. Rohele, la figlioletta di dieci anni, scappata dal ghetto in cerca di pezzi di pane fra i bidoni dell’immondizia e i morti di fame, ammassati per strada sotto le macerie. Rohele viene inseguita dalle guardie. Una caccia all’uomo contro una bambina, trattata come un pericoloso criminale in fuga. La ragazza, stremata, cade a terra. I nazisti le sfondano la testa. Ma questa storia accaduta nel 1943 non assomiglia alle tante storie che arrivano oggi da Gaza?

Le storie che arrivano da Gaza

Quel testo, negli anni, è diventato un simbolo di poesia civile e sacra da Israele agli Stati Uniti, a partire dal 1946, quando è apparso per la prima volta sulla rivista “El diario israelita” a Buenos Aires. Quello che si pensava fosse un messaggio di un combattente della rivolta ebraica di Varsavia, ritrovato “tra cumuli di pietre carbonizzate e ossa umane, sigillato con cura in una piccola bottiglia”, in seguito, si è scoperto essere un testo letterario storico scritto dall’autore lituano-ebreo Zvi Kolitz, ma il personaggio di Yossel Rakover è sopravvissuto alla letteratura, diventando carne, sangue, testamento e sacra scrittura. Yossel chiede conto a Dio sul perché abbia taciuto e chiuso gli occhi dinanzi allo sterminio del popolo ebreo.

Un’orazione, una preghiera, un graffio di bestemmia in una supplica rabbiosa e allo stesso tempo devota, che trasforma il sentimento di smarrimento, dolore e pietà in una fede incrollabile. È quasi una sfida a Dio di Rakover, che continua a credere ostinatamente nel suo Dio anche mentre l’umanità brucia insieme ai suoi figli e alla sua casa. Ma non bruciano la speranza e la carità, virtù cardinali per ogni ebreo.

Dunque, mi chiedo oggi, dinanzi al genocidio del popolo palestinese, se avrebbe perdonato una seconda volta il suo Dio e continuato a credere in lui. Sono sicuro che Yossel avrebbe provato vergogna, avrebbe chiesto perdono ai palestinesi al suo posto, avrebbe urlato contro il suo Dio e avrebbe lanciato bottiglie imbevute di benzina contro l’esercito feroce e disumano della sua Israele. O forse Yossel sarebbe salito a bordo della flotilla, non avrebbe offeso ed umiliato Greta Thunberg ma avrebbe avuto cura di quella ragazza che non è così diversa dalla sua bambina Rohele.

Intanto mio figlio mi ha inviato un selfie con gli occhi arrossati (come nei ritratti di Chagall) dai fumogeni sparati in faccia durante la manifestazione pacifica di Bologna. Ammiro questi giovani che sono tornati a manifestare con il proprio corpo, con tutte le loro fibre, pacificamente, spinti da idee di fraternità col mondo e di umanità. Mentre scrivo ascolto “SOS”, una canzone che Piero Pelù ha registrato in poche ore, la sua voce potente per raccontare ancora una volta il dolore di Gaza. Un rock dalla lirica commovente che ha la stessa forza dei milioni di donne e uomini scesi in piazza: “Per quanto tempo ancora useremo le armi per salvare la pace? E alzeremo muraglie per nascondere menzogne matrigne con facce di legno?”.

Pelù ha messo la canzone in streaming gratuito sul suo sito ufficiale, una scelta di contestazione contro Spotify, nota azionista di armi (pare che l’amministratore delegato e cofondatore Daniel Ek abbia utilizzato 600 milioni del fondo d’investimento dell’azienda in droni e tecnologie belliche). Aveva ragione il poeta Izet Sarajlić: sono sempre “i poeti a fare il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo”. La mente va subito a una litografia di un’opera di Renato Guttuso che ho trovato qualche anno fa a un mercatino di Bari vecchia. Titolo dell’opera è “Esodo di arabi” (1967). La didascalia spiega: “durante la guerra di Israele le popolazioni arabe furono costrette all’esodo dalle zone occupate”. Guttuso, come in passato ha raccontato con la sua arte la Resistenza contro il nazifascismo, ha dunque anche dipinto la “Guerra dei sei giorni” dalla quale ha avuto origine l’occupazione prepotente della Striscia di Gaza, trasformata negli anni in vera apartheid. “Non Ti chiedo neanche di annientare i colpevoli – dice Yossel a Dio – è nella logica inesorabile degli avvenimenti che alla fine si annientino da soli, poiché con la nostra morte è stata uccisa la coscienza del mondo. Il mondo sarà divorato e affogato nel suo stesso sangue. Gli assassini si sono già condannati da sé, e a quella sentenza non potranno sottrarsi. Tu però pronuncia una sentenza severa su quanti condannano il massacro a parole, ma non muovono un dito per salvarlo”.

E se il papa è veramente il vicario di Cristo in terra, allora aspettiamo che Prevost (imperdonabile per aver incontrato con tutti gli onori Herzog, riportando alla mente il peggior Wojtyła che benedice Pinochet) utilizzi il suo esercito di “esorcisti contro il maligno”, come ha detto Leone XIV, “affinché mediante il sacramentale dell’esorcismo il Signore conceda la vittoria su Satana”. E se “Dio esiste e vive a Bruxelles” in questo momento Satana abita a Gerusalemme e si chiama Netanyahu. Ed in attesa di un cinematografico “Esorciccio” papale mi appello all’esecuzione del mandato di arresto della Corte Penale Internazionale al prossimo volo del criminale Netanyahu in transito sui nostri cieli sopra le nuvole del nostro Governo.

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