Dall’8 settembre al 15 novembre Romaeuropa torna a trasformare la città in un luogo di attraversamento delle arti contemporanee. Dentro una programmazione di circa cento spettacoli, quattro opere sembrano chiamarci a raccolta intorno ad alcune domande che riguardano tutti: chi decide chi è normale, chi appartiene, cosa può essere sfruttato e cosa significa, infine, scomparire.

Ci sono programmi di festival davanti ai quali si prova una sensazione precisa: quella di non sapere da dove cominciare.

Il Romaeuropa Festival, arrivato alla sua quarantunesima edizione, è uno di questi.

Dall’8 settembre al 15 novembre Roma diventa un grande attraversamento di teatro, danza, musica, performance, creazione digitale e nuovi linguaggi. Circa cento spettacoli, 240 repliche, quasi mille artiste e artisti dall’Italia, dall’Europa e dal mondo.

Una geografia enorme. E allora, invece di provare a raccontarla tutta, forse vale la pena fare il contrario: fermarsi.

Scegliere. Guardare alcuni lavori e chiedersi non soltanto che cosa raccontino, ma perché ci interessano oggi.

È questo che ho provato a fare per Reverie: cercare nel programma del Romaeuropa Festival 2026 quattro spettacoli che, pur molto diversi fra loro, sembrano costruire una piccola costellazione.

Il corpo che diventa invisibile.

Il corpo che viene espulso.

La terra che diventa capitale.

Il corpo che si prepara a scomparire.

Quattro spettacoli, dunque e quattro domande sul presente.

1. La Medium: quando una persona diventa la sua etichetta

Marta Cuscunà · 28–29 ottobre 2026 · Teatro Vascello

C’è una parola che ritorna continuamente quando si parla di La Medium, il nuovo lavoro di Marta Cuscunà: invisibili.

Lo spettacolo, in prima nazionale al Romaeuropa, parte dalla storia vera di Hersilie Rouy, figlia dell’illusionista Charles Rouy, internata per quattordici anni in manicomio. Durante la prigionia Hersilie scrisse con il proprio sangue un diario nel quale denunciava i soprusi subiti, diventando anche una voce di ribellione per le internate della Salpêtrière.

Cuscunà attraversa questa vicenda utilizzando illusionismo, sedute spiritiche, guarattelle napoletane e dispositivi tecnologici. La magia, in questo caso, non serve tanto a produrre meraviglia quanto a rendere visibile ciò che è stato cancellato.

Ed è qui che La Medium incontra una domanda che su Reverie abbiamo già affrontato.

Nel mio articolo dedicato alla salute mentale mi sono chiesta chi venga considerato fragile, chi venga ascoltato e chi invece finisca dentro una definizione che rischia di sostituirsi alla persona (clicca qui per leggerlo).

La domanda non era soltanto chi finisce in TSO e chi no.

Era, più radicalmente: quanto cambia la nostra percezione di una persona quando smettiamo di vedere lei e cominciamo a vedere la sua etichetta?

Malata. Fragile. Pericolosa. Anormale. Inaffidabile.

Sono parole che possono descrivere una condizione, ma possono anche diventare una prigione.

La storia di Hersilie Rouy appartiene a un altro secolo e a una storia della psichiatria che non possiamo trasferire meccanicamente nel presente. Ma proprio per questo può costringerci a guardare più indietro e più lontano.

Chi decide quando una voce è ancora una voce e quando diventa sintomo? Chi stabilisce quando un comportamento è eccentricità, quando è ribellione e quando invece diventa follia? E soprattutto: chi ha il potere di definire l’altro?

Non è necessario dare una risposta per capire che la questione è ancora nostra.

Forse il fantasma non è chi torna dall’aldilà. Forse il fantasma è chi è stato cancellato dai vivi.

E allora l’illusionismo diventa una metafora quasi perfetta; una scatola fa scomparire una donna. Un’istituzione può fare la stessa cosa. Non fisicamente. Socialmente.

Può sottrarre una persona allo sguardo, alla parola, alla credibilità, alla possibilità di raccontarsi.

La Medium sembra voler riaprire proprio quella scatola e restituire alle donne invisibili non soltanto una presenza, ma una voce.

2. Lemnos: quanto vale un essere umano quando non è più utile?

Giorgina Pi · 7–11 ottobre 2026 · Teatro Vascello

Dal corpo invisibile passiamo al corpo espulso.

Giorgina Pi torna al Romaeuropa con Lemnos, una riscrittura del mito di Filottete che mette al centro una donna.

