Alcune settimane fa la FAO ha pubblicato il nuovo Rapporto sullo Stato della Sicurezza Alimentare e della Nutrizione nel Mondo (The State of Food Security and Nutrition in the World – Sofi).

I dati non sono positivi: i casi di denutrizione e malnutrizione aumentano, invece di diminuire. Se c’è una lotta alla fame nel mondo la stiamo perdendo. Di più: se ricordiamo che nel 2015 la comunità internazionale (con i “Sustainable development goals) si è posta l’obiettivo di azzerare la fame nel mondo entro il 2030 ci rendiamo conto che l’obiettivo è sempre più lontano.

I dati riportati dalla FAO, infatti, raccontano di un arretramento sia nell’azione di garantire l’accesso a un cibo sano e nutriente a tutti sia in quella di ridurre i casi di malnutrizione. Le stime recenti parlano di circa 690 milioni di persone (l’8,9% della popolazione mondiale) che sono sottonutriti. I numeri citati segnano un incremento continuo a partire dal 2014, di circa 60 milioni di persone che soffrono la fame. Sono divere le cause di questo incremento, alle quali si è aggiunta anche l’epidemia del Covid-19.

Un numero sempre crescente di persone ha dovuto ridurre la quantità e qualità del cibo che consuma. Nel 2019, due miliardi di persone (il 25% della popolazione mondiale) ha sofferto la fame o non ha avuto un accesso regolare a cibo nutriente.

Tutto questo mentre la produzione globale di cibo continua ad aumentare, il che conferma che il problema non riguarda la quantità di alimenti prodotti, ma la loro ridistribuzione (e non è un caso che, come in passato, anche in questo Rapporto emerga che il continente che soffre maggiormente la fame è l’Africa).

La stessa FAO, nel documento citato, propone varie strategie per affrontare tale problema.

  • Ridurre il costo dei cibi più nutrienti;
  • Riorientare le priorità nella prodizione agricola;
  • Investimenti pubblici nel settore;
  • Incoraggiare la diversificazione nella produzione alimentare;
  • Migliorare i canali di accesso al cibo;
  • Rivedere la logica dei sussidi statali;
  • Investire nell’irrigazione;
  • Investire in ricerca e sviluppo e nelle nuove tecnologie;
  • Attivare e sviluppare politiche di contrasto alla povertà e alle diseguaglianze.

Si tratta di iniziative lodevoli e condivisibili, ma tutte prevedono un elemento fondamentale che governi, organizzazioni internazionali e altri attori della scena mondiale hanno sempre sottovalutato (soprattutto la FAO) in questi anni: implicano tutti un importante e significativo intervento pubblico nelle attività economiche del settore, sia con limiti e divieti, sia con investimenti massicci.

Sono le autorità pubbliche (siano esse statali o sovranazionali) che dovranno farsi carico di investire, promuovere, sostenere, imporre limiti e vietare attività, assicurare know-how, intervenire a favore dei più disagiati.

Un maggiore intervento pubblico comporta (anche se non sempre e non in tutte le azioni) maggiori limiti per la libertà d’impresa e riduzione di profitti per alcuni attori economici. Se uno Stato vuole promuovere la produzione di determinati alimenti, più nutrienti e più economici per i consumatori, dovrà limitare e scoraggiare la produzione di altri prodotti (mangimi, biocarburanti, ecc.), che magari hanno una resa maggiore sotto il profilo dei profitti. Favorire la biodiversità e un’agricoltura che non impoverisca o inquini i suoli e le falde acquifere significa limitare l’agricoltura e l’allevamento intensivo. Finalizzare i sussidi a produzioni più sostenibili significa toglierli ad altri soggetti.

Siamo pronti ad affrontare tutto questo? È pronta la grande industria alimentare ad accettare condizioni, nuove regole, perdita di vantaggi e nuovi competitors? Siamo disposti a limitare la libera circolazione delle merci e il mercato internazionale con regole che favoriscano maggiormente gli attori meno forti economicamente?

Queste sono le vere sfide che ci attendono. Che noi, come cittadini, dobbiamo chiedere a gran voce.

Oggi la strategia per affrontare la fame nel mondo deve articolarsi in una serie di iniziative che vanno dalla promozione del consumo locale all’educazione e informazione alimentare, dal sostegno all’agricoltura biologica e di piccola scala alla riconversione dei sistemi produttivi, dalla tutela della biodiversità alla valorizzazione delle gastronomie locali, fino al contrasto di tecniche agricole che – al di là dei proclami – contribuiscono ad accrescere il problema (come gli Ogm, il land grabbing, gli allevamenti intensivi).

Il dado è tratto. Rotolerà ancora parecchio, fino al 2030, ma anche se non riusciremo ad arrivare all’obiettivo zero hunger occorre provare a invertire la rotta.