Marguerite Duras è davvero un mio grande amore. Dalle pagine dei suoi libri, di solito smilzi, ho sentito levarsi una voce potente, secca e perentoria, decisa e sicura. Dentro c’era tutto: passione, poesia e la vita dei luoghi. E qualcosa di incomprensibile che mi spingeva a leggerla ancora e ancora. Come ripeto sempre quando mi chiedono cosa mi piace di lei è che mi stupisco di come frasi così brevi possano essere anche così potenti. Come fa? È il segreto di una scrittrice. 

I luoghi ci abitano

Marguerite Germaine Marie Donnadieu è nata 110 anni fa, il 4 aprile 1914 a Gia Dinh, un sobborgo di Saigon, nell’allora Indocina e attuale Vietnam. Oggi Saigon si chiama Ho Chi Min ed è conosciuta più per il ruolo che rivestì durante la Guerra del Vietnam che per aver dato i natali a questa grande scrittrice. È uno dei sacrilegi del patriarcato che fa più attenzione alle guerre che non al potere rivoluzionario della letteratura. Ma su questo Duras non si è mai fatta fregare.

Io a Saigon non ci sono mai stata, non ancora almeno, ma l’ho percorsa attraverso i libri, mi sono documentata fino a conoscerla come il soggiorno di casa mia. Perché a me piace pensare che i luoghi ci abitano e non siamo solo noi ad abitare loro. Marguerite Duras lo sapeva. Lo diceva, anche.

Cosa sarebbe stata lei senza l’Indocina, senza l’appartamento di rue Saint Benoît a Parigi, che rivaleggiava con quello di Sartre come salotto di intellettuali, o senza la casa di Neauphle-le-Chateau che ha trasformato in set cinematografico e dove ha conosciuto un’immensa solitudine? O senza certi angoli della Senna in cui le sembrava di rivedere il Mekong o l’appartamento di Trouville, che dava sulla spiaggia, nell’antico Hotel Les Roches Noires che aveva ospitato anche Proust e Monet e nella cui hall ha girato dei film, tra cui lo splendido e poeticissimo Agatha et les lectures illimitées, e da cui guardava il mare scorrere nel buio di notti insonni assieme al suo ultimo amante, Yann Lemée, da lei ribattezzato Yann Andréa, una volta toltogli il cognome del padre e avendolo sostituito con il nome di battesimo della madre?

Photographie du journal Libération (1944_1952)
Photographie du journal Libération (1944_1952)

Duras, la ribelle

Della legge dei padri lei se ne infischiava. La storia di Duras è la storia di una donna che scrive, impara a scrivere, si confronta dapprima con i grandi autori americani e sottopone all’inizio i suoi scritti all’amante e al marito e poi se ne frega, inventa un suo codice, racconta la sua biografia, narrando le cose più spaventose della sua infanzia senza paura, e si ribella agli uomini che stravolgono i suoi libri facendone dei film che non riconosce diventando a sua volta regista. Si innamora senza sottrarsi mai alla passione, ne scrive, si cambia il cognome per scrivere non col cognome del padre ma con il nome del luogo dove il padre è morto: Duras.

La città di Duras ospita un grande castello che una volta è stato l’abitazione della Duchessa di Duras, una donna, guarda caso, scrittrice anche lei, e poi dimenticata perché troppo avanti per il suo tempo, che scriveva d’amore e di come l’amore potesse essere ostacolato da certe condizioni sociali.  

Duras è una scrittrice della passione e della mancanza. È questo che aveva fatto girare la testa a Lacan, il più incomprensibile degli psicoanalisti, convinto che Duras sapesse ciò che lui insegnava senza averlo mai studiato. Doveva essere una bella batosta per lui. 

La scrittrice dello scandalo

Duras nasce dunque nel 1914, a quindici anni ha la sua prima vera storia d’amore con un cinese molto più grande di lei, sfida dunque il razzismo negli anni del colonialismo, è già avanti fin da adolescente perché, non dimentichiamolo, Duras è anche una scrittrice dello scandalo. Di questa storia farà un best seller scrivendo L’amante, libro del 1984 che doveva chiamarsi L’immagine assoluta perché nato come una serie di didascalie ad alcune foto e diventato poi una storia che ruotava attorno all’unica cosa che non era mai stata fotografata ovvero l’incontro di lei e del Cinese su un traghetto.