Filottete è l’eroe ferito che viene abbandonato sull’isola di Lemno perché la sua ferita, il suo dolore, il suo odore e la sua presenza sono diventati insostenibili per la comunità. Poi, anni dopo, quella stessa comunità è costretta a tornare da lui. Perché ne ha bisogno.

È una delle immagini più crudeli che il mito ci abbia lasciato.

Ti buttiamo via quando sei un problema. Ti cerchiamo quando torni a esserci utile.

E improvvisamente una storia antichissima diventa una domanda contemporanea: quanto vale un essere umano quando non è più utile?

La riscrittura di Giorgina Pi non si limita a cambiare il genere del protagonista. Il Festival parla esplicitamente di una rilettura del mito come dispositivo di esclusione: la ferita diventa il punto nel quale un corpo può diventare contemporaneamente intollerabile e necessario.

È un’immagine che mi interessa molto perché torna, da un’altra prospettiva, dentro una riflessione che avevo già affrontato parlando di Fine Capitale Mai di Adriano Marenco.

In quel libro il capitalismo appare come una macchina arrivata a un punto estremo, quasi una distopia. Ma la cosa più inquietante della distopia è spesso che non inventa veramente il futuro. Rende leggibile il presente.

E allora anche Filottete può tornare a parlarci.

Il corpo che non produce più. Il corpo che soffre. Il corpo che disturba. Il corpo che non corrisponde più al modello. Il corpo che non riesce a stare dentro la narrazione della prestazione, dell’efficienza, del successo.

Quante volte costruiamo comunità che funzionano finché tutti riescono a essere funzionali? E cosa accade a chi smette di esserlo?

Una comunità è davvero una comunità se sa accogliere soltanto chi è integro, produttivo, sano, bello, efficiente, desiderabile? O una comunità comincia a esistere davvero proprio quando incontra ciò che non riesce a utilizzare?

Forse il mito di Filottete ci mette davanti a una contraddizione che non abbiamo ancora risolto.

Abbiamo bisogno anche di ciò che abbiamo escluso.

E forse, più ancora, abbiamo bisogno di imparare a non chiamare “scarto” ciò che non sappiamo più riconoscere.

3. The Harvest of Broken Promises: quando la terra diventa capitale

Pankaj Tiwari · 2–3 ottobre 2026 · Mattatoio

Se La Medium ci porta dentro il corpo e Lemnos dentro la comunità, The Harvest of Broken Promises allarga il campo. Fino alla terra.

Pankaj Tiwari, artista e performer indiano cresciuto in una famiglia di agricoltori, parte dalla propria memoria personale per raccontare la trasformazione dell’agricoltura indiana dagli anni Novanta, quando l’apertura neoliberista al mercato globale ha progressivamente modificato pratiche agricole, economie e comunità.

Il titolo è già una domanda: che cosa rimane da raccogliere quando le promesse del progresso si rompono?

La scheda del Festival parla di sementi geneticamente modificate, nuove dipendenze economiche, multinazionali dell’agroindustria e scomparsa progressiva di pratiche sostenibili che appartenevano alla memoria dell’infanzia dell’artista.

Ma ciò che mi interessa è il passaggio dal concetto alla materia.

Perché quando diciamo “neoliberismo” rischiamo di parlare di qualcosa di astratto.

Mercati. Capitali. Politiche. Globalizzazione.

Tiwari invece ci riporta a terra. Al suolo. Al raccolto. Alla fatica. Al cibo. A chi lavora.

E improvvisamente il sistema economico non è più un concetto.

È qualcosa che entra nella vita quotidiana, nel campo, nel corpo, nella memoria, nella possibilità stessa di continuare a vivere di ciò che si è sempre fatto.

È una prosecuzione naturale di una domanda che avevo già incontrato scrivendo (clicca qui per leggerlo) di Fine Capitale Mai.

Se il capitalismo tende a trasformare tutto in valore economico, che cosa succede quando anche la terra diventa soltanto una superficie produttiva?

E qui la domanda diventa ancora più grande: che cosa fa il sistema economico alla terra che rende possibile la nostra esistenza?

Forse abbiamo passato troppo tempo a pensare all’ambiente come a qualcosa che sta fuori di noi, un paesaggio, una risorsa, qualcosa da proteggere quando ci ricordiamo che esiste.

Ma la terra non è fuori di noi. È dentro di noi. Ci nutre. Ci costituisce. Ci ospita. E alla fine ci riprende.

È anche per questo che The Harvest of Broken Promises mi sembra entrare in una riflessione più ampia sulla Matria: non una nazione, non un confine, non un’appartenenza identitaria, ma la terra come origine e relazione.

