È un argomento molto controverso: i figli hanno bisogno di un padre e una madre o possono anche crescere con due mamme o due papà? La risposta non è univoca e risente di tradizioni, cultura, religione, politica, paura, ignoranza, opportunità, appartenenza e, comunque, è dipendente dall’eterno conflitto tra Nature vs Nurture, ovvero tra natura e cura, di cui parla la specialista in riabilitazione psicosociale Kendra Cherry nel suo The Nature vs. Nurture Debate.

Tutti i cuccioli di qualsiasi specie hanno bisogno di protezione, in particolare quelli dei sapiens perché nascono molto prematuri rispetto agli altri animali, da quando gli esseri umani hanno acquisito la posizione eretta: per essere autonomo un bambino ha bisogno di molti anni mentre un puledro comincia a correre già dalle prime ore di vita.

L’assistenza per questi anni è compito dei genitori, naturali o adottivi, secondo norme legali ben articolate, concepite prevalentemente tenendo presente prima di tutto l’interesse del bambino. Ma le norme, si sa, non riescono a coprire le esigenze di tutti, specialmente in una società che si evolve. 

La richiesta di aggiornamento delle regole secondo lo sviluppo di nuovi scenari genitoriali trova sempre opinionisti di tutte le razze che intervengono per dare un proprio contributo ma, a volte, anche per limitare le richieste di chi non fa parte della loro moltitudine apparente o del loro credo opportunistico.

In particolare, ci si scaglia contro la possibilità di adozione di una famiglia costituita da due persone dello stesso sesso che, per forza di cose, non possono essere entrambi genitori in senso biologico. Ci sarà un padre che ha concepito il bambino con una donna e che vive in famiglia con un maschio, una madre che il bambino l’ha avuto da un maschio e vive con una donna o coppie omosessuali che adottano un bambino rimasto solo, offrendogli di vivere in una famiglia.

La storia evolutiva della famiglia

La critica più frequente contro l’adozione omosessuale è che vivere in una famiglia con un padre e una madre sia naturale e che questo rappresenti la migliore opportunità di crescita sana per il bambino. Questo è vero, ma questo argomento merita alcune riflessioni.

Per cominciare vorrei subito citare un libro che ho letto ormai quasi 50 anni fa, Dialettica della famiglia un libro di autori vari tra cui Freud, Marcuse, Engel, Malinowsky, edito da Savelli, che analizza la storia evolutiva della famiglia e dove, accanto ad analisi socio-culturali e psico-emotive, si sottolinea che la famiglia monogamica con un maschio e una femmina rappresenta solo l’ultima forma di un processo che nasce con le prime forme associative dell’essere umano e che si è evoluto nel tempo.

L’organizzazione della famiglia è quindi un processo dinamico che ha trovato la recente forma seguendo esigenze economiche e sociali e abbandonando le forme primitive di aggregazione familiare, quelle sì, spontanee e verosimilmente più naturali. Ma l’argomento naturale è difficile da trattare perché è da tempo che abbiamo trascurato l’istinto, tanto da non riconoscerlo più.

Ma, uno dei momenti in cui lo ritroviamo è proprio in quella spinta spontanea che abbiamo tutti quando c’è un cucciolo da proteggere. Nessuno, credo, può ignorare un bambino in difficoltà indipendentemente dall’essere suo padre o sua madre.

Immaginiamo di vederlo mentre si approccia ad attraversare una strada da solo, nessun adulto rimarrebbe indifferente. Così come succede alla vista di un bambino denutrito o malato. Lì non si tratta di essere né genitori biologici né adottivi. Lì c’è solo una spinta spontanea alla protezione del cucciolo, anche di altre specie, e quindi una spinta naturale.

Naturale, e obbligatorio, è anche il concepimento che deve avvenire dall’incontro di un gamete maschile con uno femminile. Poi? Poi nasce un figlio che deve essere nutrito da una donna e protetto in un ambiente accogliente e sereno. E la serenità di questo ambiente non si genera automaticamente solo perché è formato da un padre e una madre perché qui si mescola l’ambito Nature con quello Nurture.

Qui, accanto all’iniziale, incontrollabile e inconsapevole attrazione naturale (innamoramento), verosimilmente finalizzata alla procreazione, esiste una struttura matrimoniale, direi una sovrastruttura, imposta dall’ambiente e condizionata da norme scritte e non scritte che nulla ha a che fare con la spinta naturale.

La famiglia come comfort zone
e l’ormone della felicità

La famiglia si regge solo se è sostenuta dall’amore, quella dedizione dell’uno verso l’altro che è capace di creare quella comfort zone dove il bambino può crescere nel migliore dei modi. Nulla da dire, certo, ma allora come si spiega che i divorzi mediamente si celebrano 17 anni dopo il matrimonio? E, si sa, questo è preceduto da anni di distacco affettivo (per non dire conflitto) e di separazioni reali che ne riducono di molto la durata media effettiva.

E consideriamo che, come tutte le statistiche, questo numero tiene conto sia di quelli che a 80 anni ancora passeggiano insieme mano nella mano, ma anche di quelli che cominciano a litigare fin dai primi giorni di convivenza.

È impressionante il risultato di uno studio che ha misurato il livello di ossitocina, riconosciuto come l’ormone della felicità, in bambini di genitori divorziati. Il valore misurato in questi soggetti è apparso nettamente inferiore rispetto a quello degli individui che hanno vissuto in un ambiente familiare sereno. È la prima dimostrazione biologica del disagio psicologico già osservato in questi bambini.

