L’anoressia è un disturbo del comportamento alimentare codificato nel Manuale diagnostico statistico delle malattie psichiatriche DSM V insieme ad altri sei disturbi: bulimia, binge eating disorder (disturbo da alimentazione incontrollata), pica (portare alla bocca e ingerire ripetutamente per un periodo di tempo prolungato, almeno un mese, sostanze del tutto prive di contenuto alimentare e non commestibili, come carta, stoffa, sapone, capelli, lana, terra, gesso, talco, ecc.), disturbo da ruminazione, disturbo evitante restrittivo l’assunzione di cibo e disturbo da eliminazione. Tutte queste deviazioni del comportamento alimentare, sempre più diffuse e precoci come insorgenza, costituiscono problemi rilevanti di sanità pubblica. 

Il momento attuale di pandemia con la forte pressione emotiva esercitata attraverso la paura e l’isolamento sociale può rendere fragili ed aumentare detti comportamenti fino all’autolesionismo, al suicidio e all’alcolismo.

Abbiamo voluto affrontare in particolare il problema dell’anoressia attraverso l’approfondimento dei così detti profili recovery di instagram intervistando Maruska Albertazzi autrice di un documentario sull’argomento dal titolo Hangry Butterflies  che è stato presentato ad Alice nella città (sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma dedicata alle giovani generazioni) e che presto sarà distribuito sui canali RAI. Va detto che la parola hangry non è un errore, ma un neologismo nato dall’unione di hungry (affamato) e angry (arrabbiato) per spiegare il senso di rabbia e inquietudine che pervade quelle ragazze che non hanno accesso al cibo a causa della loro anoressia.

Ci parli di lei e del suo impegno nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare.
Sono un’attivista nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare e della salute mentale in generale, in realtà il mio vero lavoro è autrice, sceneggiatrice e regista ed ho da poco realizzato appunto “Hangry Butterflies”. Questo documentario racconta la storia di un gruppo di ragazze anoressiche che hanno profili recovery su instagram. 

Ma cosa sono i profili recovery? 
Sono profili instagram di ragazze e ragazzi affetti da disturbi del comportamento alimentare in cui vengono postate foto di piatti che hanno mangiato. Nelle didascalie sono descritte le paure, l’andamento della giornata con i momenti psicologici negativi attraversati. Questi profili fondamentalmente anonimi permettono di raccontarsi, di lanciare richieste di aiuto nella rete che vengono poi raccolte dagli altri componenti della community. È un meccanismo naturale creatosi negli anni che coinvolge decine di migliaia di profili con funzionalità di auto aiuto.

Su instagram vi sono diversi profili alimentari, ma che differenza c’è con questi profili recovery?
Nei profili alimentari si postano solo cibi e piatti realizzati con il percorso seguito per realizzarli. Il profilo recovery è come dice il nome un percorso di guarigione e rinascita. È quindi incentrato sulle problematiche psicologiche che ruotano intorno al cibo e nasce con una finalità specifica: sostenere la guarigione dei partecipanti. È un percorso per abbattere le proprie paure e per sostenere quelle degli altri. Alcuni partecipanti a questi gruppi col passar del tempo sono diventati dei punti di riferimento per tutta la community, come dei veri e proprio influencer in questo ambito particolare.

Quanti anni hanno le ragazze ed i ragazzi che aprono un profilo recovery?
Mediamente dai 13 ai 23/24 anni. Molto più raramente, sono presenti profili di persone adulte.

E quindi che ruolo hanno gli adulti in tutto questo?
Io sono uno di questi. Ho un profilo con nome e cognome in cui iniziai a postare dei contenuti su salute mentale, depressione post partum, nonché sulla mia anoressia vissuta a 13 anni. Attraverso la funzionalità degli hashtag altre ragazze mi hanno contattato e scritto. Poi grazie anche all’algoritmo di instagram, che tende a proporre profili simili a quelli che si frequentano abitualmente, sono entrata a far parte di questa community in maniera molto spontanea. Da più di due anni  frequento questo luogo virtuale e ne sono diventata  una sorta di punto di riferimento. Alcune di loro mi chiamano “la mamma di instagram”. In realtà all’interno di questi social mancano dei punti di riferimento adulti credibili, che abbiano veramente intenzione di mettersi in gioco, di comunicare, senza giudizio alcuno, con una voglia genuina di aiutare e dare speranza.

Che cosa è accaduto in questo periodo di pandemia, come è cambiata la situazione?
Durante questo periodo abbiamo assistito purtroppo al progressivo peggioramento di molte situazioni legate all’anoressia. L’isolamento forzato, molti ambulatori chiusi, medici non più reperibili perché in quarantena o positivi al covid, hanno fatto sì che un gran numero di questi giovani siano stati lasciati soli senza né terapia farmacologica, né psicoterapica il che, per persone affette da questo tipo di disturbo, equivale alla privazione di un farmaco salvavita. Questa solitudine e questa difficoltà a vivere la situazione di isolamento si è dimostrata molto pesante. L’impossibilità di una relazione di vicinanza, la privazione dell’abbraccio o del bacio tra fidanzati, in quanto possibile portatore di virus, hanno costituito un grosso handicap. Proprio in momenti come questi la community può far tanto, come punto di incontro e di ascolto, ma è assolutamente insufficiente. La necessità di ascolto non si può esaurire su un social, è necessario un supporto molto più ampio e qualificato. È deprimente assistere impotenti a questo progressivo peggioramento di giovani che avevano recuperato a fatica un livello di relativo benessere prima dell’inizio della pandemia.

Ha rilevato anche l’aumento di propositi suicidi ed autolesionistici in questo periodo? Purtroppo sì, ragazze e ragazzi che non avevano più pensieri di questo tipo hanno ricominciato progressivamente ad averne. Sempre più giovani sono stati sottoposti a trattamenti sanitari obbligatori per crisi nervose incontrollate. È una situazione molto grave e temo che in questo momento non si abbia assolutamente idea di quale rilevanza abbia questo fenomeno. Se è giusto preoccuparsi per il covid e la pandemia, che colpisce soprattutto i soggetti più deboli, altrettanto in questo momento è necessario considerare una fascia ugualmente fragile, per precaria salute mentale, che necessita di assistenza e aiuto, ma che è completamente dimenticata dalla collettività. È terribile, a mio avviso, che suicidio e autolesionismo vengano percepiti come un problema individuale e non sociale come in realtà è. Quando una persona arriva al suicidio nessuno si interroga sulla responsabilità che ognuno di noi ha rispetto a questo fenomeno. Pensiamo superficialmente che abbia avuto problemi famigliari o personali, che sia uscita, per così dire, di testa, però non pensiamo mai a quanto l’ambiente e la società che ci circonda abbia favorito quell’atto non facendo nulla per impedirlo.