Ascoltavo distrattamente la tv, l’altro giorno, mentre approfittavo del tempo a casa per sistemare alcune cose. Ad un certo punto sono stata sorpresa dalla voce che proveniva da un canale all news: “Il ministro dell’interno” e subito dopo “Il ministro dei trasporti”.

In pochi secondi ho pensato che la tanto chiacchierata crisi di governo si fosse consumata, che fosse cambiata la composizione dell’esecutivo e che io non mi fossi accorta di niente. Il che sarebbe abbastanza grave per una senatrice, per di più di uno dei partiti di maggioranza. Perché lo sappiamo tutti che all’Interno, ai Trasporti, all’Istruzione, all’Agricoltura e alle Famiglie abbiamo delle ministre, delle donne.

Naturalmente non è cambiato il governo tra una fetta di panettone e un piatto di tortellini. E, purtroppo, non è ancora cambiato del tutto il modo di raccontare le cose, troppo spesso sempre al maschile. Resiste, strenuamente, una narrazione prettamente maschile anche quando protagoniste delle notizie sono le donne. E specialmente quando ricoprono posti di potere, di prestigio, svolgono professioni che non siano quelle tradizionalmente destinate alle donne.

Le parole sono importanti, diceva qualcuno. E io ne sono profondamente convinta. Il modo in cui raccontiamo le cose, i termini che scegliamo per farlo, il genere che diamo a quelle parole, non sono indifferenti e costruiscono l’immaginario collettivo. Quell’immaginario in cui, per secoli, le donne non ricoprivano ruoli di un certo tipo (se non in casi molto eccezionali) destinati solo agli uomini. Quell’immaginario per cui declinare una professione al maschile le conferisce un certo prestigio, anche se a svolgerla è una donna. E’ un automatismo in cui pure molte donne cadono, quasi intimorite dall’affermare se stesse anche con un uso corretto della lingua.

“E’ cacofonico”, “non è italiano”, “distorcete la lingua”: ne sentiamo di ogni colore, spesso anche insulti violenti, tutte le volte che pretendiamo che una donna che guida una città la si chiami sindaca e non sindaco, che ogni volta che una donna che difende una persona in tribunale la si chiami avvocata e non avvocato, ogni volta che pretendiamo di essere rappresentate nella narrazione, oltre che nella realtà. Perché tutte le volte che pronunciamo o scriviamo una parola, quella crea un’immagine nella mente di chi legge e ascolta (e anche nella nostra, a dire il vero). E tutto, voglio ricordarlo con molta forza, nel pieno rispetto della lingua italiana.

Come dice, correttamente, la sociolinguista e scrittrice Vera Gheno nel libro che vi consiglio di leggere Femminili singolari, il femminismo è nelle parole, “ciò che viene nominato si vede meglio”.
Per questo voglio cominciare questo 2021 con un auspicio, tra i tanti che abbiamo: che crolli definitivamente questo muro di gomma su cui si fa rimbalzare la dignità delle donne e dei loro percorsi professionali, lavorativi, artistici, sportivi, politici, a partire dal mondo dell’informazione che ha una responsabilità enorme in questo perché entra, ogni giorno, nelle case di milioni di italiane e italiani. Nelle case di bambine che devono crescere sapendo che una ministra ha la stessa dignità di un ministro, che un’avvocata ha la stessa professionalità di un avvocato e che una sindaca ha lo stesso prestigio di un sindaco.