Vi vedo ridere, dietro le vostre mascherine colorate, e penso ai vostri genitori, alle prese con qualche cosa che non hanno mai vissuto. La mia generazione, quella di padri e madri del mondo occidentale che hanno figli più o meno piccoli, non è abituata a sentirsi parte di fenomeni collettivi importanti, come invece altre, in altri periodi storici, che hanno affrontato la guerra, o, prima, altre pandemie, o dopo, per esempio le rivoluzioni dei costumi o, in molti paesi, rivoluzioni politiche, anche sanguinarie.

Voi ridete, giocate, vi adattate, resilienti come lo sono i bambini, saggi, a vostro modo, se vogliamo considerare saggezza quella capacità di partecipare con tutti noi stessi al momento presente, al qui e ora. Vi guardo e vi ammiro, sentendomi con gioia vostra allieva, felice di ritrovarmi testimone di quella vita che, per sua stessa natura, vive, indipendentemente dagli accadimenti esterni, più o meno complessi. E’ un rapporto, quello tra genitori e figli oggi, tortuoso. Mi fa venire in mente un film che ho molto amato, La vita è bella di Roberto Benigni, in cui gli adulti si prestavano a diaframma tra l’infanzia e una situazione tragica, cruda, pervasa dal tema della morte.

Di fronte al dramma, ci sono due possibilità, mi pare: quella appunto di chi preferisce l’incanto sempre e comunque, creare contro-narrazioni anche a costo di manipolare i fatti pur di rappresentarli in modo digeribile, accetabile, fino a deformarli, basta che sia salva la protezione di chi non è attrezzato per comprendere l’orrore; altri invece considerano educazione l’affrontare insieme ai bambini la realtà, in tutte le sue brutali esperienze, qualunque essa sia, perchè è con lei, sempre, che la vita da subito deve fare i conti.

Vedo genitori che camminano accanto ai propri figli con doppia mascherina, che cambiano marciapiede se incrociano un vicino, che strattonano i piccoli se si avvicinano troppo ad altri bambini nel loro ingenuo, istintivo, desiderio di creare immediatamente un rapporto, un contatto. Ne vedo altri che invece interpretano la lotta al virus come se fosse un gioco, inventando storie avvincenti intorno ad ogni gesto da protocollo, ad ogni azione mirata a contrastare un pericolo potenzialmente mortale.

Come fare? Responsabilizzare i nostri figli, condividendo con loro le ansie, le paure, il senso di minaccia, la complessa grammatica del rischio, i tg serali, elargendo informazione a profusione, oppure ergersi a loro protettori, trasformandosi in divinità rasserenate capaci di rasserenare, esempio armonico di equilibrio in un mondo intatto e beato, ideale e idealizzato?

Credo che la risposta sia in ciò che noi, come genitori, vogliamo essere per i nostri figli: una base sicura, nonostante le tempeste, oppure un dio onnipotente? Una presenza imperfetta in un mondo imperfetto, ma certa e senza condizione, oppure la rappresentazione della perfezione a cui loro possono aspirare, potenti a tal punto da rendere innocue pandemie e qualsiasi altra catastrofe? In ballo c’è ovviamente la naturale quota di narcisismo (buono) che ognuno di noi possiede, fisiologicamente rafforzata dalla relazione con un figlio, che in parte è di fatto nostro portavoce nel mondo dopo di noi; ma anche l’umano desiderio di non fare vivere emozioni negative a chi amiamo profondamente, a quelle vite di cui siamo responsabili.

Non ci sono vie migliori di altre, non esistono cattivi genitori, se lo si è con amore. Ma una domanda, forse, oggi, possiamo porcela: di chi siamo genitori? Ecco, è qui che volevo arrivare, anche se una risposta definitiva non ce l’ho. La mia domanda non è leziosa, retorica o polemica. E’ una domanda contemporanea: viviamo in società, quelle occidentali, che hanno frantumato il senso di comunità, il sentimento di appartenenza a una collettività. Perfino il più piccolo nucleo sociale, la famiglia, base simbolica che rappresenta la società più estesa, da allargata è diventata nucleare, costituita non più da tre o quattro generazioni, con nonni, zii, cugini, ma da uno o due genitori e i figli. Un mondo, insomma, quello occidentale, che si è tribalizzato, preferendo i clan allo Stato, dove per clan intendo un gruppo omogeneo per credenze ma privo di un’autorità statale e di conseguenza di un sistema politico da cui si senta rappresentato.

Personalmente, vorrei essere genitore di figli postmoderni, e cioè di futuri adulti che non solo abbiano recuperato il senso dello Stato, delle istituzioni, della comunità, ma che siano in grado anche di superarlo, e sentirsi cittadini del mondo. Cittadini responsabili del loro mondo. Custodi della terra, per dirla con Giusy Mantione, che nel nostro libro, Il corpo della terra. La relazione negata propone di passare da una visione egologica a una ecologica.

E allora, a proposito di pandemia e Covid, forse l’occasione che abbiamo, noi genitori di bambini in pandemia, è quella di educarli alla responsabilità, di mostrare loro, attraverso il nostro esempio, che il comportamento virtuoso che assumiamo rispetto alla comunità di cui facciamo parte, soprattutto se lo assumiamo insieme agli altri, è la causa che automaticamente porta a conseguenze evolutive, riparative, valoriali sul piano globale. C’entra l’etica, sì, ma anche e soprattutto il sentimento: l’amore per la vita e per il nostro pianeta che la permette.