Autore di moltissimi saggi dedicati al teatro, la sua figura appare ormai inscindibilmente legata al concetto di buone pratiche del teatro, riassumiamone il senso per chi non conosce la vostra ricerca.
“Le Buone Pratiche nascono nel 2004, per iniziativa di Franco D’Ippolito, Mimma Gallina e Oliviero Ponte di Pino. Il teatro, e in genere la cultura in Italia, vivono da sempre in una condizione di continua emergenza e fragilità strutturale, con un basso investimento pubblico e privato. Da qui tutte le giuste lamentele e rivendicazioni del settore. Tuttavia il mondo del teatro continua a sopravvivere e a rilanciare con progetti di grande interesse. Di questo ci interessava parlare. Abbiamo dunque applicato alla cultura un concetto usato in altri settori, quello di ‘buona pratica’, ovvero un’esperienza innovativa, replicabile e sostenibile, chiedendo agli operatori di venire a raccontarcela. In questi anni abbiamo raccolto e presentato decine e decine di buone pratiche, con particolare attenzione alla creazione di reti: le documenta il volume Le Buone Pratiche del Teatro (FrancoAngeli, Milano 2014).  Fin dalla prima edizione, nel 2004, le Buone Pratiche hanno raccolto centinata di operatori da tutto il paese e sono diventate, come è stato detto, gli ‘stati generali‘ del teatro italiano: un momento di informazione, confronto, dibattito, nell’ottica di una riforma e modernizzazione del nostro sistema teatrale, appesantito da ritardi culturali, ingerenze politiche e rendite di posizione. Fino a oggi il nostro teatro si è dimostrato purtroppo non riformabile“.

L’emergenza covid ha portato a galla qualche invenzione significativa del panorama teatrale attuale?
“Da un lato c’è stata la risposta del Governo, con i ristori a pioggia per un settore fragile e precario, quasi privo di strumenti di welfare. Dall’altro c’è stata la reazione delle grandi istituzioni, che in genere è stata puramente difensiva: per molti di loro, la garanzia del mantenimento dei contributi a fronte del blocco delle attività sta consentendo di ripianare i bilanci, mentre la maggioranza degli attori, tecnici, musicisti resta senza lavoro. Per il resto, abbiamo assistito alla proliferazione dello streaming, con letture, videoconsigli, recuperi di materiali d’archivio, riprese di spettacoli. Tutte manifestazioni che in rari casi possono sperare di resistere alla concorrenza di piattaforme come Netflix. Alcune piccole realtà stanno invece sperimentando risposte creative a questa tragica situazione: dalla contaminazione con il digitale alla riflessione sul ‘qui e ora‘”.

Con Mimma Gallina avete curato anche importanti pubblicazioni per Franco Angeli, ce ne presenta l’ultima?
“La collana Lo spettacolo dal vivo. Per una cultura del cambiamento vuole offrire agli operatori e agli studenti gli strumenti necessari per affrontare la realtà dello spettacolo contemporaneo. Nel nostro metodo di lavoro, quando individuiamo un fenomeno innovativo, cerchiamo di definirlo nei suoi caratteri peculiari e di mapparlo, per poi valutare le implicazioni teoriche di questo cambiamento e le conseguenze pratiche per chi opera nel settore. Lo abbiamo fatto per la critica e l’informazione (Dioniso e la nuvola di Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino), con i nuovi centri culturali multifunzionali (Reinventare i luoghi della cultura contemporanea. Nuovi spazi, nuove creatività, nuove professioni, nuovi pubblici a cura di Cristina Carlini, Mimma Gallina e Oliviero Ponte di Pino), con il rapporto tra teatro e cinema (Teatro e cinema: un amore non (sempre) corrisposto a cura di Oliviero Ponte di Pino), con le residenze (Il territorio in scena. Dieci anni di residenze Etre di Stefano Laffi e Andrea Maulini), con le trasformazioni del lavoro (Attore… Ma di lavoro cosa fai?. Occupazione, diritti, welfare nello spettacolo dal vivo a cura di Mimma Gallina, Luca Monti Oliviero e Ponte di Pino). Di recente lo abbiamo fatto per due settori in forte sviluppo, con Conoscere, creare e organizzare circo. Storia, linguaggio, discipline, creazione, diffusione, normativa di Valeria Campo e Alessandro Serena; e con La danza, organizzare per creare. Scenari, specificità tecniche, pratiche, quadro normativo, pubblico di Alessandro Pontremoli e Gerarda Ventura. E tra poco uscirà il saggio di Martha Friel, dedicato al rapporto tra il turismo e lo spettacolo dal vivo, che non a caso interessa due tra i settori più colpiti dalla pandemia”.

Mi dia qualche esempio di buone pratiche che coinvolga i giovani.
“Nel 2014, in occasione del decennale delle Buone Pratiche, abbiamo catalogato le 140 Buone Pratiche presentate fino a quel momento. Moltissime erano in realtà delle start up, progetti presentati da giovani che si avviavano al mercato del lavoro, in tutti i segmenti della filiera, dalla produzione alla distribuzione, dalla formazione alla promozione. Quasi tutte queste esperienze hanno dato i loro frutti e si sono radicate”. 

Data la situazione attuale secondo lei quali sono le buone pratiche più utili a riscrivere l’immaginario contemporaneo?
“Il 14 gennaio 2021 abbiamo festeggiato i vent’anni del sito ateatro.it. Nell’occasione abbiamo stilato un Dizionario delle parole chiave che abbiamo utilizzato più. Vogliamo capire quali sono le parole che potremo – e dovremo – usare per uscire dall’emergenza. Dobbiamo ripensare il nostro vocabolario. Non possiamo pensare che tutto possa ritornare come prima, altrimenti sarà come prima… ma peggio. Non possiamo pensare che le misure di emergenza diventino la nuova normalità. Dobbiamo al contrario immaginare il mondo – e il teatro – che vogliamo, senza porre limiti alla fantasia. Riconquistare lo spazio pubblico, i luoghi dove si incontrano i corpi, che in questi mesi ci siamo negati, perché è lo spazio della discussione, del dibattito e del confronto democratico“.

Condividi: