Quanta filosofia si potrebbe tirar fuori da una fiaba… il filosofo Tagore a proposito – come racconta Knud Ferlov in un bellissimo commento – visitando le scuole danesi disse: “Perché avete tante materie? Basterebbe una sola: Andersen. A proposito di quest’ultimo, c’è una sua fiaba che ho sempre amato, dal titolo “la bambina dei fiammiferi”, conosciuta ai più come “piccola fiammiferaia”, del 1848. 

La storia narra di una bambina molto povera, che la vigilia dell’anno nuovo cammina a piedi nudi per le strade innevate, cercando di vendere qualche mazzetto di fiammiferi che teneva nel grembiule. Non era riuscita a vendere nessun fiammifero quel giorno e aveva paura di tornare a casa perché il padre si sarebbe arrabbiato. La piccola decise quindi di cercare riparo, sedendosi in un piccolo angolino tra due case. Era molto affamata e aveva le mani e i piedi indolenziti dal freddo; decise perciò di accendere un fiammifero per scaldarsi almeno le dita delle mani. Nell’istante in cui lo accese, subito le apparve una scena luminosa: una grande stufa davanti a lei con la fiamma dolce del fuoco che le riscaldava le mani. Cercò di avvicinare i piedi per riscaldare anche quelli ma la fiamma si spense e la stufa sparì. Accese un secondo fiammifero e questa volta le apparve un tavolo imbandito di pietanze deliziose, tra cui un’oca arrosto, che saltò dal piatto e cercò di raggiungere la bambina, ma in quel momento anche il secondo fiammifero si spense. Accese quindi un terzo fiammifero e, come per incanto, si trovò davanti un albero di Natale, il più bello che avesse mai visto, pieno di candele luminose che adornavano i rami verdi. Anche quel fiammifero si spense e le candele salirono in cielo, divenendo tante stelle; una di queste cadde, lasciando una lunga scia nel cielo. La bambina allora si ricordò di una frase che le disse sua nonna: “Quando cade una stella, un’anima sale in cielo!” Ella sentì allora il forte desiderio di vederla, quindi sfregò il quarto fiammifero che rischiarò tutto intorno a lei, lasciando apparire la dolce nonna. La bambina la volle tenere il più possibile con sé, quindi decise di consumare tutta la scatola di fiammiferi. Intorno a lei era tutto un bagliore: la nonna, bella e radiosa, sollevò la piccola e insieme salirono su in cielo. 

All’alba fredda del mattino dopo, in quell’angolo tra le due case, giaceva morta la piccola fiammiferaia, con le guance colorite e il sorriso sulle labbra. Le persone si fermavano a compiangere il suo corpicino finito dal freddo, ma nessuno era a conoscenza della gioia grande che la bambina aveva provato alla fine e con quanto splendore insieme alla nonna – conclude splendidamente Andersen – “era entrata nella gioia dell’anno nuovo!”

Mi ha sempre colpito la fama che ha raggiunto questa fiaba, pur avendo per protagonista una figura insolita. Si tratta, infatti, di una bambina senza nome, quindi senza identità. Una bambina che desidera solamente ciò che le è necessario per vivere, niente di più. Ma soprattutto, una bambina che muore senza aver concluso alcun grande gesto nella sua vita. Dove sta il segreto dietro questa vita apparentemente inutile? Nel momento di gioia che ha vissuto.

Si tratta di una gioia misteriosa, vissuta unicamente dalla bambina senza lasciare tracce esterne della sua presenza, se non nel sorriso che aveva sulle labbra il mattino dopo. Una gioia silenziosa quindi, che non ha fatto alcun rumore. Se la bambina però soffre, com’è possibile quel sorriso?

Non parlo di un piacere nel soffrire, quello è patologico. Parlo proprio del mistero di quel momento intenso che vive la fanciulla, nonostante la tragicità della sua realtà. Lei non è felice perché sta soffrendo il freddo e la fame, è felice nonostante quello. 

Il segreto di quel momento di gioia, che riscalda il suo cuore in quella notte gelida, è nel ricordo dell’unica persona che l’ha amata veramente, sua nonna. La bambina, in un momento in cui si sente completamente sola, non voluta, quindi inutile, diventa felice nel ricordo di chi le voleva bene, che l’ha fatta sentire anche per un momento indispensabile. Della bambina non si sa il nome, eppure muore felice perché sente per la prima volta di avere un’identità, non data dal nome ma dalla persona da cui era amata. 

In momenti in cui senti di non essere più nulla, il ricordo di chi ti ama ti dà la forza di credere che la tua vita è importante, che esisti per qualcuno: il fine della tua esistenza è l’altro. Per questo chi ama una persona le dà un’identità, poiché la rende essere per l’altro

Non posso non pensare alla storia straordinaria di Viktor Frankl (1905-1997), psichiatra ma anche filosofo, deportato in un campo di concentramento pochi mesi dopo essersi sposato con una donna di cui era molto innamorato. Il pensiero della moglie, della sua voce, del suo sguardo, lo aiutarono a vivere momenti durissimi, attingendo quindi alle esperienze del passato. Egli riuscì a cogliere un punto fondamentale, ovvero che la motivazione principale dell’essere umano risiede nel desiderio di dare un significato alla propria vita, credendo in qualcuno o qualcosa che ama. In questo modo, anche in un luogo come quello del Lager, il cui obiettivo è privare gli uomini del loro essere per renderli un nulla, la salvezza è credere di esistere per qualcuno, riuscendo così a mantenere un’identità nella persona amata.

Di fronte al sorriso della piccola fiammiferaia, è impossibile dunque non porsi la domanda: “Esiste una gioia più forte della sofferenza di una prova?” No, per chi vede solo la realtà ovvia, ovvero una semplice fiammiferaia morta di freddo in un angolo della strada. Sì, per chi vede la realtà invisibile, soffermandosi sul mistero di quel sorriso. Un sorriso di chi ha vinto la morte con il ricordo di qualcuno che l’ha amato e che lo ama ancora, donandogli, anche solo per un momento, un’identità.

(Illustrazioni di Hermine de Clauzade)

Libri consigliati:

– H. C. Andersen, Fiabe, prefazione di K. Ferlov, traduzione di A. Manghi e M. Rinaldi, Einaudi, Torino 1992 .

-V. Frankl, Uno psicologo nei lager, Ares, Milano 2012.

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