Premessa – la citazione “bene o male purché se ne parli” è una parafrasi della traduzione di una citazione di Oscar Wilde che, in realtà, recita così: “There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about.” La traduzione esatta di questa frase risulta quindi essere “c’è una sola cosa peggiore di far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé”.

La differenza, che a prima vista sembra sottile, è in realtà sostanziale poiché nell’uso più comune l’inserimento del dualismo bene/male genera un senso di giudizio intrinseco che ci induce ad accettare, e spesso addirittura a creare, quei meccanismi per cui parlare male, o in modo errato, di qualcosa o di qualcuno è funzionale e quindi va bene.

Il contesto in cui nasce questa frase invece è molto diverso. Nella seconda metà del 1800 affrontare certi argomenti e far parlare di sé poteva essere pericoloso. Lo stesso Oscar Wilde fu condannato a due anni di carcere a causa della sua omosessualità. Al tempo stesso era proprio un obiettivo dello scrittore quello di far riflettere i suoi lettori su determinate tematiche.

E quindi parlarne, portarle alla luce. Al giorno d’oggi però la situazione è molto diversa. È davvero molto difficile trovare argomenti di cui non si possano reperire informazioni, quello che è facile invece è che questi argomenti non siano approfonditi o peggio che queste informazioni siano errate. Non sempre parlarne tanto e male è utile alla causa.

Ma veniamo a noi. Queste nozioni di tipo letterario fanno da premessa ad un tema che volevo trattare da un po’ ma di cui non riuscivo a tessere una trama. Ancora una volta i social mi sono venuti in aiuto regalandomi materiale che merita una riflessione profonda.

Negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia da Covid19, sui social e più in generale nel web, si sono moltiplicati i contenuti e le pagine che riguardano la salute mentale. E fin qui niente di male, anzi, direi anzi che era ora, visti i dati allarmanti che arrivano dall’Organizzazione mondiale della sanità, e visto che l’Institute for Health Metrics and Evaluation ha stimato che circa 280 milioni di persone in tutto il mondo hanno problemi di salute mentale.

La divulgazione social inizia a diventare un problema quando, però, mancano i giusti disclaimer, le corrette informazioni, quando le diagnosi vengono fatte sulla base di questionari che si svolgono nel tempo di un reel.

E se da una parte comprendo la necessità di professionisti del settore di sfruttare le potenzialità dei social network per farsi, banalmente, pubblicità in un mondo professionale, cioè quello degli psicologi o psicoterapeuti che fondamentalmente vive di passaparola, dall’altra, da paziente in analisi da ormai 10 anni, non posso non essere preoccupata da alcune cose che leggo o che vedo.

Tralasciando il paradosso per cui, spesso proprio dagli operatori del settore della salute mentale, è stato più volte evidenziato quanto i social e il loro uso distorto possano essere nocivi per la tenuta psicologica dei giovanissimi, salvo poi, in alcuni casi specifici, utilizzare per fare una diagnosi esattamente le stesse tecniche che gli influencer usano per spiegarti qual è il colore che ti sta meglio, alcune situazioni sono davvero al limite.

C’è però qualcosa di, a mio avviso, ancora più rischioso delle psicopillole dei terapeuti influencer (che immagino siano dei professionisti tali da poter rispondere agli utenti in maniera più approfondita una volta agganciati) e sono gli influencer terapeuti.

Attenzione anche in questo caso il discorso non vale per tutti. Conosco divulgatori social che, pur non essendo professionisti, sono estremamente preparati, raccontano le proprie esperienze specificando costantemente che sono appunto le proprie, senza la presunzione di considerare il proprio vissuto un percorso di guarigione universale o peggio sostituendosi ai terapeuti.

Il caso Nikita Pelizon, vincitrice del GFVip

Ci sono invece quelli che, per moda, per superficialità, per ignoranza, per leggerezza o per malafede (questo io non posso saperlo) trattano l’argomento in modo opaco, dando consigli spacciandoli per terapia, utilizzando terminologie sbagliate e creando molta, molta confusione. E poi c’è un caso particolare.

Negli ultimi giorni è scoppiata la bufera social e non solo sul caso Nikita Pelizon, l’influencer vincitrice dello scorso GFVip, che ha lanciato il suo corso di coaching motivazionale per far cambiare vita ai suoi follower.

Ora, premettendo che non è la prima e non sarà l’ultima a lanciare questo tipo di corsi di self empowerment e che per svolgere il ruolo di coaching non servono requisiti particolari perché rientra tra le professioni non riconosciute (e su questo andrebbe aperto un altro capitolo, ma va beh), in questo nuovo programma di crescita personale, ci sono una serie di cose che fanno storcere il naso.