La terra non come proprietà.

La terra come responsabilità.

Forse la domanda più radicale non è dunque se il progresso sia buono o cattivo.

È: progresso per chi? E, soprattutto, a quale prezzo?

4. Catalogo: come si orchestra la propria sparizione?

Marco D’Agostin per Marta Ciappina · 31 ottobre–1 novembre 2026 · Teatro Vascello

E poi c’è Catalogo. Ed è qui che il nostro percorso si avvicina alla fine. O forse alla fine della fine.

La domanda dalla quale nasce il progetto è già potentissima:come si orchestra la propria sparizione?

Marta Ciappina è una danzatrice che decide di congedarsi dalla scena. Ogni giorno di prova potrebbe essere l’ultimo.

Marco D’Agostin costruisce intorno al suo corpo una rete di sguardi: Silvia Gribaudi, Francesca Pennini / CollettivO CineticO, Sotterraneo, Emio Greco e Pieter C. Scholten compongono ciascuno un brano per una danzatrice che non hanno mai incontrato prima.

Un blind date coreografico. Quattro sguardi diversi. Un unico corpo.

E una domanda sull’addio, sulla fine e sulla sopravvivenza.

Qui il corpo non è invisibile perché qualcun altro lo ha cancellato. Non viene espulso perché non è più utile. Non viene trasformato in capitale.

Qui il corpo incontra qualcosa di ancora più inevitabile: la propria trasformazione.

Che cosa siamo quando non possiamo più essere ciò attraverso cui gli altri ci hanno riconosciuto?

Una danzatrice è il suo corpo, ma è anche il lavoro che quel corpo ha compiuto. È la disciplina, la fatica, lo sguardo degli altri, la memoria dei movimenti, gli anni.

E quando tutto questo finisce, cosa rimane? Forse questa è una delle domande più difficili sull’identità.

Siamo ciò che facciamo o siamo anche ciò che rimane quando smettiamo di farlo?

Viviamo dentro una cultura che tende a misurare il valore attraverso la prestazione. Quanto produci. Quanto resisti. Quanto sei veloce. Quanto sei giovane. Quanto sei bello. Quanto sei capace.

In questo senso anche il congedo può diventare un gesto radicale.

Dire: non posso più.

Dire: non voglio più.

Dire: è finita.

E contemporaneamente dire: sono ancora qui.

La danza è forse l’arte che meglio conosce questa contraddizione. Un movimento esiste per un istante. Poi scompare. Rimane nel corpo di chi lo ha compiuto. Rimane negli occhi di chi lo ha visto. Rimane nella memoria. E forse basta.

Romaeuropa, quattro spettacoli, una sola domanda

Un corpo invisibile.

Un corpo espulso.

Una terra trasformata in capitale.

Un corpo che decide di congedarsi.

Non sono quattro facce della stessa storia, sarebbe troppo facile. Eppure qualcosa le attraversa.

Lo sguardo.

Chi guarda?

Chi viene guardato?

Chi ha il potere di nominare?

Chi stabilisce chi appartiene e chi no?

Chi decide quale corpo è malato, quale è utile, quale è produttivo, quale è desiderabile?

E cosa succede quando smettiamo di guardare una persona e cominciamo a guardare soltanto la categoria nella quale l’abbiamo inserita?

Forse è questo che continuiamo a cercare nell’arte contemporanea. Non necessariamente risposte, ma luoghi nei quali le domande possano tornare a essere visibili.

Il Romaeuropa Festival nasce anche da questa idea: fare della creazione contemporanea uno spazio di relazione, ascolto e attraversamento del presente.

Dentro un programma enorme, questi quattro lavori mi sembrano costruire un percorso possibile: dal corpo alla comunità, dalla comunità alla terra, dalla terra nuovamente al corpo.

E alla fine resta una domanda che forse le contiene tutte: come vogliamo essere guardati?

E soprattutto: come possiamo imparare a guardare gli altri prima di trasformarli in una categoria?

Romaeuropa Festival 2026

8 settembre – 15 novembre 2026

La 41ª edizione del Romaeuropa Festival attraversa teatro, danza, musica, performance, arti digitali e nuovi linguaggi, con circa 100 spettacoli, 240 repliche e circa 1000 artisti dall’Italia, dall’Europa e dal mondo.

Il programma completo, con tutti gli spettacoli, gli orari, gli spazi e le informazioni sui biglietti, è consultabile sul sito ufficiale del Romaeuropa Festival.

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