Ma tutto questo racconto come si applica all’amore omosessuale? Di certo esistono solo due sessi ma, altrettanto vero che esistono più e diverse identità di genere, come dimostra uno studio pubblicato su National Library of Medicine che cerca di spiegare questa apparente stranezza.

Non è ancora completamente chiaro da quale lato penda la bilancia Nature vs Nurture ma, a tutt’oggi, sembra che genetica e ambiente si mescolino in modo diverso per generare i diversi modi di sentire attrazione verso individui dello stesso sesso biologico.

Chi protende più verso il piatto Nature ricorda come l’omosessualità sia presente e diffusa in natura dove non solo le leggiadre giraffe, ma anche il macho per eccellenza che è il leone, hanno frequenti rapporti omosessuali.

Ma non sono pochi quelli che ricordano che tratti epigenetici, cioè elementi ambientali che possono condizionare l’espressione genica, hanno un ruolo di primo piano nel determinare l’orientamento sessuale, sottolineando quindi l’importanza dell’esperienza sulla genetica. 

Ma i figli?

Anche chi accetta le unioni civili senza problemi manifesta molte perplessità sull’adozione da parte delle coppie omosessuali. E, anche qui, i luoghi comuni e le frasi a effetto si sprecano, ma effettivamente i problemi non sono pochi.

Chi sostiene la tesi della crescita con padre e madre certamente non ha torto ma, come abbiamo visto prima, i dati non ci assicurano che questo sia sufficiente a creare il nido giusto per i figli. Anzi. Purtroppo, esistono pochi studi sulla serenità che regna in una famiglia omo rispetto ad una etero e nemmeno sulle separazioni e divorzi.

Ma anche se la letteratura scientifica è relativamente giovane, pochi decenni, gli studi cominciano ad esserci, come lo studio dell’Università di Cambridge pubblicato dalla rivista Developmental Psychology sul benessere dei figli nati con GPA o fecondazione assistita, di cui parla ampiamente Eugenia Romanelli in questo suo articolo.

I dati sono troppo scarsi per fare statistiche. Nel 2021 in Italia, a fronte di 180.416 matrimoni, sono state costituite solo 2.148 unioni civili tra coppie dello stesso sesso (report ISTAT). Ma, se immaginiamo che la decisione di formare una famiglia con un partner omosessuale sia molto più complessa visto l’ambiente in cui viviamo è possibile ipotizzare che, per prenderla, è necessaria più forza e maggiore determinatezza rispetto ad un percorso normale, già segnato.

Può essere questa una garanzia di un legame di amore più robusto e quindi garanzia di un ambiente più sereno per la crescita del cucciolo? Non lo sappiamo, ma si vedrà visto che il 7% delle persone lgbtqi+ dichiara di avere almeno un figlio, il che significa che esistono già circa 100 mila minori con almeno un genitore gay o lesbica (Fonte Arcigay).

C’è anche chi sostiene a gran voce che naturalmente o per esigenze ambientali è bene riconoscere separatamente la figura paterna e quella materna. Ma, anche qui, se parliamo di natura, non dobbiamo dimenticare che nel mondo animale, sicuramente più naturale del nostro, l’adozione dei piccoli da parte di due maschi o di due femmine, non è così rara.

È ovvio che non possiamo paragonare i figli di un essere umano ai pinguini o al cigno nero, ma non possiamo nemmeno escludere a priori che possano crescere senza difficoltà. Ce lo hanno anche raccontato Eugenia Romanelli e Rory Cappelli nel loro ultimo libro.

Nature vs Nurture?

E allora nature o nurture? Direi che è ancora presto per rispondere compiutamente a questa domanda e, proprio per questo, esistono tante opinioni contrastanti. Come abbiamo visto, in natura l’accoppiamento eterosessuale è essenziale per la procreazione ma non implica per forza anche la convivenza di coppia, cosa regolata dalle necessità ambientali. Ambiente che condiziona anche la cura dei cuccioli che può essere a carico della coppia, ma anche a carico di uno solo dei genitori, spesso insieme a un individuo dello stesso sesso. 

Nella nostra cultura, il matrimonio monogamico eterosessuale non sempre può garantire un ambiente sano per i propri figli e conflitti e separazioni dei genitori possono addirittura modificare per sempre l’espressione ormonale del bambino.

Non ci sono dati su quelli allevati da coppie omosessuali e qualche dubbio ci può essere sulla mancanza della figura assente, ma non per questo bisogna negar loro a priori il diritto di poter crescere un bambino.

Comunque, al di là delle evidenze scientifiche e dei multiformi riferimenti etici, bisogna sottolineare che chiunque generi un figlio deve tener in mente che, prima dei propri diritti, deve pensare ai diritti del bambino.

E deve sviluppare la consapevolezza che, quando torna a casa, un bambino potrà trovare un padre e una madre, potrà trovare due madri o due padri, ma ha assoluto bisogno di trovare un ambiente sano, sereno e protettivo perché non è stato certo lui a chiedere di venire al mondo. E chi lo ha fatto venire, nel mondo, deve essere il suo riferimento, sano e sicuro e, perché no, anche indipendentemente dalla sua identità di genere.

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