Un corso non a scopo di lucro?

Innanzi tutto il costo: l’ex vippona Nikita Pelizon ci tiene a specificare che il corso “non è a scopo di lucro” salvo poi aggiungere “in molti pretendevano anche che fosse gratis… Ho deciso di mettervelo a: 97 euro invece di 247 euro per le prime 24 ore”. Ma il tariffario di HunikaWay (questo il nome del servizio offerto) è duplice: esiste, infatti, anche una versione VIP che offre la possibilità di fare una chiamata con Nikita Pelizon che analizzerà la situazione di vita dei clienti, i loro interessi e il loro passato.

Tutto alla modica cifra di 457 euro, ma senza scopo di lucro eh. In più è previsto uno sconto del 10% sul suo shop per, si legge nel messaggio inviato nel suo gruppo telegram, “motivarvi con le stesse metodologie che mi hanno aiutata ad uscire dalla depressione, attacchi d’ansia ecc.” E qui casca l’asino.

In un coacervo di frasi motivazionali da guru new age, la Pelizon ci piazza dentro i disturbi mentali, ma chiarisce “non ci serve una laurea per lavorare su di noi […] ammesso e concesso che non soffriate di disturbi gravi, in quel caso la terapia con uno psicoterapeuta è la strada giusta da intraprendere” e tanti saluti alle lotte per abbattere lo stigma della psicoterapia esclusiva per i matti.

Eppure sul suo sito lo specifica “non amo la definizione di mental coach, guru, insegnante, psicologa mancata, no. Sono Nikita, semplicemente Nikita” e nel disclaimer in calce al sito per l’acquisto del corso si legge Hunika Way è disciplinata dalla L. 4/2013; l’attività di Influencer Motivazionale è fondata sulle specifiche competenze ed esperienze di vita dell’artista. Hunika Way non è un corso di psicologia o di altra materia riservata agli iscritti ad Albi Professionali. È un percorso di positività”. E allora perché inserire la depressione, le dipendenze e gli attacchi d’ansia tra le “gabbie da cui si è liberata”?

Quando alcune delle sue storie sono diventate un caso, l’influencer Pelizon è corsa ai ripari, o almeno ci ha provato, mandando alcune specifiche sempre nel suo gruppo telegram. Ma la proverbiale pezza messa è stata decisamente peggio del proverbiale buco:

Messaggi del gruppo telegram di Nikita Hunika

Dove quel potrebberacchiude tutta la poca consapevolezza di quello che viene raccontato e la presunzione di dire, a chi ha provato a spiegarle che no, dalla depressione non si esce con le tazze motivazioni, “si va bene magari aggiungici anche la terapia, ma intanto dai a me ‘sti 300€”.

Ci sono poi tante altre cose su cui si dovrebbe riflettere: lo stile comunicativo della Pelizon ai limiti del linguaggio proto settario, il quantificare economicamente il valore dei suoi consigli, lo scatenare i suoi fan in una strenua difesa cercando di mostrarsi come una specie di messia perseguitato da chi non ha la mente aperta per comprendere… Insomma mille campanelli d’allarme che dovrebbero suonare a ripetizione ogni volta che qualcuno prova ad acquistare questo corso.

La salute mentale è una cosa seria. La psichiatria e la psicoterapia sono cose serie. Persino il mental coaching, fatto con le giuste misure senza volersi sovrapporre alla medicina, è una cosa seria. E no, non basta che qualcuno ne parli per essere contenti, non è sufficiente dire “guardate come ho sconfitto la depressione” per contribuire ad abbattere lo stigma.

Uscire da stati psicologici complessi, da relazioni tossiche, da stili di attaccamento problematico, prevede un percorso lungo, fatto di terapia, di farmaci se necessario, di progressi e di ricadute.

ATTENZIONE: non è certo mia intenzione accusare Nikita Pelizon e il suo staff di stare organizzando una setta diabolica, ma credo che bisogna sempre stare attenti a non farsi manipolare da chi non ha alcun titolo professionale.

E proprio a questo proposito mi viene in mente il video di Elisa TrueCrime (al secolo Elisa de Marco) che racconta la storia di NXIVM, l’inquietante organizzazione americana che attraverso il carisma del suo leader Keith Raniere, proponeva corsi per lo sviluppo personale, seguendo un metodo che avrebbe migliorato la vita delle persone, aiutandole a raggiungere il successo. Vi ricorda qualcosa? Occhi aperti, sempre!

DENTRO LA SETTA DI NXIVM (feat. INDIA OXENBERG)
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