Questo libro, in cui tutti hanno visto, giustamente, lo scandalo incrociato di una minorenne con un uomo più grande ma anche di una francese con un cinese e di una povera con un ricco, non è solo questo. Perché Duras, mentre conosce l’amore, nel libro, parla anche del dolore, del desiderio di morire. Perché? Non è solo il dolore della prima penetrazione ma è anche il dolore di sentire che, con quella storia d’amore, assumendosi il suo desiderio, lei si staccava per sempre dall’infanzia, dalla madre spenta e incapace di desiderio, e quindi si staccava per sempre dalla possibilità di ricevere da questa madre le attenzioni che avrebbe voluto e di essere accompagnata da lei verso una vita di passione.

La madre non poteva insegnarle a desiderare perché era una donna incapace di desiderio, che da quando aveva perduto il marito (anzi, i mariti) sapeva solo comandare, organizzare, cercare di gestire, senza riuscirci, la vita dei figli. Senza contare la delusione che aveva subìto quando aveva scoperto di aver investito tutti i risparmi in un terreno destinato a essere invaso dall’acqua sei mesi all’anno e solo perchè non aveva dato delle mazzette a chi gliel’aveva venduto, perchè si erano presi gioco di lei che era una donna vedova e sola in un paese inospitale.

Federica Lauto alla casa di Trouville

Una casa tutta per sé 

Marguerite Duras denuncerà questa ingiustizia nel romanzo Una diga sul Pacifico, che per un pelo non vincerà il prestigioso premio Goncourt

“Per forza non ho vinto – dirà Duras – sono donna e in più denuncio il sistema coloniale e la corruzione dei funzionari europei, non potevano certo premiarmi”.

Ma questo libro, poi, diventerà un film e con i soldi guadagnati da quel film lei acquisterà la casa di Neauphle, un luogo a cui, per la prima volta, si sentirà di appartenere, un luogo dove scrivere e lavorare, la stanza tutta per sè di Virginia Woolf, solo che non era solo una stanza ma una villa di quattordici tra camere e bagni, dove inviterà gli amici e farà del cinema, sfidando ancora una volta i pareri contrari del marito e dell’amante (è troppo vecchia, dicevano, e troppo cara). Un luogo in cui io ho avuto la fortuna di restare per un po’ e di dormire.

Per tutto questo ho scritto un romanzo su Marguerite Duras che ho intitolato Marguerite mon amour . Vi lascio scoprire nel mio romanzo cosa è stata per lei quella casa. L’importanza di scrivere di lei, infatti, il motivo per cui ho voluto farlo, sta nel fatto che di Duras in Italia si trovano ancora pochissimi libri, non è stata cioè rieditata più o meno da quarant’anni, tranne per alcuni rari volumi rispuntati di recente.

Perché gli editori italiani, quasi tutti uomini a quel che mi risulta, non si occupano di lei? Che rapporto hanno con lo scandalo e con la potenza dell’autobiografia? Si sono occupate di lei per lo più Rosella Postorino e Sandra Petrignani e la studiosa Edda Melon, fondatrice del sito Duras mon amour. E con coraggio la casa editrice Le plurali che si è interessata al mio romanzo e al mio interesse per lei. 

Marguerite Duras, bambina e adolescente in Indocina, giovane donna, lavoratrice, moglie, madre e amante a Parigi, scrittrice lì, a Neauphle e a Trouville e lì anche regista, alcolista e ancora amante e madre, è morta il 3 marzo 1996 nell’appartamento al terzo piano di rue Saint-Benoit, a Parigi. Anche questo appartamento ho avuto il piacere di vedere. Oggi è molto moderno e rispecchia il gusto degli attuali affittuari. Tutti i mobili che stavano là all’epoca di Duras sono conservati in un altro appartamento, di proprietà di suo figlio, in rue de Rennes. La casa di Neauphle, invece, è rimasta come allora. L’appartamento di Trouville anche.

Io e il mio compagno ci abbiamo girato un documentario che potete vedere liberamente su Vimeo. L’abbiamo chiamato Toutes les maisons sont abitées. Tutte le case sono abitate. È una citazione di Duras. Perché in ogni luogo, forse, possiamo trovare qualcosa di noi. E nei luoghi in cui è stata Duras, oggi, si respira ancora qualcosa di lei. 

copertina del libro Marguerite Mon Amour

Psicoterapeuta e scrittrice, Federica Lauto viaggia sulle orme delle sue scrittrici preferite. Federica ha scritto I racconti del viale (Cleup, 2016), Il leone col gomitolo (Il Prato, 2017), la mini serie Come se fossi Bianca sul blog Mongolfiere tascabili (2020) e Suite per Irène (le plurali, 2021). Marguerite non amour è il suo secondo romanzo.

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