“Un poeta può sopportare di tutto. Il che equivale a dire che un uomo può sopportare di tutto. Ma non è vero: sono poche le cose che un uomo può sopportare. Sopportare davvero. Un poeta, invece, può sopportare proprio di tutto. In questa convinzione siamo cresciuti. Il primo enunciato è vero, ma conduce alla rovina, alla follia, alla morte”.

Chiamate telefoniche di Roberto Bolaño

A cosa serve un poeta, oggi? In un’epoca satura di performance, autopromozione e narrazioni levigate, ha ancora senso la figura dell’artista iconoclasta, dell’antieroe che rifiuta le regole del gioco per “far saltare in aria il cervello alla cultura ufficiale”? 

La domanda non è retorica. Anzi, diventa un atto scenico, un’indagine dal vivo, con lo spettacolo “I Poeti Selvaggi di Roberto Bolaño”, che ha debuttato martedì 21 ottobre, al Piccolo Bellini di Napoli.

Un evento che ci costringe a fare i conti con una delle figure più magnetiche e inafferrabili della letteratura contemporanea, Roberto Bolaño, e con la sua tribù di poeti per i quali la vita e la scrittura erano la stessa, disperata avventura.

L’identikit del Poeta Selvaggio: detective, non vate

Ma chi è, o chi era, questo poeta selvaggio? Per capirlo, dobbiamo spogliarci dell’immagine romantica del vate e indossare l’impermeabile logoro di un detective.

Roberto Bolaño (1953-2003), che si è sempre considerato un poeta prima che un romanziere, ha incarnato questa figura per tutta la vita. 

Un outsider per vocazione , un “cane romantico”  che, insieme ad altri giovani “teppisti” letterari come Mario Santiago Papasquiaro, fondò a Città del Messico a metà degli anni ’70 il movimento Infrarealista.

Il loro obiettivo? Sabotare i salotti buoni della letteratura, incarnati da figure istituzionali come Octavio Paz, per rivendicare una poesia viscerale, legata alla strada, al rischio, alla sconfitta.

Erano poeti che non volevano lavorare, nel senso convenzionale del termine. Il loro unico “mestiere” era investigare la realtà, perdersi nei suoi labirinti, senza la pretesa di anticipare i tempi, ma con l’urgenza di inciderli.

Non cercavano risposte, ma domande. Erano, appunto, detective dell’esistenza, convinti che “trovare è uguale a morire” e che l’unica verità risiedesse nella “fuga permanente”.

Dalla pagina alla scena: “I Poeti Selvaggi” al Teatro Bellini

E come si porta in scena un mondo così frammentato e ribelle? Lo spettacolo, prodotto dalla Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, sceglie una formula ibrida e intelligente: la “conferenza-spettacolo”. 

Un formato che rispecchia perfettamente la struttura polifonica dei romanzi di Bolaño, costruiti come collage di testimonianze e frammenti di vita. 

Sul palco, tre figure si dividono il compito di questa evocazione:

  • Igor Esposito (Testo, Drammaturgia, Voce Narrante): È l’architetto dell’indagine. Poeta e drammaturgo affermato, finalista a premi come il Calvino e il Napoli, Esposito non si limita a raccontare, ma fornisce le coordinate, tesse i fili, guida lo spettatore nella mappa letteraria e umana di Bolaño.3 È il detective che conduce l’inchiesta.
  • Daniele Russo (Voce dei Poeti, Regia): Attore di rara potenza, formatosi all’Accademia d’Arte Drammatica del Teatro Bellini e con una solida carriera tra teatro, cinema e tv, Russo è l’anima viscerale del progetto. A lui il compito di incarnare i versi, di dare corpo e sangue alla rabbia, alla passione e alla disperazione di quei poeti che hanno pagato con l’emarginazione, la follia o la morte la loro fedeltà assoluta all’arte.
  • Massimo Cordovani (Musiche dal Vivo): Non un semplice accompagnamento, ma un vero “coprotagonista”.

Musicista e compositore, recentemente candidato al premio Le Maschere del Teatro Italiano per le sue musiche di scena, Cordovani crea il paesaggio sonoro di questo viaggio, un tappeto di note che dialoga con la parola, amplificandone la forza evocativa.

Il romanzo-universo: perché “I Detective Selvaggi” è ancora essenziale

Ma perché tornare proprio a quel libro, a I detective selvaggi? Perché questo romanzo, vincitore del Premio Herralde nel 1998 , non è solo un’opera letteraria, ma un’esperienza, una “lettera d’amore a una generazione”. 

