Al Teatro Tor Bella Monaca di Roma dal 2 novembre va in scena Nell’ardore della nostra camera, con Donatella Busini, regia di Paolo Orlandelli, testo del compianto Massimo Sgorbani.

Che restituzione dà il suo personaggio a “quella stronzata della famiglia”?
Il mio personaggio è quello di una donna che nella camera ardente del marito defunto riesce  finalmente a esprimere a voce alta tutto il disprezzo provato nei suoi confronti. Un grido, trattenuto nel tempo verso questo uomo, che è l’espressione del suo rifiuto forte e tagliente verso l’ipocrisia borghese che nella famiglia stessa nasce. Un epicedio, una invettiva carnale, un momento di liberazione dalle costrizioni che la protagonista ha subito nella sua vita.  Attraverso le sue parole sono rivelati i segreti di una famiglia bene, la sua, di quello che accadeva nella camera da letto patronale silenziosamente nascosto per anni. Un torrenziale e spudorato sproloquio di fronte alla bara del marito morto, deus ex machina delle dinamiche familiari da lei sopportate e di cui finalmente si libera.

Testo del compianto Sgorbani come vivisezionatore delle parole: la sua esperienza in merito?  
Amo tutti i testi di Sgorbani, autore coraggioso nelle tematiche che affronta e cultore di un linguaggio che è fatto di ripetizioni, richiami linguistici e circolarità. Mettere in scena i lavori di Sgorbani non è facile per questo. Personalmente apprezzando i contenuti del suo lavoro,  ho cercato al meglio delle mie possibilità di dare colore alle sue parole, ho osato mettere qualche pausa fuori copione, qualche respiro in più supportata più che mai da Paolo Orlandelli che mi ha guidata ma lasciata al tempo stesso libera. 

Donatella Busini, il rapporto con la scena

Paolo Orlandelli ha organizzato una scenografia a dir poco essenziale, ci racconti il suo rapporto con la scena.
La scenografia non poteva che essere essenziale, non difforme da quanto descritto dal testo. La potenza della piecè, se posso permettermi di dirlo, non è data dalle musiche, da una drammaturgia musicale che può accompagnarti e sostenerti nel monologo o da oggetti di scena cui aggrapparsi in caso di incertezza. Tutto è parola, tutto è Sgorbani. Noi siamo la sua voce. Personalmente ho affrontato il  lavoro in questa ottica. Una sfida!

Come ha lavorato per dare vita a questa vedova?
Sono completamente uscita dalla mia personalità. La protagonista del lavoro è l’antagonista di Donatella donna. Ho quindi fatto un lavoro al contrario rispetto al solito. Non ho cercato in me stessa emozioni in analogia ma lavorato sulle dissonanze, sulle diversità.  Ad esempio in merito al tema della sopportazione silente, dell’accettazione senza lotta, dell’amore materno. Ho però anche insistito, calcato un po’ la mano su tematiche che emergono e che mi fanno sentire vicino alla vedova e soprattutto a Sgorbani, primi tra questi il ribrezzo verso comportamenti ipocriti, certe questioni religiose, l’assenza di cultura e il culto del denaro. E la rabbia di non fare abbastanza per cambiare lo status quo. 

Il coraggio di interpretare un personaggio scomodo

Un personaggio così scomodo chiede un coraggio interessante nel nostro panorama patinato: precedenti e idee future.
Ho sempre amato affrontare personaggi borderline; l’ho fatto in passato e continuerò in futuro con un lavoro ancora al femminile in cui la costrizione non sarà solo di parola ma anche fisica. La vita, specie quella di una donna non è e non è mai stata patinata. E il teatro, che è vita, a mio giudizio deve rappresentare questo.

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