Bruno Crucitti, uomo e attore di valore ha in programma, per venerdi 16 Giugno alle ore 18.30 presso Libero Spazio a Roma, un’impegnativa iniziativa: leggere Joyce per due ore e mezza consecutive, ma non è la prima volta per lui…

Bloomsday: ovvero? Il 16 giugno è il giorno in cui è ambientato l’Ulisse di James Joyce ed il giorno in cui l’autore diede il primo appuntamento a Nora Barnacle che ne sarebbe diventata, frutto di un’appassionatissima relazione, la moglie. La prima edizione, che prende il nome dal protagonista del romanzo Leopold Bloom avvenne a Dublino nel 1950. Trieste, dove Joyce ha vissuto, dedica importanti iniziative ogni anno. Roma, città dove Joyce ha vissuto in via Frattina dal luglio del 1906 per sette mesi e dove forse ha maturato l’idea del romanzo, non ha mai dedicato attenzione a questa giornata, forse inconsciamente offesa da quanto l’autore ebbe a dire nella sua permanenza nella capitale:

“Roma mi fa pensare a un uomo che si mantiene esibendo ai turisti il cadavere di sua nonna… A volte pensando all’Irlanda mi pare di esser stato più duro del necessario. Non ho reso giustizia alla sua bellezza”.

Bruno Crucitti non è nuovo a questo tipo di sfide, raccontaci i precedenti!
In questa occasione lo spettacolo è limitato alla lettura dell’ultimo capitolo del romanzo che mi impegnerà per due ore e mezza, scelta in qualche modo obbligata per dare un senso all’idea di raccontare un romanzo fiume. In questo mi aiutano le parole di Gianni Celati: “È tarda notte, la moglie di Bloom, Molly, sta rimuginando sulla propria vita matrimoniale e altre cose. (…) Nei precedenti episodi, i pensieri dei protagonisti (Stephen o Bloom) non andavano oltre brevi cenni ai loro ricordi o riflessioni. Invece nel monologo di Molly affiora qualcos’altro, veramente speciale: è la caduta di quella barriera che blocca desideri, fantasie o pensieri ritenuti inaccettabili”. Tutto è iniziato nel 2016 con la decisione di leggere per intero il Don Chisciotte, in occasione del 400° anniversario della morte di Cervantes, che mi ha impegnato ininterrottamente per tre giorni e due notti presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, in quella che per altro fu la prima diretta streaming più lunga della storia seguita da oltre 10.000 persone. Fu un’esperienza fortissima, al limite delle mie forze, portata a termine solo grazie alla forza del personaggio al quale mi sono aggrappato dall’inizio alla fine. Da allora ho letto diversi romanzi integralmente e senza interruzione, una pratica immersiva totalizzante, una esperienza molto forte sia per me che per gli spettatori.


Quale è la molla che spinge un attore drammatico come te a cimentarsi in iniziative così originali e complesse?
Le motivazioni che mi hanno fatto venire l’idea della lettura del “Don Chisciotte” sono state molte. Ricorrevano trent’anni dall’inizio della mia professione, ho avuto la fortuna di avere grandi maestri ed era un modo di onorare un mestiere, mettendosi alla prova, mettendo in pratica ciò che avevo imparato negli anni, con l’idea di sperimentare un livello di interpretazione ai limite del possibile. Leggere il “Don Chisciotte della Mancia” è significato entrare nella testa di Cervantes, che per altro ha iniziato a scrivere il romanzo ricoverato nell’ospedale di Messina, dove io sono nato, reduce dalla Battaglia di Lepanto dove era rimasto ferito ad una mano.

Perché James Joyce?
L’occasione nasce con il Bloomsday, già sperimentato lo scorso anno, banale a dirsi: onorare un grandissimo autore ed un romanzo che non si smetterà mai di scoprire. Un unico grande limite la lingua, per non far torto a nessuno ho scelto di leggere la prima traduzione uscita in Italia a cura di Giulio De Angelis nel 1960.

Cos’altro bolle nel pentolone estivo di Bruno Crucitti?
Pratico da diversi anni l’alpinismo e sono da sempre molto attento alle questioni ambientali. Sto preparando un documentario sul ghiacciaio del Calderone, estinto ormai da tempo e declassato a glacionevaio. Un‘occasione per riflettere sul cambiamento climatico o meglio sul radicale cambiamento a cui noi siamo chiamati nei confronti del pianeta che così generosamente ci ospita e che ha permesso di produrre tanta bellezza, che con dissennata insipienza stiamo distruggendo. Concluderei con un detto dei nativi americani: “La terra in cui viviamo non ci è stata donata dai nostri padri, ma data in prestito dai nostri figli è siamo chiamati a lasciarla meglio di come ci è stata consegnata”. Chi lavora nel campo dell’arte deve aiutare a sviluppare una visione altra, a suggerire nuove strade. Sarà difficile, impossibile, ma non bisogna desistere.

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