È un’Odissea senza Itaca , un viaggio labirintico sulle tracce di Arturo Belano e Ulises Lima (alter ego di Bolaño e Papasquiaro) e della loro ricerca della poetessa scomparsa Cesárea Tinajero.

Il suo valore non risiede in una trama lineare, ma nella sua capacità di catturare il flusso stesso della vita: un groviglio di voci, testimonianze, fughe e fallimenti.

È un libro che celebra la letteratura fatta per disperazione, quella che si scrive quando non si ha nient’altro.

Leggerlo significa capire che la ricerca è più importante del ritrovamento, che la vera opera d’arte di quei poeti non era scritta sulla carta, ma impressa nelle loro vite randagie.

Il Poeta Selvaggio oggi: un antidoto alla società della performance?

E quindi, torniamo alla domanda iniziale: che ruolo può avere oggi un poeta selvaggio? Forse, proprio quello di un antidoto. In un mondo che ci chiede di essere sempre efficienti, visibili e vincenti, la figura dell’antieroe bolañano, con la sua indolenza, il suo rifiuto del successo e la sua devozione a una causa “inutile” come la poesia, diventa un atto di resistenza.

Il poeta selvaggio ci ricorda che esiste un’alternativa alla logica del mercato e del “glamour” culturale. 

Ci insegna che l’arte non è un prodotto da vendere, ma un’indagine da compiere, uno strumento per scavare nella realtà, anche a costo di sporcarsi le mani. 

Non per caso in una intervista a Playboy Bolano dichiarava: 

“Mi sarebbe piaciuto fare l’investigatore della omicidi, molto più che lo scrittore. Uno sbirro della omicidi, uno che può tornare da solo, di notte, sulla scena del delitto, senza avere paura dei fantasmi”

In un’epoca di certezze urlate, la sua ricerca ostinata e inconcludente è un elogio del dubbio, della fragilità e, in fondo, dell’umanità. Andare a teatro non sarà solo assistere a uno spettacolo, ma partecipare a un rito necessario: evocare questi fantasmi per capire cosa possono ancora dire al nostro presente.

“I poeti selvaggi di Roberto Bolaño” è un viaggio nella vita e nella poesia di uno degli autori più radicali del Novecento, tra poeti ribelli, rivoluzioni mancate e sogni di libertà.

𝘗𝘪𝘤𝘤𝘰𝘭𝘦 𝘐𝘯𝘵𝘦𝘳𝘷𝘪𝘴𝘵𝘦 è 𝘪𝘭 𝘧𝘰𝘳𝘮𝘢𝘵 𝘤𝘩𝘦 𝘳𝘢𝘤𝘤𝘰𝘨𝘭𝘪𝘦 𝘭𝘦 𝘷𝘰𝘤𝘪 𝘥𝘦𝘪 𝘳𝘦𝘨𝘪𝘴𝘵𝘪 𝘦 𝘥𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘳𝘵𝘪𝘴𝘵𝘪 𝘪𝘯 𝘴𝘤𝘦𝘯𝘢 𝘢𝘭 𝘗𝘪𝘤𝘤𝘰𝘭𝘰 𝘉𝘦𝘭𝘭𝘪𝘯𝘪.

Qui 𝗗𝗮𝗻𝗶𝗲𝗹𝗲 𝗥𝘂𝘀𝘀𝗼 e 𝗜𝗴𝗼𝗿 𝗘𝘀𝗽𝗼𝘀𝗶𝘁𝗼 raccontano cosa significa portare in scena l’universo di Bolaño.

“Un poeta può sopportare di tutto. Il che equivale a dire che un uomo può sopportare di tutto. Ma non è vero: sono poche le cose che un uomo può sopportare. Sopportare davvero. Un poeta, invece, può sopportare proprio di tutto. In questa convinzione siamo cresciuti. Il primo enunciato è vero, ma conduce alla rovina, alla follia, alla morte”. Basterebbe quest’incipit, tratto da uno dei racconti di “Chiamate telefoniche”, a dimostrare la passione che nutriva Roberto Bolaño per i poeti e la poesia. Una passione, un’attenzione e una cura che lo scrittore cileno, ogni volta che ha potuto, ha sempre ribadito esplicitamente. Difatti l’incipit del racconto dal titolo “Enrique Martín” è solo uno dei numerosi indizi che lo scrittore ha disseminato nella sua opera in prosa, dove c’è quasi sempre una porta o una finestra dalla quale si affaccia un poeta o arriva l’eco di alcuni memorabili versi. Questo aspetto emerge anche dalle numerose interviste o dai saggi e discorsi raccolti nel volume “Tra parentesi”. Fino a giungere ad uno dei suoi capolavori: “I detective selvaggi”, dove i due protagonisti, Arturo Belano e Ulises Lima, non sono altro che l’alter ego dello scrittore cileno e del poeta messicano Mario Santiago, fondatori insieme a Bruno Montané, negli anni ’70, a Città del Messico, del movimento poetico denominato l’Infrarealismo. Ma quasi tutti i poeti amati da Bolaño sono ancora inediti in Italia. Ecco allora che la conferenza-spettacolo dal titolo: “I poeti selvaggi di Roberto Bolaño” prova a costruire un viaggio nella foresta dove svettano, come alberi o fiori imprescindibili, i poeti amati dallo scrittore cileno. Poeti e poesie sulle quali si è plasmata l’estetica e il gusto del grande scrittore cileno. La conferenza-spettacolo si dipanerà in tre capitoli che prenderanno corpo in tre serate, formando un unico flusso narrativo, ma ogni capitolo potrà anche essere ascoltato separatamente. La messa in scena avrà due voci: quella narrante incarnata da Igor Esposito, quella dei poeti incarnata da Daniele Russo e le musiche di Massimo Cordovani.
Igor Esposito

La conferenza-spettacolo si dipanerà in tre capitoli che prenderanno corpo in tre serate, formando un unico flusso narrativo, ma ogni capitolo potrà anche essere ascoltato separatamente. La messa in scena avrà due voci: quella narrante incarnata da Igor Esposito, quella dei poeti incarnata da Daniele Russo e le musiche di Massimo Cordovani.

Date:

dal 21 al 26 ottobre
dal 5 al 9 novembre
dall’11 al 16 novembre

Per info contatta il botteghino allo 081 549 9688 oppure scrivi a botteghino@teatrobellini.it

𝗢𝗿𝗮𝗿𝗶 𝗯𝗼𝘁𝘁𝗲𝗴𝗵𝗶𝗻𝗼 𝗧𝗲𝗮𝘁𝗿𝗼 𝗕𝗲𝗹𝗹𝗶𝗻𝗶

dal lunedì al sabato 10.30 – 13.30 /16.00 – 19.00
domenica 10.30 – 13.00
e un’ora prima di ogni spettacolo


Per approfondire

Il romanzo cardine:

«Leggendo i Detective selvaggi si ride, ci si infastidisce, ci si commuove, si ha paura, ci si annoia, si soffre, ci si sente persi, si prova ansia, si sogna, si crede che possano esistere ancora passioni estreme, ci si illude che la poesia abbia senso, si pensa che niente abbia senso, si crede che tutto sia vano, e ci si convince che vivere sia meravigliosamente insano: dove si trova qualcosa del genere nei romanzi degli ultimi trent’anni? Da nessun’altra parte c’è il caos logico di Bolaño, da nessuna parte i poeti sono i detective selvaggi della vita, in nessun altro scrittore di oggi la letteratura è così grandiosamente allegra e disperata». 

GIUSEPPE MONTESANO

Per Capire l’Autore:

  • Edmundo Paz Soldán & Gustavo Faverón Patriau (a cura di), Bolaño selvaggio (Miraggi Edizioni). La più completa raccolta di saggi critici per analizzare l’opera dello scrittore cileno da ogni prospettiva.
  • Roberto Bolaño, Tra parentesi (Adelphi). Raccolta di articoli, saggi e discorsi. La voce di Bolaño saggista, lucida, ironica e combattiva.
  • Roberto Bolaño, L’ultima conversazione (Edizioni SUR). Un’intervista testamento che è un perfetto autoritratto, arricchita da un saggio di Nicola Lagioia.

I Maestri e i Compagni di Strada:

  • Nicanor Parra: Poeta cileno, creatore dell'”antipoesia”, è stato il maestro più amato e citato da Bolaño. La sua influenza è fondamentale per comprendere il rifiuto di ogni lirismo e l’approccio ironico e colloquiale alla parola poetica.
  • Jorge Luis Borges e Julio Cortázar: I due giganti argentini che hanno rivoluzionato la letteratura latinoamericana. Bolaño si è sempre dichiarato loro debitore, ereditando da loro il gusto per il labirinto, il gioco metaletterario e la struttura narrativa non convenzionale.
  • Scrittori del Post-Boom: Per esplorare la generazione che ha dialogato con Bolaño, si consigliano autori come gli argentini Alan Pauls e Rodrigo Fresán  e il cileno Alejandro Zambra , che ne condividono la disillusione e la ricerca di nuove forme romanzesche.
Condividi: